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Attualità politica

Gorbačëv, ieri e oggi

La morte di Gorbačëv ci spinge ad alcune considerazioni, ed a confronti con il presente. Considerazioni, spero che sia chiaro, ispirate al più rigoroso materialismo.

Gorbačëv e Putin

Attribuire a Gorbačëv la responsabilità della fine dell’Unione Sovietica, è puerile. Le grandi trasformazioni storiche non sono il prodotto della politica, sono eventi che hanno cause profonde e complesse. Il compito della politica è governare queste trasformazioni, e indirizzarle verso una soluzione.

Il grande merito di Gorbačëv è stato quello di dare alla fine di quel sistema economico e sociale il carattere di una trasformazione pacifica. Considerando l’enorme potenziale militare dell’URSS, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega ben diversa, con conseguenze catastrofiche difficilmente immaginabili. In Romania, dove l’influenza sovietica era da tempo debole, e quindi la capacità direzionale di Gorbačëv non poteva arrivare, il crollo ebbe l’aspetto di una guerra civile – violenta, ma fortunatamente breve. Ma pensiamo cosa sarebbe successo se a Mosca in quegli anni ci fosse stato, al posto di Gorbačëv, un uomo come Ceauşescu.

Il crollo del sistema partì dalla periferia, dove la crisi del sistema assunse caratteri peculiari. In Polonia riacutizzò l’antichissima contrapposizione etnico-religiosa fra l’antica nazione cattolica e la Russia ortodossa… ehm, scusate, socialista. Nella Repubblica Democratica Tedesca emerse soprattutto l’aspirazione ad uno stile di vita diverso, anche dal punto di vista dei consumi, aspirazione acutizzata dalla “vetrina” di Berlino Ovest.

Al centro, l’elemento scatenante fu la consapevolezza di quanto l’apparato militare sovietico che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale fosse ormai diventato obsoleto: la sconfitta nella competizione missilistica con gli USA, e il fallimento della guerra in Afghanistan.

Le conseguenze, alla periferia e nel centro, sono state di tipo opposto. I paesi dell’ex Patto di Varsavia hanno avuto un atterraggio morbido nelle grandi istituzioni internazionali confinanti: l’UE e la NATO. È stato un evento inevitabile, e fondamentalmente positivo, poiché ha permesso una rapida stabilizzazione della crisi. La storia non si ferma mai, ed oggi quei paesi devono affrontare i problemi tipici di tutte le moderne società industriali. Ma questa è un’altra storia.

Molti attribuiscono la svolta nella collocazione internazionale di questi paesi, e la conseguente tensione con la Russia post-sovietica, alla volontà espansiva dei centri di potere occidentali. Purtroppo, il marasma culturale in cui è caduta la nostra sinistra, con la perdita dei suoi principali punti di riferimento, ha creato un vuoto, che progressivamente si è riempito, e continua a riempirsi, con i miti caratteristici del pensiero della destra, a partire dal più tossico di tutti, il cospirazionismo: l’idea che i destini del mondo siano determinati dalle oscure trame di perfidi burattinai. Per non parlare della mitica eterna contrapposizione tra le due grandi entità metafisiche dell’“Occidente” e dell’“Oriente”.

In Russia, le conseguenze sono state purtroppo, e forse inevitabilmente, più pesanti. La fine del Patto di Varsavia ha portato alla fine della centralità internazionale della Russia: un evento paragonabile solo alla fine dell’Impero Austro-ungarico e del Reich guglielmino; e sappiamo quali frustrazioni ciò abbia prodotto in un’intera generazione di tedeschi, e con quali conseguenze. Il collasso del sistema industriale, gestito male, in nome di una pura e semplice “efficienza”, ha portato ad un radicale mutamento del tenore di vita, con la perdita di tutte le sicurezze esistenziali che il socialismo “dalla culla alla tomba” sapeva garantire. È un fenomeno simile alla deindustrializzazione dell’Inghilterra in età thatcheriana, ma con conseguenze umane ancora più devastanti. La Russia si scopre oggi un paese poverissimo: un deserto punteggiato di pozzi per l’estrazione di idrocarburi.

Il senso di frustrazione dei russi è pienamente comprensibile. Per loro, e per nostra, sfortuna, la Russia ha trovato l’uomo capace di incarnare questa frustrazione. Così in Germania e in Austria negli anni ’20 e ’30 con Hitler, Putin è riuscito a convogliare tutto il malessere sociale verso l’esterno. Il mito di una Russia “pugnalata alle spalle” e circondata dall’”abbaiare” della NATO, è talmente forte da aver contagiato perfino l’inquilino di un Colle piuttosto alto.

Oggi quello che rimane della gloriosa Armata Rossa si sta suicidando nelle immense pianure a nord del Mar Nero. Per ironia della sorte, non molto distante da quelle pianure che videro la catastrofe di quell’altra armata, ottant’anni fa. Speriamo, con conseguenze meno devastanti.

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Attualità politica Frasi celebri

Visto che si parla di diplomazia

Papale papale

La guerra si fa con i fatti. Nessuno si aspetta che George Smith Patton usi un linguaggio forbito.

La diplomazia si fa parlando. Quindi le parole sono la sostanza, non un accessorio.

Chi fa diplomazia, parla usando un linguaggio che è funzionale al risultato diplomatico che vuole ottenere.

Quando Biden ha definito “macellaio” Putin, sapeva benissimo di mandare un messaggio di non disponibilità al dialogo. Mandava questo messaggio a Putin stesso, alle diplomazie degli altri paesi del mondo, all’opinione pubblica del suo paese, all’opinione pubblica del mondo. Di sicuro non ha detto “macellaio” perché in quel momento era la prima parola che gli è venuta in mente. Avrà fatto bene, avrà fatto male, si può discutere, ma sicuramente era un messaggio meditato. E chi l’ha pronunciato se ne assume interamente la responsabilità.

Il Papa non è uno come noi, che a tempo perso cazzeggiamo sui social. Il Papa è un Capo di Stato, sia pure dello Stato più piccolo al mondo. È anche Capo di una Chiesa che riunisce centinaia di milioni di fedeli nel mondo. Ogni sua parola ha grandissima risonanza in tutto il mondo.

Il Papa ha deciso di usare una metafora animalesca per qualificare un’organizzazione internazionale che riunisce 30 Stati. Cani che “abbaiano”. Papale papale.

Tra l’altro, tra questi cani che “abbaiano”, vi sono paesi a maggioranza cattolica, e paesi che sentono questo conflitto molto vicino. Mi chiedo per esempio come l’abbiano presa in Polonia, paese ultracattolico, dove la terra trema ogni volta che un missile colpisce la città ex-polacca di Leopoli. Anche loro, cani che “abbaiano”? Aspettiamo una precisazione dalla diplomazia vaticana.

Inoltre, con questa metafora molto espressiva, il Papa ha mostrato di aver per lo meno una certa comprensione per le motivazioni addotte dal Governo russo a sostegno della sua invasione dell’Ukraina. La Russia è “circondata” dalla NATO, ed è entrata in guerra, pardon, in “operazione militare speciale”, come reazione a quest’assedio.

Tornando al punto iniziale, con quest’affermazione il Papa ha avvicinato, oppure no, una soluzione diplomatica del conflitto?

Il Papa si è presentato come possibile mediatore nel conflitto?

Vedremo presto.

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Attualità politica

Ci sarà una guerra nucleare?

Non lo so.

guerra nucleare

Io posso solo cercare di ripercorrere la storia di questi ultimi 77 anni.

L’arma nucleare è stata usata una volta sola, contro due città giapponesi.

È stato l’evento che ha messo fine alla guerra più sanguinosa di tutta la storia umana; una guerra che rischiava ancora di durare un tempo indefinito, con un numero non prevedibile, ma sicuramente ancora altissimo di vittime.

Sei anni di distruzioni immani avevano completamente alterato il senso morale, e la distruzione di intere città era stata per tutto questo tempo prassi abituale in tutti i teatri di guerra. L’arma atomica sembrava solo uno strumento più potente, ma non più disastroso di un bombardamento a tappeto con armi convenzionali.

All’inizio della guerra fredda, vi erano due grandi potenze che avevano armi nucleari, gli Stati Uniti e, dal 1949, l’Unione Sovietica.

In seguito si sono affiancati altri paesi (particolarmente preoccupante l’armamento nucleare di Pakistan e India), e si faceva strada nell’opinione pubblica la possibilità che una nuova guerra generalizzata portasse alla totale distruzione dell’umanità.

Che io ricordi, l’unica occasione in cui fu minacciato esplicitamente il ricorso all’arma nucleare fu nel 1956, in occasione della crisi di Suez. I destinatari di questa minaccia si ritirarono subito, quindi nessuno sa quanto questa minaccia lanciata da Chruščëv fosse seria. Ma un aspetto importante è che all’epoca URSS e USA si trovavano dalla stessa parte, quindi non c’era – per lo meno non nell’immediato – la minaccia di un conflitto nucleare generalizzato.

La guerra fredda vide una continua spinta allo sviluppo di armi nucleari, ma non si arrivò mai veramente al rischio concreto di un conflitto.

Gli USA e l’URSS erano rispettivamente la prima e la seconda potenza politica, economica e militare del mondo. L’armamento nucleare bilanciato rappresentava potenzialmente una minaccia di catastrofe globale, ma d’altra parte era, per entrambi, una garanzia di stabilità. Ognuna delle due potenze sapeva che un attacco, da qualunque parte venisse, avrebbe comportato una risposta equivalente. All’ombra di questa minaccia reciproca, le due potenze potevano sviluppare la loro politica interna ed estera nell’ambito della loro sfera di influenza nel mondo. C’era soprattutto una grandissima attenzione ad evitare che i conflitti locali coinvolgessero in modo diretto entrambe le superpotenze nello stesso momento, nella stessa area.

La cosa è cambiata radicalmente con la fine della guerra fredda.

L’Unione Sovietica aveva un imponente apparato industriale, che però manifestava gravi e crescenti inefficienze. Con la dissoluzione di quell’enorme complesso politico ed economico, tutti i settori industriali inefficienti furono liquidati. Di fatto, l’unico settore che rimase attivo fu quello primario, con un’agricoltura estensiva, e l’estrazione di materie prime e combustibili fossili.

Oggi la Russia è, economicamente parlando, un deserto punteggiato di pozzi di petrolio e di gas naturale. È scivolata piuttosto giù nella graduatoria delle società industriali, distante un buon ordine di grandezza dagli USA, dall’Unione Europea e dalla Cina, al di sotto di diversi singoli Stati europei, compresa l’Italia.

Questo cambia completamente il quadro. È forte la tentazione di usare il parco nucleare ereditato dall’URSS non come mezzo per mantenere gli equilibri mondiali, ma al contrario per modificarli radicalmente. Questo, in una società che è regredita ad una situazione di gravissime disuguaglianze sociali, ed è dominata da un’ideologia rozza e antiquata, che si esalta nella nostalgia dell’antica grandezza.

Quello che fa paura, nella Russia di Putin, non è la sua forza, ma la sua debolezza.

La situazione è ora quanto mai incerta e imprevedibile. C’è un uomo (naturalmente uso una semplificazione retorica, si tratta di tutto il gruppo dirigente russo, con i suoi problemi di equilibri interni), che possiede un fucile di enorme potenza, ma che può sparare un solo colpo. È chiaro che se ci sarà un attacco nucleare, chi l’ha lanciato non potrà ripetere l’impresa. Ma la minaccia di per sé ha grande efficacia. Senza il ricatto nucleare, questa guerra sarebbe impensabile.

Se la guerra in Ukraina porterà all’uso dell’arma nucleare, potrebbe essere l’ultima guerra combattuta su questo pianeta. Ma se non ci sarà l’uso dell’arma nucleare, la situazione di minaccia potrebbe diventare permanente. Quel potente fucile ad un solo colpo continuerà a pesare sul futuro dell’intera umanità.

In entrambi i casi, l’esito della vicenda è imprevedibile.

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Quelli della mia generazione

La mia generazione manifestava per il Vietnam.

Voglio dire, noi manifestavamo PER il Vietnam, e CONTRO gli USA.

Viet Cong

Certo in queste nostre manifestazioni c’era molta ingenuità, un grande manicheismo ideologico, spesso qualche eccesso. Non si sentivano parole oggi alla moda: “complessità”, “geopolitica”.

Nessuno ci spiegava che quella guerra non era una vera guerra, che l’aggressore non era un vero aggressore, che l’aggredito non era un vero aggredito, che le stragi non erano vere stragi, che non ci sono “buoni” e “cattivi”.

Per noi era la lotta dei popoli contro l’imperialismo, e tanto ci bastava.

Era ancora viva la generazione che aveva fatto la Resistenza, ma nessuno che fosse stato Partigiano si sentiva autorizzato a dare patenti di “Resistenza” a chicchessia. Sapevano benissimo che la situazione dei resistenti è, quella sì, “complessa”, ma non per questo si sarebbero mai sognati di criticare la Resistenza altrui, di alzare il sopracciglio e andare a cercare i difetti, gli errori, perché no, le ambiguità di chi si trovava sotto le bombe, e rischiava ogni momento la vita contro i carri armati che devastavano le città, incendiavano i villaggi, facevano stragi di civili. Nessuno di loro avrebbe mai detto che non ci sono “buoni” e “cattivi”. Loro, i cattivi, li avevano visti. E sapevano bene qual è la differenza.

Nessuno si sarebbe sognato di dire che i vietnamiti, che tutti quelli che lottavano per la libertà, in fondo, se l’erano voluta.

I partigiani – quelli veri – sapevano che la guerra partigiana è una guerra. Che si fa con le armi. Con le armi di quello che rimaneva dell’esercito regolare italiano, con quelle prese al nemico, con quelle paracadutate dagli inglesi. Si uccide e si viene uccisi.

I partigiani speravano nell’arrivo degli Alleati, cercavano di coordinarsi con loro, ed era una sventura quando il coordinamento mancava. Per loro, nei momenti di disperazione, era un conforto sapere che tutto il mondo libero era dalla loro parte. Combattevano contro i nazifascisti, non si sognavano minimamente di pensare che l’aggressione nazifascista era stata provocata dagli americani, dagli inglesi. Quella era la propaganda fascista, non la loro battaglia. Per loro, l’aggressione nazifascista l’avevano fatta i nazi, e i fascisti.

No, non mi vergogno di aver manifestato per il Vietnam. In quel momento, era la cosa giusta da fare.

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Attualità politica

Nonostante tutto, auguri Presidente!

Presidente Sergio Mattarella

Non posso unirmi al giubilo per la rielezione di Sergio Mattarella, per due motivi:

1. La democrazia vive nell’equilibrio dei poteri. La rielezione di un Presidente della Repubblica, per quanto non esplicitamente esclusa dalla Costituzione, altera sensibilmente quest’equilibrio.

2. La manifesta incapacità dimostrata dal Parlamento a trovare una personalità diversa ma altrettanto adeguata a quell’alta carica, è un’ulteriore scivolata nel degrado del sistema dei partiti. Quegli stessi partiti che considerano i cittadini incapaci di scegliersi i loro rappresentanti, e quindi ci obbligano a votare liste precostituite, quando si trovano a dover fare loro una scelta importantissima, non sanno altro che balbettare “Sergio salvaci tu!”

In ogni caso, poteva andare peggio.

Si poteva eleggere con motivazioni ancora più sordide e metodo ancora più discutibile un Presidente peggiore.

Se pensiamo alla lista delle candidature a cui abbiamo dovuto assistere — una lista che comincia con Silvio Berlusconi, un farabutto incallito, e termina con Pierferdinando Casini, una diafana nullità, possiamo dirci fortunati.

Quindi, nonostante tutto, auguri Presidente!

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Il Manzoni e la guerra

Come anticipo di un prossimo intervento in lode (e un po’ in critica) dei Promessi Sposi, pubblico alcune semplici considerazioni sul Manzoni e la guerra.

Goya I disastri della guerra
Goya, Incisione dai Disastri della guerra

Sapete benissimo che, per la gioia degli scolari d’ogni epoca, quando il Manzoni affronta un nuovo tema, ne va a ricercare l’origine il più lontano possibile, perché non rimanga il minimo dubbio sulla radice e la natura della (buona o mala) pianta.

Di molti personaggi ci racconta la storia partendo addirittura prima della nascita: il papà di fra Cristoforo, di Gertrude. A quest’ultima, di per sé abbastanza marginale nello sviluppo della vicenda principale del libo, dedica ben due capitoli, i centrali di tutto il romanzo: dal punto di vista strettamente narrativo per giustificare l’inganno che condusse l’ignara Lucia nella trappola dell’innominato, in realtà per esaminare aspetti fondamentali della morale cristiana e della storia della Chiesa.

Per spiegare la carestia sale in cattedra e ci dà bella squadernata la dottrina del mercato quale era stata elaborata dagli economisti del XVIII e XIX secolo, nonché la dimostrazione dei danni dell’intervento statale. La rivolta dei forni è analizzata a partire dall’affissione delle gride con il prezzo del pane, ed è seguita da un’analisi approfondita sulla psicologia degli individui, dei gruppi, delle masse nei moti popolari. Per la peste va addirittura alla ricerca del “paziente zero”, il primo milanese che portò il morbo in città.

Per la guerra, niente di tutto questo.

La guerra è presente quasi in ogni fase della vicenda, o come scontro in atto, o come contesto generale, lontano ma sordamente echeggiante nei pensieri di tutti. Ma, per quanto abbiamo letto con attenzione il libro, chiudiamo l’ultima pagina senza aver capito un accidenti di questa guerra: perché è scoppiata, chi sono i contendenti, quali sono le strategie delle forze in campo, quali gli eventi principali, quale la conclusione. Ogni volta, ci viene dato semplicemente un brevissimo accenno alla situazione dei quel particolare momento, senza alcun legame né col precedente, né col successivo.

Alla fine, l’unica cosa che si capisce, è che non c’è niente da capire.

La guerra è la suprema espressione della follia del mondo, dell’inspiegabilità della storia umana, dell’irrazionalità del reale. Ci capita addosso come la grandine, e quand’è finita (ammesso che sia finita, perché l’unica cosa che sappiamo è che dopo ogni guerra ne viene un’altra), alla fine ci guardiamo negli occhi, chiedendoci: “cos’è stato?” e soprattutto: “com’è che siamo sopravvissuti?”

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Cultura e società Letteratura italiana Storia

Una profezia terrificante

La coppia Mozart Da Ponte ci ha lasciato capolavori di bellezza assoluta, ma c’è un punto in cui dimostra autentiche doti profetiche.

Il Don Giovanni è rappresentato per la prima volta nel 1787. Col senno del poi, diciamo tutti: “due anni prima della grande Rivoluzione”.

Ma all’epoca di questo non c’era la minima consapevolezza. L’Ancien Régime appariva saldo come una roccia, destinato a durare per sempre.

L’opera ci presenta il potere nella sua forma più brutale. Don Giovanni è un tiranno che usa il suo potere per il proprio piacere, e glorifica il proprio piacere come massima espressione del proprio potere.

Ed è proprio lo spietato tiranno amorale che nel momento del suo trionfo lancia un urlo che ghiaccia il sangue:

“Viva la libertà!”

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Storia

Del Boca: la storia come coscienza civile

Angelo Del Boca
Novara 23 maggio 1925 – Torino 6 luglio 2021

Il 2 ottobe 1935 alle 18,45 Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annuncia l’inizio della guerra di conquista dell’Etiopia.

Il discorso è trasmesso per radio, e in parecchie città italiane nella notte si svolgono manifestazioni popolari di giubilo.

A Novara la folla si riunisce intorno ad un manichino con le fattezze di Hailé Selassié che viene dato alle fiamme. In mezzo a questa folla, c’è un bambino di dieci anni. Si chiama Angelo del Bosca, è stato portato lì dai genitori, e partecipa con entusiasmo infantile al rito incendiario.

“L’autore di queste pagine”, scriverà parecchi anni dopo nel secondo volume della sua Storia degli Italiani in Africa Orientale, “non esclude che uno dei motivi che lo hanno spinto a occuparsi dell’aggressione fascista all’Etiopia, con l’intento di ristabilire la verità sui fatti, sia proprio il ricordo della bottiglia di benzina con la quale, la notte del 2 ottobre 1935, ha irrorato il manichino in cartapesta di Hailè Selassiè.”

È una bellissima dichiarazione che spiega esattamente il senso della storia come impegno civile.

Non è la storia che si limita ad un semplice elenco “oggettivo” di fatti; ma neppure la storia costruita a sostegno di un’ideologia.

È una storia che cerca di formare, attraverso la lettura critica del passato, la coscienza civile di una Nazione.


Angelo del Boca Gli italiani in Africa Orientale, Laterza 1979-1986, vol 2° tomo 2° p. 392 n. 10.

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Cultura e società Lingua italiana Linguistica generale

Lingue, armate, marine

אַ שפראַך איז אַ דיאַלעקט מיט אַן אַרמײ און פֿלאָט
a shprakh iz a dialekt mit an armey un flot
(una lingua è un dialetto con un’armata e una flotta)

(Secondo intervento sul tema “lingue e dialetti”, seguito di → “la carriera di una lingua”)

La frase in epigrafe viene solitamente attribuita a un linguista specializzato nello jiddisch (lingua, di derivazione tedesca, degli ebrei dell’Europa orientale), il quale l’avrebbe sentita pronunciare durante un convegno su quella lingua.

Dirò più avanti due parole su questa frase, che è, diciamo cosi, di scarsissimo valore euristico. Ma la cosa singolare è che proprio lo jiddisch, che è indubbiamente una lingua, non ha mai avuto né “esercito” né “marina”; si tratta dunque di una clamorosa eccezione a quanto affermato nella frase citata. Non è un buon inizio per una presunta “legge linguistica”.

È un caso assai frequente che uno studioso di valore sia passato alla storia per una singola frase, spesso, una banalità di non grandissimo rigore scientifico – addirittura per una frase mai detta, tipo “eppur si muove”, “il fine giustifica i mezzi” ecc., o, come in questo caso, una frase semplicemente riferita per sentito dire. È una frase però che ricorre con puntuale petulanza in ogni discussione su lingua e dialetto, come se fosse la verità oracolare e conclusiva della questione: “L’ha detto un linguista, quindi è così.” Ipse dixit.

Poiché quanto segue sarà appunto una mia piccola puntualizzazione su questo tema, ho preferito anticiparla. Così per un po’ ci siamo tolti il problema.

Allora, diciamo che, da un punto di vista rigorosamente scientifico, la distinzione tra lingua e dialetto, se c’è, è di assai modesta utilità. Se io studio la fonologia del piemontese, mi è del tutto indifferente decidere se il piemontese sia una lingua o un dialetto. Inversamente, la fonologia del piemontese non mi serve per stabilire se il piemontese è una lingua o un dialetto.

La distinzione tra lingua e dialetto, più che di carattere linguistico, si potrebbe collocare nell’ambito della sociolinguistica. Ma qui non vi sono certezze, né assolute, né dimostrabili con sicurezza.

Soprattutto, è un ambito in cui non vi sono separazioni nette, ma le differenze sono da trovarsi in un’ampia fascia di gradazione, nella quale è assolutamente arbitrario porre un confine netto.

Proviamo ad elencare alcuni di questi punti:

  1. Una lingua è usata prevalentemente o esclusivamente (ma non sempre) dai ceti dominanti (qualunque cosa si intenda per “ceti dominanti”), un dialetto è parlato prevalentemente o esclusivamente (ma non sempre) dal popolo (qualunque cosa si intenda per “popolo”).
  2. Una lingua ha una vasta produzione scritta (ma tutte le lingue nascono, e vivono spesso per secoli, senza scrittura); un dialetto agisce prevalentemente nell’ambito dell’oralità (ma ci sono dialetti con una produzione letteraria vasta e significativa).
  3. Una lingua si usa in contesti formali (ma non necessariamente solo in questi); un dialetto viene usato prevalentemente in contesti informali (ma ci sono parecchie significative eccezioni).
  4. Una lingua ha solitamente (non sempre) una normazione grammaticale dettagliata (anche se questa può essere applicata con diversi gradi di rigore); un dialetto non ha sempre una descrizione grammaticale (e quando ce l’ha, si tratta spesso di una semplice trasposizione delle categorie della grammatica della lingua di riferimento), e raramente ha una codifica normativa (e se ce l’ha, non ci sono garanzie che questa venga applicata).
  5. Una lingua dispone di un ampio ventaglio di registri d’uso: viene usata, nella produzione scritta e nella comunicazione orale, in generi, situazioni comunicative, stili e modi di espressione molto vari, soprattutto quando ha una tradizione molto lunga. Un dialetto è più vincolato a situazione inerenti la vita quotidiana, famigliare, e non ha in genere una grande varietà di registri d’uso. Però un dialetto può anche dare vita a diversi generi artistici, per esempio il teatro, la canzone, la poesia ecc. di grande varietà espressiva, e con stili spesso specifici e talvolta consuetudinari, anche se non sempre espressamente codificati.
  6. Una lingua ha una certa omogeneità territoriale, pur presentando varianti regionali, che ovviamente fanno riferimento ai dialetti locali, anche se non coincidono con questi. Un dialetto invece è caratterizzato da varianti più o meno importanti su ambiti anche piccoli, il singolo centro urbano, il piccolo distretto locale ecc. Tra queste varianti non c’è in genere una distinzione netta, ma una serie di piccole variazioni graduali.
  7. Accanto alle varietà di cui al punto 5., e al punto 6., una lingua ha in genere una variante standard, una koiné, che non è necesariamente più importante o più diffusa delle altre, ma che viene comunemente indicata come la forma “normale” della lingua, rispetto alla quale le altre varianti sono deviazioni, particolarità, possibilità, registri d’uso, licenze ecc. in un ampio ventaglio di scelte, o, a volte, “errori”. Un dialetto raramente ha una vera koiné, e quando ce l’ha, solitamente si tratta della supremazia de facto della variante del capoluogo.

Si noti che nessuno di questi punti rappresenta una definizione minimamente precisa da un punto di vista scientifico di “lingua” o “dialetto”.

Aggiungiamo ora un ultimo punto, che invece stabilisce una distinzione certa:

  1. Una lingua può avere una sua ufficialità d’uso, che viene sancita:
    1. dall’attività legislativa e giudiziaria, che solitamente ne fa uso esclusivo;
    2. dalla pratica dell’insegnamento.

Ma vi sono, e vi sono state nel passato, “lingue” che non sono mai state usate ufficialmente da uno stato, anzi, che non hanno mai fatto riferimento ad un’entità statale. Un esempio è il già citato jiddisch; un altro, noto a tutti, è l’occitano (o provenzale). Quest’ultimo, tra l’altro, è il caso più vicino a noi di una lingua vera e propria che ad un certo punto è regredita a “dialetto”.

Il tema della “lingua ufficiale” è quello che ci richiama alla faccenda dell’esercito e della marina. Notiamo in primo luogo che, da un punto di vista linguistico, questo passaggio è il meno importante di tutti. Se una certa “parlata” viene definita “lingua ufficiale dello Stato” (cioè la lingua usata nella produzione legislativa, nell’amministrazione della giustizia ecc.), vuol direi che esisteva già: non si inventa da un giorno all’altro una lingua ufficiale di uno Stato. Che il catalano, o l’occitano, o il gaelico siano o meno riconosciuti come lingue ufficiali, questo non cambia nulla alla loro struttura linguistica propria. Ma questa promozione ha, a lungo andare, effetti anche linguistici, poiché l’ampliamento dei campi di applicazione innesca una serie di processi evolutivi, cosa che induce trasformazioni importanti, a partire dall’adozione di termini, neologismi di cui prima non si sentiva il bisogno.

In breve, la distinzione tra lingua e dialetto, è abbastanza estranea alla linguistica come scienza. Ma non è priva di conseguenze di tipo linguistico. Se dico ad un bambino “sei un cretino, non capisci niente”, e glielo dico per anni e anni e anni, quel bambino crescerà convinto di non capire nulla, e diventerà molto probabilmente un adulto disadattato, privo di fiducia in sé e di motivazioni per migliorare. Sembra che ancora ai primi del Novecento in Francia si dicesse normalmente: “Le persone per bene parlano provenzale solo in tre circostanze: quando vanno a pesca, quando giocano a carte, quando giocano a bocce” – be’, alla fine quel povero dialetto si impoverirà, fino ad avere un vocabolario ristretto quasi esclusivamente alla pesca, alle carte, alle bocce.

A questo punto però succede un pasticcio. La definizione di “lingua ufficiale”, si collega a quella data in cima al precedente elenco: la lingua è parlata dai ceti dominanti, dai “signori”, il dialetto è parlato dal “popolo”. Ed entrambe queste definizioni vanno a mollo nel brodo primordiale del populismo, la cui caratteristica fondamentale è proprio quella di leggere la società come un puro composto binario: c’è il “popolo”, e c’è tutto il resto: i potenti, i cattivi, i signori, i politici, gli intellettuali, dite quello che volete, insomma tutto quello che non è “popolo”. E quindi se la società è letta in questo modo rigidamente binario, lo stesso vale per la distinzione tra “lingua” e “dialetto”: la parlata del “popolo” e la parlata del “non-popolo” sono due realtà assolutamente distinte, omogenee al loro interno, e irrimediabilmente opposte. O sei “popolo”, o sei un “signore”. Non c’è via di mezzo. Non c’è comunicazione. O parli un dialetto, o parli una lingua. Ridurre l’enorme complessità sociale di una nazione evoluta, con le sue intricatissime reti di contatti, scambi, relazioni di interesse, ai soli due blocchi “popolo” e “signori”, ha come controparte ignorare la complessità di usi, forme, registri, varianti, sia delle “lingue”, sia dei “dialetti”, nonché le continue, molteplici forme di interazione, di contatto, di contaminazione, di mutua relazione; e il fatto che in vasti settori della realtà ci sono molte persone che, più o meno frequentemente, più o meno consapevolmente, passano dall’una all’altra forma di espressione a seconda del contesto, delle finalità di comunicazione, anche solo dell’umore e dello stato d’animo. Sappiamo per esempio con buona sicurezza che in tutta la storia d’Italia anche i “signori” hanno sempre parlato tranquillamente il loro “dialetto”.

La conseguenza di questa polarizzazione irrealistica e antistorica è una stramba teoria, secondo la quale l’italiano è una lingua che “non è mai esistita”, è il risultato degli sforzi di Dante, Petrarca, Boccaccio, Pietro Bembo e Mike Buongiorno, che con la complicità della politica e della scuola autoritaria hanno imprigionato la meravigliosa spontaneità dei dialetti in una soffocante gabbia di regole grammaticali.

Questa ricostruzione non ha nulla a che vedere con la storia politica e linguistica d’Italia. Quando, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, i vari stati d’Italia abbandonano il latino come lingua dello Stato, passano all’italiano. Non mi risulta che ci siano eccezioni, né resistenze. Il regno di Napoli, la repubblica di Venezia avevano un esercito e una marina; anzi, erano grandi potenze. Ma non adottano né il napoletano, né il veneziano come lingua ufficiale, che pure erano le lingue parlate quotidianamente anche dalle classi dirigenti, ed avevano anche una non spregevole dignità letteraria. Emanuele Filiberto adotta, per i territori transalpini, il francese, per il Piemonte, l’italiano; non sceglie né l’occitano, né il francoprovenzale, né il piemontese, che rimane fino al ‘900 la lingua parlata quotidianamente da tutta la classe dirigente torinese. Lo Stato della Chiesa regge il più a lungo possibile con il latino, ma alla fine adotta l’italiano, non il romanesco. E non è neanche il caso di ricordare che già Machiavelli notava che l’italiano “ufficiale” ormai è molto distante dal fiorentino parlato; ma non basta il suo prestigio per cambiare la situazione, neanche a Firenze.

Per quanto riguarda “armate e flotte”, dal ‘500 in avanti, in Italia, chi le aveva, erano le grandi potenze europee; se fosse vera la barzelletta di Max Weinrich, oggi in Italia si parlerebbe francese, spagnolo, tedesco.

Insomma, se fosse vero che “una lingua è un dialetto con un’armata e una flotta”, non so bene quale sarebbe oggi la lingua d’Italia: sicuramente non l’italiano.

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La carriera di una lingua

Tra le formulette riduttive che si dicono sulla lingua, una è quella che definisce l’italiano “un dialetto che ha fatto carriera”.

In breve, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio scrivevano nel dialetto della loro città; poi, per motivi oscuri – una torbida cospirazione di accademici parrucconi, di aspiranti condottieri di eserciti, di apprendisti ammiragli di flotte – chissà come, questo dialetto è stato imposto come lingua a tutta l’Italia.

Non è proprio così.

Per prima cosa, la Firenze di Dante, Francesco, Giovanni, non è un piccolo borgo di gente semplice dove si parla come si magna. La Firenze del ‘300 è una città con una popolazione molto composita. C’è un’aristocrazia che vanta gloriose origini, ma in realtà è formata in massima parte da arrampicatori sociali, grandi proprietari terrieri che non sdegnano di sporcarsi le mani con il lavoro e soprattutto con il denaro, popolani arricchiti che si danno arie da gran signori. Sono emersi dal nulla in diverse fasi della storia della città, ma all’inizio sono stati tutti “gente nova e subiti guadagni”. E poi c’è il “popolo”, che non è il “popolo” dei populisti d’ogni tempo, ma un mondo variopinto di nuove professioni che cercano di ritagliarsi nell’economia in forte crescita del tempo il loro spazio di privilegio, sempre con la tentazione di fare il gran salto verso uno stile di vita più signorile.

E tutto questo mondo in fermento non è mai stata chiuso “dentro la cerchia di Fiorenza antica”, ma ha sempre avuto rapporti molto stretti con il mondo degli affari, della politica, della cultura italiana ed europea con un raggio di interessi sempre più ampio.

In questa città, che è l’esatto contrario della chiusura municipale, si forma Dante. E la sua formazione si nutre della cultura che all’epoca era la cultura d’avanguardia. Dante conosce la poesia provenzale e la poesia siciliana. E di nuovo bisogna ricordare che né il provenzale trovadorico, né il siciliano della scuola siciliana, sono la rustica favella del buon popolo non ancora corrotto dall’intellettualismo radical chic. Si tratta in entrambi i casi di lingue altamente formalizzate, filtrate attraverso il gioco letterario di circoli esclusivi, che si sono sforzati il più possibile di uscire dal localismo per costruire due koinè letterarie, quella della Francia meridionale (che comprende anche la Catalogna e una buona fetta di Padania) e quella dell’Italia meridionale. In più, Dante conosce il romanzo in lingua d’oïl, che non è più da secoli la lingua della contea di Parigi, ma una lingua già fortemente internazionalizzata.

Quando Dante comincia a scrivere, è in pieno vigore la scuola che lui stesso chiama “stil novo”. E lo stil novo non è la poesia siciliana tradotta in fiorentino. Lo stil novo nasce già come una corrente più ampia non solo della dimensione cittadina, ma regionale. Il primo Guido è un bolognese, altri vengono da altre città della Toscana.

Dante scrive parecchio anche in latino. Conosce a memoria tutta l’Eneide, ma non è in quel latino che scrive. Il suo è latino medievale. Ed il latino medievale è quello che i nostri linguisti da social chiamerebbero “una lingua che non esiste”, una lingua che non è mai compressa nella gabbia delle regolette delle buone maestre di una volta, quelle che ti facevano segnacci blu se azzardavi un “famigliare” con la g. Esistono tanti latini medievali quanti sono i centri di cultura medievale, anzi, tanti latini quanti sono gli scrittori. Il latino medievale porta sempre l’impronta fortissima del suo autore; e in alcuni, diventa terreno di vera creatività, di sperimentazione.

Firenze è la città dove si è formato Dante; ma non è la città dove è stata scritta la Divina Commedia.

Il trauma dell’esilio, dello sradicamento, l’affannosa inutile ricerca di un posto dove mettere nuove radici, è stato anche un enorme allargamento della sua prospettiva linguistica.

Ci sono nella vita di Dante due esperienze bolognesi, una prima dell’esilio, l’altra dopo. Bologna è un centro dove affluiscono maestri e allievi da tutta Italia e da tutta Europa, un centro di dibattito e di contaminazioni. Il bolognese dei bolognesi veraci è un dialetto dove ogni quartiere cittadino ha un dialetto tutto suo, ma non è certo quello il bolognese a cui Dante assegna un ruolo molto importante nella formazione del “volgare illustre”.

Poi c’è il periodo veronese, a contatto con la grande aristocrazia del nord-est. Poi va (forse) a Parigi, forse a Padova: altre due città universitarie.

Il De Vulgari Eloquentia è un tentativo di cavar fuori il sugo di tutte queste esperienze; è il primo esempio in tutta Europa di un’analisi scientifica della lingua moderna, ed il fondamento di una lingua che non esiste ancora, ma di cui ci sono tutte le premesse: una lingua che nasca già con una prospettiva né municipale né regionale, ma nazionale.

Poi c’è la Divina Commedia, e qui il discorso è breve, perché tutti voi la conoscete a memoria. E tutti voi sapete che la lingua della Commedia è una lingua in cui l’autore trasferisce la grande molteplicità delle sue esperienze culturali e linguistiche. Una lingua che non parte da Firenze per parlare ai fiorentini, ma parte da questo gran fermento linguistico per parlare ad un’Italia che è già in formazione.


Passiamo a Francesco Petrarca, un fiorentino che a Firenze c’è stato forse tre settimane in tutta la sua vita.

Francesco nasce ad Avignone, figlio di un guelfo bianco che ha subito lo stesso sradicamento di Dante. Ed anche Avignone è una città in gran subbuglio, dove si deve trovare alloggio a tutta la corte papale che s’è da poco trasferita là. Corte papale vuol dire corte internazionale, una corte dove ovviamente si parla parecchio francese. Non sono competente dell’argomento, quindi non saprei dire cosa significhi “francese” nell’Avignone dei papi; ma sicuramente è una lingua di respiro molto ampio.

Ormai della grande stagione trovadorica arriva appena un’eco, e non sembra che sia questa una grande fonte di ispirazione per Francesco.

La prima lingua di riferimento per lui è sicuramente il latino, lingua nella quale scrive la quasi totalità della sua opera. Il latino di Petrarca è ormai oltre il latino medievale, siamo alle premesse dell’umanesimo, e questa lingua, che è contemporaneamente lingua della cultura, lingua della liturgia e del diritto canonico, lingua della diplomazia papale, in lui si sforza di modellarsi sui grandi modelli classici e postclassici, avendo come faro nel buio il latino di Agostino per guardare ad un’Europa che cerca di scrollarsi di dosso il medioevo.

E poi c’è il fiorentino, che ovviamente per lui è in primo luogo il dialetto del papà, un certo Petracco, esule senza qualità. Lo stesso fiorentino che aveva sentito Dante da bambino. Non è ovviamente quello che usa Francesco nelle due uniche operette in volgare: una raccolta di poesie, un frammento di poema allegorico. Per Francesco il fiorentino è la parlata di una città per la quale si prova una nostalgia così grande che si fa di tutto per non tornarci, perché si sa che non si reggerebbe alla delusione.

Il fiorentino di Petrarca quindi non è più il fiorentino di Firenze, ma quel volgare “che non esiste”, rispetto al quale la stessa lingua mutevole, sperimentale, tumultuosa di Dante pecca di municipalismo. Francesco cerca di partire non dalla Commedia, ma dall’esperienza lirica dello stil novo. Però Dante ha contato, e molto, non tanto come modello formale, ma come esempio di una poesia che rifugge ormai dal semplice gioco letterario di società, e si sforza di dire cose. In Dante questo porta a una lingua aspra, varia e mutevole com’è aspro, vario e mutevole il mondo. In Francesco lo sforzo di una lingua essenziale, che nel vocabolario specialistico e ristretto della lirica cortese trova ampia dimora, deve raggiungere una semplicità che non è innocenza primordiale, ma distillazione di studio. La lingua di Francesco deve giocare sulle microvarianti, per mostrar che potea la lingua nostra. È la lingua finissima dell’arte del tardo Gotico, premessa del Rinascimento, la lingua del mutevole gioco di consonanze della polifonia. È in questo senso, non nella maniacale selezione lessicale, che va intesa l’importanza capitale di Francesco nella storia dell’italiano.


Visto che siete già stufi di leggere come io sono stanco di scrivere, dirò poche parole – ma non perche sia meno importante degli altri – di Giovanni Boccaccio.

Dei tre, è quello per il quale la produzione latina è meno importante. Ma è quello che ha dato veramente corpo ad una lingua moderna, trasportando in prosa quello che i primi due avevano fatto prevalentemente, o esclusivaente, in poesia.

Certo, Giovanni è fiorentino. Ma è un fiorentino che ha trascorso gran parte della giovinezza a Napoli: sede di una corte internazionale di lingua francese, che prima era sotto una corte internazionale di lingua tedesca. Giovanni è un uomo di corte che quando può scappa per i mercati e i quartieri malfamati della grande città portuale; gioca a ingaglioffirsi, e poi a rivestire di panni curiali il resoconto delle sue avventure.

Giovanni ha una venerazione sconfinata per Dante; e soffre di un discreto complesso di inferiorità verso il suo corrispondente Francesco. Ma di entrambi assimila e porta al massimo grado la lezione: totale aderenza al reale, una naturalezza che è il massimo traguardo dell’arte.

È questa la lingua che Dante, Francesco, Giovanni hanno consegnato all’Italia. Una lingua che fin da allora nessuno, in Italia, ha mai pensato di chiamare “dialetto di Firenze”.