Neolingua

Abbiamo sempre saputo — ce l’ha spiegato molto bene Orwell, ma è sempre stato così — che ogni cambiamento di regime è segnato da un cambiamento nelle abitudini linguistiche.

Da parecchi anni (non da ieri, vent’anni e passa) questa trasformazione ha toccato perfino una delle basi della grammatica italiana, la differenza tra verbi transitivi e verbi intransitivi.

Il verbo “fare” è un tipico verbo che ha bisogno di un complemento oggetto: il bambino fa (che cosa?) i compiti, la mamma fa (che cosa?) i gnocchi…

Le maestre di una volta sconsigliavano l’uso di un verbo così generico, e indicavano alternative più precise: fare → costruire un muro, fare → comporre una poesia.

Da un quarto di secolo più o meno il verbo “fare” è diventato un verbo intransitivo.

L’importante è “fare”, non fare questo o quest’altro.

Non navigare volare poetare amare credere obbedire combattere: fare.

I filosofi troveranno collegamenti con le dottrine che mettevano all’origine del tutto l’“atto” o cose del genere; da pedante in pensione, posso solo esprimere il mio sconcerto nel vedere la progressiva invasione, come i rinoceronti di Jonescu, degli “uomini del fare”, che proprio perché “fanno” (o meglio: vorrebbero fare) si considerano esentati dall’obbligo di dichiarare “che cosa” intenderebbero fare.


Naturalmente, poiché “fare” è un verbo intransitivo, più si è impegnati nel “fare”, più si fa un bel cazzo di niente.


“i gnocchi”, e non mi rompete le palle, ché non è giornata.

L’accisa

Here is a brand new Italian word that has come into fashion in the last few months: l’accisa. I came across this word for the first time last November, just after the floods which brought so much damage to Liguria and Toscana, when the President of the Regione Toscana announced the introduction of un’accisa sulla benzina per pagare i danni creati dall’alluvione (an accisa on fuel to pay for the damage created by the floods). Then again just a few days ago the Government announced another accisa of two cents on fuel to help the population of Emilia Romagna which was hit by the earthquakes of 20th and the 29th of May. However, according to my Vocabolario della Lingua Italiana Treccani, accisa is actually an obsolete word.

Quanto sopra viene da un blog di linguistica, ed è stato citato nel gruppo di discussione sulla lingua italiana.

Mi sono permesso di rispondere, nel mio inglese maccheronico,

the term may be found in several languages: Latin accensare > Dutch accijns > French accise > Italian accisa > Engl. excise > Germ. Akzise (old form for Verbrauchssteuer) ecc.

en.wikipedia.org/wiki/Excise_tax_in_the_United_States

Agli italici lettori potrei aggiungere che se Monti avesse annunciato l’introduzione di una nuova Excise Tax, avrebbe suscitato gridolini di ammirazione in tutti i bocconolatri.

Prove INVALSI, ovvero: Avete presente Cavalli-Sforza?

Vabbè. Diciamo che ce l’avete presente.

Allora facciamo un bel riassuntino, ma non si può sempre raccontare la rava e la fava, ci sono degli evidenti prerequisiti, si dà per scontato che il lettore abbia ben presente il concetto di famiglia linguistica, che abbia un’idea abbastanza chiara dell’indueuropeo e delle sue successive suddivisioni e ramificazioni, che più o meno abbia già sentito parlare delle lingue afro-asiatiche, altaiche, na-dene ecc.

Poi si passa alla genetica, DNA e compagnia bella, caratteri ereditari permanenti come i gruppi sanguigni, e caratteri di origine più recente, dovuti alle circostanze ambientali, come il colore della pelle ecc. In tutto questo discorso, avete capito benissimo, è implicita una critica dell’idea di razze umane, ma non c’è tempo per parlarne; abbiamo fiducia che il lettore ci arrivi da sé.

Passiamo poi alla correlazione fra la diffusione delle lingue, e la diffusione dei caratteri genetici. C’è un certo parallelismo, è chiaro, ma non sono esattamente la stessa cosa, siete d’accordo? I meccanismi non sono gli stessi, come non sono le stesse le velocità di evoluzione ecc. Insomma, qui si capisce dove si vuole arrivare, al concetto di etnia, ma non c’è tempo per fare tutta la chiacchierata, anche qui il lettore deve arrivarci da solo.

A questo punto è chiaro e lampante il motivo per cui molti, incrociando i dati della linguistica con quelli della genetica, tendono a riunire parecchie famiglie (l’indoeuropea, l’altaica, l’afro-asiatica, la dravidica, e ne ho sicuramente dimenticata quacuna) nel grosso tronco del “nostratico”. Ma perché fermarci qui? Insomma, è probabile che tutte le lingue del mondo, non solo le nostratiche, alla fin fine derivino da un’unica lingua madre (lo stesso discorso vale per le etnie, ça va sans dire).

Seguono ipotesi su dove e quando sarà nata questa benedetta “lingua madre”; ma avrete già capito che ci stiamo orientando verso l’Africa Centrale, circa 130.000 anni fa. Un po’ più complicato è stabilire la possibile origine dell’indoeuropeo: Vicino Oriente 10.000 anni fa? Oppure Asia centrale circa 7000 anni fa? Si impone una pausa di riflessione, per ben ponderare queste due ipotesi, ognuna accompagnata con diverse spiegazioni sulle modalità di diffusione, ad est (fino al tocarico, mica avrete dimenticato il tocarico!?) e ad ovest. Diffusione dell’agricoltura in seguito alla rivoluzione neolitica, oppure migrazioni di popoli grazie alla formidabile invenzione del carro su ruote? Al lettore l’ardua sentenza.

Non so se ho ricordato tutto. Comunque fermiamoci qua. Ora mettiamo tutta questa roba in una paginetta in formato A4 (non una riga di più, dobbiamo salvare le foreste sì o no?) e presentiamola come esempio di “divulgazione scientifica”.

Ah, dimenticavo: io mi sono sforzato di esporre tutta questa pappardella con un minimo di ordine, non so se ci sono riuscito, ma almeno mi ci sono sforzato, perché, grazie a Dio, io so scrivere; l’autore del prefato saggio invece ha lasciato tutto ben mescolato in un unico minestrone.

Occhèi? Occhèi.

Bene, adesso somministriamo questo bel saggio di “divulgazione scientifica” ai nostri ragazzi di Seconda Superiore, e con opportune e mirate domande vediamo che cosa hanno capito.


A questo punto, che posizione prendiamo nei confronti degli esperti dell’INVALSI? Pensate che un bel vestito di catrame e piume sia la soluzione idonea?

Zio Michele, Ruby e la lingua di Sodoma e Gomorra

C’è di peggio che ammazzare e violentare (non s’è ancora capito in che ordine) una nipote, sventolare la begonia (propria o altrui) per sfilare ad un vecchio demente qualche migliaio di euri?

Il peccato orrendo di quest’epoca infelice sembra essere linguistico. Un uso contro natura del linguaggio, una Sodoma e Gomorra verbale in cui le parole a tutto servono, meno che a comunicare un significato.

Sono stato io non sono stato io è stata lei non è stata lei perdonami ti perdono non potrò mai perdonarti. Lo conosco non lo conosco non l’ho mai conosciuto lo conosco ma gli voglio bene sono andata non sono andata sono andata ma non ho fatto niente m’ha dato dei soldi non m’ha dato dei soldi. Giuro giuro giuro lo giuro è così non è così, sniff sniff, qui lo do dico qui lo nego mi smentisco mi correggo mi interpreto. Sniff sniff.

Qualcuno si porta avanti con il lavoro: non parlo, ma potrei parlare, parlerò, non oggi, domani (forse) parlerò, vedrete, parlerò di sicuro, se parlerò ve lo farò sapere.

Il linguaggio da strumento della comunicazione e della (la sparo grossa!) conoscenza, diventa un abito che si cambia ad ogni occasione, un gesto intercambiabile di mimèsi, camuffamento, occultamento. Dire le cose come stanno è il vero scandalo, e perfino la Chiesa scopre nell’educazione sessuale il suo più gran nemico. Pessimi attori, nello spettacolo / nella politica / nella vita privata, si agitano per ottenere qualche minuto d’attenzione dalle telecamere, ed improvvisano una commedia di cui non conoscono il copione, probabilmente non sanno neanche se c’è o non c’è un copione, cercano di compiacere il pubblico del momento, recitano una fìc-scion scambiandola per vita vera e vivono la vita vera come se fosse una fìc-scion, un attimo dopo, altro pubblico, altra fìc-scion, un’altra vita altrettanto vera altrettanto finta.

Poveri stronzi patetici, che ballano alla musichetta strimpellata dallo stronzo più patetico di tutti.

Parole, parole, parole

Per il messaggio precedente sono stato ripreso, anche con la testimonianza da linguisti illustri. Ohibò! “Stronzo!” si può dire! si può dirissimo! È nobile vocabolo longobardo (“escremento di cane di forma cilindrica” lo definisce il prof. Bonfante nel suo Latini e Germani in Italia).

Anche “cancro” è parola antichissima, “ti venga un cancro” è un’espressione forte, ma normalmente usata nel linguaggio corrente.

Quindi il Ministro La Russa ha fatto bene a dire a un tizio mai visto né conosciuto “Ed io spero che le venga un cancro…”!

Viviamo in un clima di violenza verbale senza precedenti. Io frequento abitualmente un gruppo di discussione,
it.istruzione.scuola, in cui alcuni tizi di destra imperversano con kilometrici messaggi, alternando sconclusionate lodi al Berlusca a tiritere di insulti ai non berlusconiani. È una specie di matra autoipnotico, in cui auguri di pronta ma dolorosa morte sono condimento indispensabile alle loro sputacchianti esternazioni. Oggi apro le gnùs, e uno di questi se ne esce con due messaggi. In uno estende l’augurio di tumore mortale a tutti i “komunisti” (e vi risparmio gli epiteti appiccicati a questo termine); nell’altro augura alle donne malmenate a Milano nel corso di una manifestazione femminista di essere, nientemeno! prontamente portate in caserma dai tutori dell’Ordine e stuprate per le vie brevi.

Due messaggi su due, il 100% della comunicazione, era di questo tenore.

Non venitemi a parlare di “linguaggio quotidiano”, di “non politicamente corretto”, di “trasgressione”… Siamo troppo vicini all’ex Jugoslavia per non sapere che dall’augurio di stupro allo stupro etnico, dall’augurio di morte alle fosse comuni, dalla trasgressione verbale alla macelleria etnica il passo è breve. Chi abitualmente augura la morte a destra e a manca protetto da un nick non troverà molto strano distribuire generosamente la morte ai vicini di casa protetto dalla divisa di una qualche improvvisata milizia.

Tentativo di dire qualcosa di serio sui dialetti e la scuola

Puoi accedere a questa pagina con l’url breve tinyurl.com/dialettiascuola

[La solita proposta strampalata di una parlamentare padagnola ha suscitato, nei gruppi di discussione sulla scuola e la lingua italiana, una polemica un po’ sconclusionata sui dialetti e le culture locali. Poiché si tratta di argomenti a me molto cari, mi dispiace, come sempre, che tutto finisca in vacca perché il tema viene proposto da chi cerca solo la rissa con provocazioni razziste.
Ho cercato quindi di affrontare la questione in modo un po’ più serio.
]

Nella sua ultima opera, Il linguaggio d’Italia, Giacomo Devoto ha dato la sintesi della sua straordinaria carriera di ricercatore nel campo della storia linguistica italiana. È un libro di grandissima densità e quindi non sempre di agevole lettura, ma ricchissimo di informazioni e affascinante per il rigore dell’argomentazione.

La storia della lingua italiana del ‘900 è condensata in un succinto capitoletto, all’interno del quale (in meno di due paginette) si trovano alcune sorprendenti osservazioni sull’influenza del sistema scolastico sull’evoluzione linguistica.

Il Devoto parte dalla riforma Gentile del 1923 (che l’autore non qualifica mai come "fascista"). La cosa più significativa in questa riforma è l’importanza data ai dialetti nella scuola elementare, con l’intento di "allontanarsi in modo drastico dalla visione autoritaria". Ne sono testimonianza quei libretti, di cui io ho trovato alcuni esemplari sulle bancarelle, di "esercizi di traduzione dal piemontese all’italiano"; libretti che il Devoto chiama "libri di lettura che facessero da ponte fra il parlare genuino e lo scritto".

Ma si noti. I dialetti non sono visti dal Devoto come uno strumento di collegamento tra il mondo in cui vive il bambino e il mondo della scuola – il dialetto come prima lingua veicolare – ma come strumento di educazione del gusto e della "creatività". Ed effettivamente, quei libretti contengono non conversazioni quotidiane, riferimenti a termini di uso comune, ma testi con una qualche pretesa di dignità letteraria: pagine d’autore, poesie e canzoni popolari selezionate in base ad una certa validità di gusto. È l’educazione al bel parlare ed al bello scrivere che si matura attraverso il modello di una cultura tradizionale – che come ogni tipo di cultura tende all’equilibrio e alla dignità delle forme.

Questa riforma gentiliana durò pochissimo. Dopo un paio d’anni il regime fascista "deviato verso una organizzazione dello stato in senso rigorosamente accentratore" mise al bando i dialetti.

Le conseguenze, per il Devoto, furono nefaste. La creatività, non avendo più "il modello o il termine di confronto dei dialetti" rimase senza guida; la successiva imponente espansione del sistema scolastico rese drammatica la mancanza di un legame tra un insegnamento grammaticale-normativo, mai assimilato veramente da nessuno scolaro, e lo spontaneismo anarchico.

La conclusione è ottimistica – ma notate, il testo è del ’74, il processo di degenerazione da allora è spaventosamente avanzato.

Di fronte a questa lingua letteraria, fondata su modelli temperati e aperti, il dialetto non è destinato ad essere né un marchio di inferiorità, né un simbolo romantico di gentili età scomparse, né un malinteso simbolo di degenerazioni autonomistiche o separatistiche. Esso rimane valido come legittimo termine di confronto, permanente, antidogmatico nei confronti della lingua letteraria. È una alternativa, liberatrice, alla spersonalizzazione e banalizzazione irradiante dalla lingua letteraria, generalizzata nell’uso.

Lucia Mondella e le licenze poetiche

“F. C.” non è convinto di quanto ho sostenuto a proposito della frase del Manzoni

« Il signor curato è malato e bisogna differire, » rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa

(tinyurl.com/yubkgq)

e  mi ha scritto:

Sappiamo che i poeti spesso piegano le regole grammaticali ai bisogni della poesia (ritmo e musicalità), e qualche volta anche la semantica.
A mio dire Manzoni, usando questa forma, ha voluto dire che – se giustificati da motivazioni artistiche – si può infrangere una certa regola. La seguente frase
“Se Lucia non avesse fatto quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa”
non suona bene come l’originale, si perde il ritmo. Manzoni ha usato bene i verbi, ma ha voluto che questa volta il ritmo prevalesse sulla logica. Anche se non si tratta di versi, ma di “semplice” prosa.
Secondo me il messaggio è questo:
“Se scrivi un’opera d’arte in cui il modo di scrivere conta molto, allora si può fare un errore grammaticale e lasciare al contesto il significato” (niente di nuovo rispetto alla licenza poetica)

Non ho mai amato il termine “licenza poetica”. Che significa?

Significa che il grammatico non sa spiegare il poeta. Ma sarà perché il poeta ha fatto qualcosa di irregolare, di sporco, si è sbrodolato la cravatta di sugo, ma non importa, tanto è un grande poeta anche con la cravatta sbrodolata – o non sarà invece che il grammatico non ce l’ha fatta col suo povero calepino a capire quello che voleva dire il poeta?

Spero che non perdiamo tempo a discutere sul fatto che la grammatica è un debole tentativo dei pedanti di star dietro alla lingua viva.

Dici una cosa giustissima: la lingua è ritmo, anche in prosa. Il Manzoni, che in poesia fu capaci di scrivere versi innominabili come

Ei fu. Siccome immobile

in prosa invece fu un grandissimo maestro di ritmo.

Ma il Manzoni non fu mai un esteta. In lui la lingua è sempre strumento per il significato. Anche il ritmo è in funzione del significato. Per lui la lingua vuol dire sempre qualcosa; una lingua che non dice, che si limita a cantare, per lui, rigoroso illuminista, sarebbe apparsa una colpevole frivolezza. In questo senso vi è la supremazia della lingua: perché solo la lingua giusta può dire le cose giuste. Nel Manzoni tutto si riconduce ad un principio morale, anche la lingua. “Se Lucia non diceva” non è una sgrammaticatura. Quella frase è la frase giusta al punto giusto per dire la cosa giusta. È la frase più perfettamente aderente al senso. Se non comprendiamo la scelta grammaticale, vuol dire che non abbiamo capito il senso.


Il Conte Attilio, persuaso d’aver ragione, chiede al dottore di sostenere le sue ragioni “con la sua buona tabella”. Subito dopo Don Rodrigo rincara la dose: “…voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo.” La grammatica del Manzoni non è una “tabella” che serve solo, in mani abili, a giustificare qualunque cosa – anche le “licenze poetiche”. La grammatica del Manzoni non è una formuletta indifferente: è lo strumento per definire la verità. E se la verità non sta dentro la regoletta dei pedanti, tanto peggio per loro.

Chi è il Mister?

Negli anni ’60 del secolo scorso, una famosa squadra di calcio, l’Inter, fece venire dall’Argentina un grandissimo allenatore, Helenio Herrera, detto “il mago”. Herrera pretendeva dai suoi giocatori il massimo rispetto, anzi, voleva essere considerato un’autorità assoluta; ed a volte usava modi curiosi. Non voleva essere chiamato signor Herrera, o señor Herrera, come sarebbe stato logico, visto che veniva da un paese di lingua spagnola. Voleva l’appellativo di Mister: ma non Mister Herrera, come si usa in inglese, semplicemente il Mister, e basta. Finita la carriera del signor Herrera, questo curioso termine è rimasto nell’uso calcistico italiano, e da noi anche nelle più piccole squadrette giovanili l’allenatore è il Mister. Molti credono che questo sia un termine inglese; ma non è vero. In inglese “allenatore” si dice coach, e la parola “Mister”, usata in questo modo, non ha nessun significato.


Riprendo questo breve trafiletto, da me scritto per una grammaticuzza di prossima pubblicazione presso una nota Casa editrice scolastica, in seguito ad un trèd su news:it.istruzione.scuola, dove si indica (metaforicamente, s’intende) l’insegnante come l’“allenatore” di una squadra.

Body Rental

Scopro ora su it.cultura.linguistica.inglese l’esistenza di un rapporto di lavoro dal nome imbarazzante: body rental (“Affitto del corpo”). Non significa quello che avete capito, ma una specie di contratto di consulenza, che pare sia molto usato nelle società di informatica:

it.wikipedia.org/wiki/Body_Rental

Naturalmente, cercando su Gùggol l’espressione “body rental”, vengono fuori solo pagine in italiano – in inglese il significato è esattamente quello che avete capito.

L’autore del messaggio chiedeva, papale papale, come si traduce “body rental” in inglese.