Intellettuali


La moderna Biblioteca di Alessandria è su eBay.
Da anni vado a cercarvi le più insolite realtà di nicchia, edizioni sconosciute di autori sconosciuti…
In seguito ad una sgradevole discussione di quelle che ci tocca subire oggigiorno (un intellettuale che accusa gli intellettuali di essere “intellettuali”), per esorcizzare il senso di déja vu, mi sono messo a cercare un classico sull’argomento, l’opera di un grande intellettuale non defezionista.
1927. Prima edizione, copia numerata.
Voi tenetevi i vostri ometti furbetti non politicamente corretti.
Io ho Julien Benda.

Destra, sinistra, e perché no, una destra “di sinistra” (o una sinistra di destra?)

Division Charlemagne

Volontario francese della 33. SS Panzer Grenadier Division “Charlemagne” sul fronte russo

Il fascismo può essere riassunto storicamente in tre punti.

  1. Si prende la teoria della storia di Marx (o per meglio dire, una sua semplificazione molto riduttiva) e si sostituisce alla “lotta fra le classi” la “lotta fra le nazioni” (i popoli, le razze ecc.).
  2. Si prende la teria economica di Marx (trascuriamo il fatto che parlare di “teoria economica di Marx” è molto impreciso, anche qui si va per grandi semplificazioni) e si sostituisce al termine “capitale” il termine “finanza”. Se per voi è la stessa cosa, vuol semplicemente dire che non avete letto il Capitale. Tranquilli, non è un problema, nessuno può leggere tutto, io non ho mai letto Guerra e Pace, per esempio. Ma credetemi: per Marx non è assolutamente la stessa cosa.
  3. Si prende il linguaggio e la prassi della Rivoluzione Francese, e al posto di “aristocrazia” si mette “sistema parlamentare”. E qui credo che abbiano capito tutti.

Bibliografia essenziale: Zeev Sternhell, Ni droite, ni gauche. Ma c’è anche tanta altra roba da leggere – solo che non si può leggere tutto ecc.

Che questo sia il fascismo dei fascisti d’oggi, Marine Le Pen in testa, non ci piove.

Però occhio: esattamente come novant’anni fa, è anche il fascismo di tanti fascisti “di sinistra” (sic.)

E proprio in questi giorni, spuntano come funghi dopo una bella pioggia.

Sistemi elettorali in Italia – una sintesi

  1. Legge elettorale proporzionale per l’elezione dell’Assemblea Costituente, emanata col Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946; fu poi estesa alla Camera dei Deputati con Legge n. 6 del 20 gennaio 1948. Le si affiancò con Legge n. 29 del 6 febbraio 1948 la norma l’elezione del Senato, consistente in un proporzionale mascherato da uninominale.
    • Questo sistema elettorale fu applicato 10 volte dal 1948 al 1987.
  2. Modifica delle modalità di elezione della Camera con l’abolizione della preferenza multipla in seguito al referendum del 9 giugno 1991.
    • Questa norma fu applicata una volta, nelle elezioni del 1992.
  3. Modifica delle modalità di elezione del Senato con abolizione della quota proporzionale in seguito al referendum del 18 aprile 1993.
    • Questa modalità di elezione non è mai stata applicata.
  4. Nuove modalità di elezione della Camera e del Senato con Leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 (cd. “Mattarellum”): sistema uninominale per il 75% dei seggi, con recupero proporzionale per il restante 25%.
    • Sistema elettorale applicato tre volte: nel 1994, 1996 e 2001.
  5. Cd. “Porcellum”, Legge n. 270 del 21 dicembre 2005: proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate alla Camera e al Senato, con modalità diverse per il calcolo del premio di maggioranza fra le due Camere.
    • Legge applicata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013.
  6. Cd. “Consultellum”, sistema elettorale risultante dall’applicazione delle modifiche imposte al “Porcellum” dalla Corte Costituzionale con sentenza 4 dicembre 2013.
    • Sistema mai applicato.
  7. Cd. “Italicum” varato con Legge Legge 6 maggio 2015, n. 52. Capilista bloccati, premio di maggioranza assegnato con ballottaggio.
    • Sistema mai applicato.
  8. Legge “Italicum” modificata con sentenza della Corte Costituzionale del 25 gennaio 2017, che abolisce il ballottaggio per il premio di maggioranza, conserva il premio di maggioranza per la lista che raggiunge il 40%, conferma i capilista bloccati e le candidature multiple, ma impone il sorteggio per la scelta del collegio di elezione.
    • Sistema, fino ad oggi, non ancora applicato.

Hitler “al potere con elezioni democratiche”?

HitlerCircola da sempre il luogo comune di Hitler che “va al potere con elezioni democratiche”. Se non è proprio una bufala, certo è un’esagerazione.

Vediamo i dati – che chiunque può verificare:

Elezioni presidenziali del marzo-aprile 1932:
Primo turno: Hitler 30,1%
Secondo turno: Hitler 36,8%.

Soprattutto se guardiamo i dati del ballottaggio, il successo è modesto: solo Giachetti a Roma è riuscito a fare peggio – e non di molto.

Elezioni del Parlamento Federale:
Settembre 1930: NSDAP 18,3%
Luglio 1932: NSDAP 37,8%
Novembre 1932: NSDAP 33,1%

Dunque, nel momento in cui Hitler va al potere, il consenso elettorale del suo partito è addirittura in calo. Adesso che va di moda l’italico “maggioritario”, il 33% è un bolide che ti proietta sul tetto del mondo; ma in Germania allora c’era il proporzionale, e se ti votava un elettore su tre, avevi un deputato su tre.

Dopo due mesi, Hitler ottiene ugualmente il cancellierato per una serie di motivi che prescindono dal risultato elettorale: il favore del vecchio Hindenburg, l’appoggio dei “poteri forti”, una politica abile e spregiudicata di alleanze con le forze della destra “moderata”, le divisioni e le incertezze dell’opposizione, e soprattutto le continue violenze che destabilizzano i partiti democratici e creano un senso di fatale necessità.

Si tratta comunque sempre di un governo con maggioranza parlamentare vacillante. Hitler decide quindi di avere una vera legittimazione attraverso un nuovo voto popolare.

Il risultato è deludente:

Marzo 1933: NSDAP 43,9%

Queste ultime elezioni sono celebrate quando Hitler è già Cancelliere da due mesi, il Reichstag un mucchio di rovine fumanti, gli avversari politici aggrediti, perseguitati e uccisi, le città e i seggi presidiati da milioni di Camicie Brune in armi. Eppure anche in queste circostanze terribili oltre il 56% dei tedeschi ha avuto il coraggio di dire NO al nazismo.

Hitler capisce la lezione, e tre settimane dopo viene emanata la “Legge dei pieni poteri”. Per i successivi dodici anni non ci sarà più democrazia in Germania, non ci saranno più elezioni né “vinte”, né perse.

Storia di un articolo di giornale, ovvero l’utopia del colonialismo caritatevole

Il documento di cui voglio parlare è citato nella biografia di un missionario francese, Monsignor André Jarosseau (1858-1941), un cappuccino che fu il secondo successore di Guglielmo Massaja (1809-1889) nella carica di Vicario Apostolico dei Galla.

[Trovate il testo completo → qui; per gli eventi di cui sto parlando, si veda in particolare il → Cap. XV.]

La premessa indispensabile, che ora non posso approfondire, è che le missioni cattoliche nel Corno d’Africa nel XIX secolo furono avviate da italiani: i lazzaristi Giuseppe Sapeto e Giustino de Jacobis, il cappuccino Massaja. Ma alla fine del secolo, sia nel vicariato apostolico d’Abissinia (di fatto: il Tigrai), sia nel Vicariato Apostolico dei Galla, con sede ad Harar, troviamo missionari francesi.

Questo naturalmente era un enorme problema, poiché dal punto di vista del colonialismo europeo i missionari rappresentavano l’avanguardia della penetrazione nelle regioni africane, ed era quindi intollerabile che un territorio ritenuto di interesse per una potenza europea avesse missionari di un’altra nazione. Per questo, nel 1894 si tolse il Tigrai sotto controllo italiano alla missione lazzarista francese e si formò la Prefettura d’Eritrea affidata a cappuccini italiani; e nel 1913 dietro le insistenze sia dei Missionari della Consolata sia del governo italiano si decise di ritagliare dal Vicariato di Harar la Prefettura del Kaffa, affidata al consolatino Gaudenzio Barlassina. Per anticipare la conclusione della storia, nel 1937, immediatamente dopo la conquista , fu completamente riorganizzata la struttura missionaria dell’Etiopia: il vicariato d’Abissinia fu trasformato in Archieparchia di Addis Abeba, e i lazzaristi francesi sostituiti dai cappuccini italiani guidati da Giovanni Maria Castellani; il Vicariato Apostolico dei Galla, ridotto di dimensioni e rinominato Vicariato Apostolico di Harar, fu tolto ai cappuccini francesi di Jarosseau e affidato ai cappuccini italiani sotto la guida di Leone Ossola.

[Sul tema del rapporto fra missioni e colonialismo si leggono frasi drammatiche nell’enciclica → Maximum Illud di Benedetto XV, 1919].

Ma torniamo al nostro Andé Jarosseau.

Come il suo predecessore Taurin Cahagne, e come lo stesso Massaja, Jarosseau aveva eccellenti rapporti con importanti membri dell’aristocrazia scioana. Il principale collaboratore di Menelik, Ras Makonnen, prima di partire per la battaglia di Adua gli aveva raccomandato il figlio Tafari, pregandolo di curare la sua educazione. Jarosseau aveva affidato il fanciullo alle cure di un prete cattolico indigeno. Così il futuro imperatore d’Etiopia crebbe in strettissimi rapporti con la missione cattolica, ovviamente senza staccarsi dalla sua chiesa nazionale, cosa impossibile per una personalità del suo rango. Succeduto al padre, il giovane Ras Tafari Makonnen divenne coreggente accanto a Zauditù, figlia di Menelik, e alla morte di questa, nel 1930, Imperatore d’Etiopia col nome di Hailé Selassié (“Potenza della Trinità”).

Gravi minacce si addensavano però sul trono. L’Italia si mostrava sempre più aggressiva, e l’Imperatore si rese conto ben presto di essere solo: nessuno era disposto ad inimicarsi il Duce al culmine della sua fortuna, le altre due potenze presenti nella regione, la Francia e l’Inghilterra, e la Società delle Nazioni, non sarebbero andate al di là di una solidarietà di facciata.

Ma da alcuni anni in Europa esisteva un nuovo Stato, lo Stato della Città del Vaticano: uno stato microscopico, ma con un grande prestigio ed una diplomazia molto attiva. Hailé Selassié tentò un’ultima disperata impresa: chiese al suo vecchio amico Jarosseau di farsi mediatore per stabilire con il Vaticano rapporti diplomatici al più alto livello, uno scambio di ambasciatori.

Il vecchio missionario si mise subito all’opera, scrisse ai suoi superiori, al Card. Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, ricevendo risposte incoraggianti. Ma il 25 aprile 1935 arrivava dall’Imperatore una lettera desolata, a cui era accluso un ritaglio di giornale. Con grande delicatezza, Hailé Selassié parlava di “gravi difficoltà”, che facevano temere un cattivo esito delle trattative.

Quel ritaglio di giornale, o per meglio dire di agenzia di stampa, riporta alcune frasi di un articolo comparso poche settimane prima sull’Osservatore Romano. Quest’articolo, non firmato, semplicemente siglato C., si esprime in termini molto generali, come se fosse un una semplice nota culturale, e non cita mai né l’Etiopia né l’Italia. Ma il senso è ugualmente chiaro. L’autore definisce la colonizzazione

… un’opera di immensa solidarietà umana, fatta di pazienza tenace, profonda volontà e tenace amore … Nessun popolo, nessuna razza ha il diritto di rimanere al di fuori del movimento della vita collettiva e solidale dei popoli. Le ricchezze materiali offerte dalla terra non possono rimanere abbandonate o inerti, e le persone che detengono queste ricchezze, se non sono in grado di gestirle, devono lasciarsi aiutare e guidare. I colonizzatori di oggi, preparati al loro compito in scuole speciali, considerano la colonizzazione come una collaborazione fra le razze e non il brutale sfruttamento di una razza da parte di un’altra. L’indigeno sente i benefici di una colonizzazione così intesa e si mostra in generale soddisfatto. La Chiesa ha sempre sostenuto e incoraggiato una tale opera con un’adesione piena e protettiva. In sintesi, la Chiesa ritiene che il problema della colonizzazione sia principalmente d’ordine morale, e che non possa essere risolto mediante l’impiego della sola forza.

[Ho ritradotto il riassunto dell’articolo come riportato nella biografia. L’articolo originale, intitolato L’idea colonizzatrice, del 24 febbraio 1935, si può leggere → qui]

Naturalmente a quest’articolo seguono le precisazioni e le smentite, lo stesso Card. Pacelli assicura che non è intenzione della Chiesa appoggiare una brutale guerra di conquista.

Mais rien n’y fait. Le mot de colonisation demeure, comme une flèche fichée au cœur abyssin… Le projet d’une représentation officielle de l’Abyssinie au Vatican restera sans suite”.
[Ma non c’è niente da fare. La parola colonizzazione rimane, come una freccia piantata nel cuore abissino… Il progetto di una rappresentanza ufficiale dell’Abissinia presso il Vaticano resterà senza seguito].

Il 2 ottobre è la guerra.


Poiché nella biografia del Jarosseau non sono indicati con precisione data e titolo dell’articolo, ho dovuto sfogliare attentamente parecchi numeri dell’Osservatore Romano, dalla fine di Aprile 1935 al febbraio. Certo, è un’epoca terribile. Il giornale riporta informazioni molto puntuali di politica estera; si dà grande risalto alle minacce che il nazismo da poco al potere rappresenta per la libertà d’azione della chiesa cattolica in Germania. Anche le notizie sugli altri fronti non sono rassicuranti. Possiamo quindi capire che la diplomazia vaticana desideri mantenere buoni rapporti con lo stato italiano, non più visto come un nemico laicista ma come un baluardo della Chiesa in un mondo sempre più tempestoso. Tanto più che l’esaltazione patriottica e guerresca sembra circondata da un grande consenso. Quasi ogni settimana viene riferita la partenza di navigli con armati e materiali verso i porti dell’Eritrea e della Somalia, salutati da folle festanti che si accalcano al porto.

Non credo però che siano sufficienti questi motivi di opportunità a giustificare una presa di posizione tanto più clamorosa, in quanto presentata come una visione generale dei rapporti fra paesi europei e mondo coloniale.

Vi è sicuramente una base ideologica condivisa, nell’idea che i popoli arretrati debbano accettare non solo una partecipazione allo sviluppo, ma una guida paternalistica forte, sia pure accettata docilmente – e se i popoli arretrati non l’accettano? l’ipotesi non sembra neanche presa in considerazione.

Un missionario molto attivo sul campo, il → Card. Giovanni Cagliero, da poco scomparso, a proposito di un’area che non rientrava nelle mire espansionistiche dell’Italia, il Sud America, si era espresso in toni entusiastici sulle possibilità di sviluppo economico dell’immensa Patagonia: mandrie di bestiame, greggi di pecore, grandi fattorie, oro, petrolio! la brutalità dell’occupazione di quelle terre da parte del governo argentino non sembrava un prezzo troppo elevato, in vista dei vantaggi prospettati per tutti, ed ai “selvaggi” non restava altra scelta che accettare con cristiana rassegnazione il posticino loro riservato nelle riserve, e mandar i figli e le figlie ad imparare l’ortografia e il ricamo nelle scuole salesiane.

Dobbiamo difendere la millenaria civiltà romana e cristiana

Partiamo pure dalla civiltà cristiana, anche se io non sono un cristiano.

Un punto fermo del cristianesimo, da sempre, per lo meno da San Paolo, è l’idea dell’unità del genere umano. L’idea stessa di “razza” è estranea al cristianesimo; vi sono sì diversi popoli, diverse culture, ma l’unico modo per affrontare il tema della diversità è riconoscere che le cose che abbiamo in comune sono più e più importanti di quelle che ci dividono.

Non mi credete? Allora andate a leggere un po’ di encicliche papali, a partire dalla Maximum Illud di Benedetto XV.

Parliamo adesso della civiltà romana, anche se non sono un romano, ma un torinese – ma anche Torino è una città romana, con le sue vie ad angolo retto, le due porte, una a nord e una ad est, i suoi licei classici e le sue grandi piazze d’armi.

I Romani hanno avuto tutti i difetti di questo mondo, tranne uno: non sono mai stati razzisti. L’Impero Romano è stata la più grande realtà multietnica e multiculturale della storia. E questa è stata la sua grande forza.

Lo strumento principale dell’espansione della civiltà romana è stata l’estensione sistematica della cittadinanza agli stranieri. La cittadinanza romana non veniva concessa per motivi di solidarietà e uguaglianza, concetti completamente estranei alla cultura romana (neanche il più balengo dei leghisti riuscirebbe a dare l’appellativo di “buonista” all’Impero Romano), ma era concepita proprio come mezzo per il rafforzamento dello Stato.

Fin quando l’Impero Romano ha accolto nuove popolazioni nei suoi confini, ed ha trasformato gli stranieri in cittadini, è stato forte.

Ad un certo punto, ha cominciato a dire, ai Goti e ad altre popolazioni nordiche, “potete venire, ma non siete cittadini romani, rimanete stranieri in terra romana”. Tempo cinquant’anni, e l’Impero Romano non esisteva più.

Se i fasci non sono d’accordo, possono andarsene in Gotland, e rimanerci.

Il grande No

Κωνσταντίνος Καβάφης

Kostantinos Kavafis, Alessandria d’Egitto 1863 – 1933

Il No di Metaxas a Mussolini il 28 Ottobre 1940. Il No al referendum del 5 Luglio 2015.

Senza entrare nel merito delle due vicende storiche, questa parola greca, ΟΧΙ, era entrata nella storia e nella memoria di quel paese attraverso i versi del suo più grande poeta moderno.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO

Σὲ μερικοὺς ἀνθρώπους ἔρχεται μιὰ μέρα

ποὺ πρέπει τὸ μεγάλο Ναὶ ἢ τὸ μεγάλο τὸ Ὄχι

νὰ ποῦνε. Φανερώνεται ἀμέσως ὅπιος τὄχει

ἔτοιμο μέσα του τὸ Ναί, καὶ λέγοντάς το πέρα

πηγαίνει στὴν τιμὴ καί στὴν πεποίθησί του.

Ὁ ἀρνηθεὶς δὲν μετανοιώνει. Ἂν ρωτιοῦνταν πάλι,

ὄχι θὰ ξαναέλεγε. Κι ὅμως τὸν καταβάλλει

ἐκεῖνο τ᾿ ὄχι – τὸ σωστὸ – εἰς ὅλην τὴν ζωή του.

Per certi di noi arriva quel giorno

che c’è da dire il grande Sì, o il grande No.

Subito si fa avanti quello che il Sì ce l’ha già bell’e pronto,

in saccoccia: lo dice, e si fa strada

nella stima e nella considerazione di sé.

Chi s’è negato, non se ne pente. Gli chiedessero di nuovo,

ancora direbbe di no. Eppure lo manda in rovina

quel No – benedetto No! – per tutta la sua vita.

(Traduzione mia. Il titolo in italiano è nell’originale.)

Germania e Grecia, ovvero Destra e Sinistra

Roosevelt Reagan

La Germania è forse l’ultimo grande paese che rimane fedele al principio fondamentale della sinistra riformista: i ricchi pagano le tasse per mantenere lo stato sociale. La conseguenza è che l’economia tedesca è fortissima, i salari il doppio dei nostri.

La Grecia è un paese che vive di navigazione e turismo, e ha deciso che albergatori e armatori non devono pagare le tasse.

Ovviamente, quando si trovano a corto di soldi, li devono prendere ai pensionati. È il principio fondamentale della reaganomics: i soldi meglio lasciarli ai ricchi, loro sanno meglio di tutti gli altri cosa farne. È una dottrina che ha fatto discreti danni nella più forte economia del mondo, figuriamoci quand’è applicata ad una società fragile come quella greca.

La cosa paradossale, è che da noi la sinistra più sinistra giura sulla Grecia, e tratta la Germania come l’Impero del Male.