Riconoscere la Palestina come Stato

Il riconoscimento della Palestina come Stato è una decisione inevitabile, necessaria, urgente.

Si deve dare, con 77 anni di ritardo, attuazione alla risoluzione ONU 181 del 29 novembre 1947, sulla formazione di due Stati nel territorio dell’ex mandato britannico di Palestina: decisione rifiutata dal mondo arabo con una guerra rovinosa, le cui conseguenze tragiche si pagano ancora oggi.

Il riconoscimento della Palestina come Stato obbligherà la comunità internazionale e tutte le forze in campo a definire una volta per tutte i confini fra i due Stati, togliendo l’illusione, ancora coltivata da entrambe le parti, di uno Stato di Israele / di una Palestina araba “dal fiume al mare”, cioè su tutto il territorio dell’ex mandato britannico.

Obbligherà tutti a decidere chi legittimamente rappresenta la Palestina: come per ogni Stato del mondo, si dovrà individuare un unico soggetto politico col quale la comunità internazionale dovrà dialogare, e quest’unico soggetto politico dovrà assumersi la responsabilità di rappresentare tutta la Palestina, non una sua parte o una fazione.

Insomma, occorre finalmente uscire dall’ambiguità di una guerra fra uno Stato e un’entità non meglio definita, da tre quarti di secolo ancora in gestazione.

Una grande lingua e un piccolo potere

Targa tu e voi

Quand’ero giovane, uno degli episodi che si citavano per dimostrare quanto il fascismo, oltre ad essere stato un evento tragico, avesse anche lati di vera comicità, era la pretesa di sostituire il “lei”, come pronome di cortesia, con il “voi”.

Sostituzione che aveva comunque un qualche fondamento storico e culturale, poiché il “voi”, in italiano, si è sempre usato, ed in parecchi dialetti è l’unica forma ammessa. Ma faceva ridere che il Regime pretendesse di intervenire sulla lingua con apposito decreto ufficiale.

Ora un

Ora un Senato Accademico si è autonominato padrone della lingua italiana, ed ha varato, con voto quasi unanime, il decreto di sostituire il maschile con il femminile in una serie di situazioni, anche quando l’interessato sia un uomo. Cosa che, indipendentemente dalle motivazioni etico-politiche, è comunque un bell’esempio di delirio di onnipotenza.

si è autonominato padrone della lingua italiana, ed ha varato, con voto quasi unanime, il decreto di sostituire il maschile con il femminile in una serie di situazioni, anche quando l’interessato sia un uomo. Cosa che, indipendentemente dalle motivazioni etico-politiche, è comunque un bell’esempio di delirio di onnipotenza.

Tre guerre: Ukraina, Gaza, Sudan

1. La guerra in Ukraina è il passato.

Guerra a Ukraina

È l’ultima guerra del XX secolo, combattuta con ottant’anni di ritardo. Non c’è nulla, in questa guerra, che non si sia già visto nell’inferno del 1914-45.

Una smisurata volontà di potenza. Una paranoica sindrome di accerchiamento. Un potere autocratico all’interno, che sfoga le sue contraddizioni con l’aggressività all’esterno, e usa la guerra ai confini come propulsore della repressione all’interno. Non manca neppure il progetto di ricondurre le Terre Irrendente entro i sacri confini della Patria.

Lo stesso si può dire per le modalità di combattimento. Il (fallito) blitz di migliaia di tank contro la capitale nemica. Il (fallito) tentativo di sbarco nella zona di Odessa. Gli (inutili) bombardamenti terroristici contro le città e le strutture civili. Una (impotente) guerra di posizione nelle aree occupate: una fascia di territorio larga poco più di duecento km a ridosso del confine. Campi minati, villaggi rasi al suolo, migliaia di km di trincee. E alla fine, lo scivolamento verso l’idea goebbelsiana della “guerra totale”: la sistematica militarizzazione della Russia, con la decisione di aumentare nel 2024 le spese militari, già altissime, di un ulteriore 70%. Ma, nonostante l’enorme sproporzione di forze, la guerra rimane ferma, senza progressi significativi.

Date le premesse, questa guerra può terminare solo o con la vittoria militare della Russia, o con la vittoria militare dell’Ukraina. Se si arriverà alla trattativa, sperata e reclamata da tutti gli uomini di buona volontà, questa non sarà altro che la traduzione, nel freddo linguaggio della diplomazia, della situazione creatasi nel sangue e nei veleni dei campi di battaglia.

La prospettiva peggiore è certo quella di una vittoria militare della Russia. Non solo l’Ukraina si vedrebbe relegata ad un puro satellite del vincitore, nella migliore delle ipotesi in condizioni di sovranità limitata, ma l’oligarchia russa sarebbe incoraggiata a proseguire sulla strada intrapresa. Già oggi quasi tutte le risorse economiche del paese – in gran parte derivanti dall’esportazione di idrocarburi – sono volte ad alimentare la guerra, e, con oltre mezzo milione di soldati sotto contratto schierati lungo il fronte del Donbass, la guerra è la miglior prospettiva occupazionale per le giovani generazioni. Un simile futuro – un simile ritorno al passato – in un paese che ha centocinquanta milioni di abitanti, su una superficie superiore a quella di UE e Cina sommate insieme, rappresenta un rischio mortale a livello globale.

2. La guerra di Gaza è l’incognita del futuro.

Guerra a Gaza

Non solo non si sa chi vincerà, ma qualunque ipotesi sull’esito di questa guerra apre scenari terribilmente indeterminati.

La cosa peggiore, è che né Israele, né i Palestinesi hanno un progetto per il futuro. Entrambi viaggiano alla cieca, fra il fumo delle esplosioni e il pantano dei loro errori.

Israele ha due nemici: uno sono i Palestinesi; l’altro, trecento milioni di arabi, e due miliardi di musulmani, per molti dei quali israele è un corpo estraneo del mondo, che non dovrebbe esistere.

Anche i Palestinesi hanno due nemici. Uno è Israele, che non si è mai impegnato seriamente a cercare una forma di coesistenza. L’altro, sono trecento milioni di arabi, e due miliardi di musulmani, che in quasi ottant’anni non hanno mai mosso un dito per aiutare concretamente quei poveracci. Li hanno sempre solo spinti alla guerra. E soprattutto, non li vogliono a casa loro. La Cisgiordania, il Libano, la Siria sono stati in diverse occasioni teatro di terribili stragi di Palestinesi. L’assedio di Gaza è completato a sud ovest dall’impenetrabile confine di Rafa, la barriera più inamovibile, la roccia su cui l’Egitto ha posto le fondamenta per la sua politica nella regione.

Non si sa quali indicazioni, quali promesse abbia ricevuto Hamas per attuare l’attacco del 7 ottobre, ma l’unica spiegazione è che si sia trattato del tentativo di creare una svolta definitiva al conflitto, l’idea di produrre una rottura degli equilibri così forte da indurre il resto del mondo arabo-islamico a intervenire direttamente. Ma l’ultima guerra che ha coinvolto direttamente gli stati nella regione contro Israele è finita nel 1973. Dopo di allora, i diversi regimi, tutti più o meno dittatoriali, molti ferocemente spietati contro i loro stessi cittadini, come l’Iran, continuano a combattere per interposta persona: gli Huti, gli Hezbollah, e soprattutto i Palestinesi stessi, chiusi entro i loro ristrettissimi confini come topi in gabbia, con un nemico irriducibile di fronte e un muro invalicabile alle spalle.

Tanto gli Israeliani, alla ricerca di una vittoria militare schiacciante, quanto i Palestinesi, educati da generazioni alla prospettiva di un’impossibile ritorno alle terre perdute dai loro bisnonni, non hanno in realtà un progetto realistico del futuro. Sono quindi costretti a prolungare i combattimenti, tra distruzioni enormi, per non dover riconoscere che non sanno neanche loro per che cosa combattono.

3. La guerra in Sudan è l’eterno presente.

Guerra in Sudan

Uno dei paesi più poveri del mondo vive da sempre in uno stato di guerra semipermanente. Ricordo solo di sfuggita che il Sudan (in arabo “terra dei neri”, l’antica Nubia delle fonti classiche) fino a tutto il XIX secolo è stato il serbatoio da cui le bande di razziatori provenienti dall’Egitto prelevavano giovanissimi schiavi di entrambi i sessi da avviare ai mercati dell’impero ottomano, distruggendo e sterminando tutto ciò che non si poteva o non conveniva portare via. Negli ultimi decenni, due successive guerre civili, condotte con i metodi del più feroce conflitto etnico, sono terminate con l’indipendenza del Sud Sudan (2011). L’attuale conflitto vede contrapposte le forze armate del governo ufficialmente riconosciuto all’estero, e una struttura denominata “Forze di intervento rapido”, bande armate prive di alcun riconoscimento ufficiale, ma assai ben attrezzate e spietatamente determinate. Entrambe le fazioni sono state responsabili in passato di enormi devastazioni e stragi nella parte meridionale del paese, dove è presente una minoranza cristiana.

L’attuale guerra, cominciata nell’aprile del 2023, è quindi la fase più recente di secolari sofferenze di un paese dominato dall’estrema miseria e da feroci stragi etniche, dove gruppi dirigenti privi di legittimità e di consenso gareggiano fra di loro a chi impone il maggior terrore.

Il Sudan vive nel quasi totale isolamento rispetto al resto del mondo. Non si hanno notizie certe sull’andamento della guerra, né soprattutto sul numero delle vittime. Si parla di decine di migliaia di morti fra la popolazione civile, e di alcuni milioni di sfollati. Ma è la natura stessa del paese a impedire riscontri oggettivi, e i dati, soprattutto nelle campagne e nelle zone più isolate, sono sicuramente molto più alti di quelli che filtrano all’esterno

Mentre le altre due guerre hanno avuto fin dall’inizio una fortissima copertura mediatica, e sono tutt’ora oggetto di opposte valutazioni storiche, politiche e strategiche, il conflitto in Sudan non sembra destare il minimo interesse, né alcuna partecipazione emotiva. Niente foto di bambini, niente storie di abusi, niente denunce di crimini, niente servizi giornalistici, niente testimonianze di personale straniero, niente appelli presso le istituzioni internazionali. La guerra nel Sudan non è in grado né di suscitare emotività, né attirare solidarietà, né di alimentare partigianerie politiche, manifesti di denuncia, dimostrazioni di piazza.

È sempre stato così, e temo che continuerà ad essere così per un futuro indeterminato.

Guerra a Gaza: e poi?

Gaza

A un mese dall’inizio di questa guerra, la situazione non sembra presentare possibilità di esito positivo.
Il doppio compito che si è assunto Israele: liberare tutti gli ostaggi, eliminare tutti i terroristi, è chiaramente irraggiungibile. Il costo da pagare, sia in termini di vittime, sia di deterioramento dei rapporti interni ed internazionali, è altissimo.
Dal punto di vista di Hamas, sul momento è una vittoria completa. Nella logica del terrorismo, che non è la logica degli Stati, le vittime, anche le vittime civili, anche le vittime del proprio stesso popolo, sono punti a favore. Nella logica degli Stati, sono tutti elementi a sfavore. Questa è la grande asimmetria alla base di questo conflitto.
Al di là di questa situazione di vantaggio, non è chiaro però quale potesse essere l’obiettivo di Hamas. Poiché si è trattato di un attacco accuratamente pianificato, con l’impiego di grandi mezzi, vasto personale, determinanti appoggi esterni, scelta molto precisa del momento migliore, capacità di sfruttare i punti deboli del nemico ecc. è evidente che doveva esserci un progetto strategico di vasta portata, con la prospettiva di imporre una svolta radicale al conflitto.
Non è possibile sapere esattamente quale fosse questo obiettivo. Ma SE l’obiettivo era l’allargamento del conflitto, creare il punto di rottura per una guerra generale, quest’obiettivo non è stato raggiunto. Per lo meno, non ancora.
L’ultima guerra fra Stati nella regione è finita cinquant’anni fa (le due “guerre libanesi” del 1982 e del 2006 hanno coinvolto prevalentemente formazioni “fluide” come Hezbollah, solo in modo marginale l’esercito statale libanese). Da mezzo secolo la scelta strategica di tutti gli Stati “alleati” dei Palestinesi è stata “armiamoci e partite”. Trecento milioni di Arabi, due miliardi di Musulmani non hanno mai mosso un dito, non hanno mai dato un centesimo, per migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi. Li hanno sempre solo spinti alla guerra, al grido di “la vostra lotta è la nostra lotta”. In questo mezzo secolo i Palestinesi sono stati le vittime sacrificali di un’enorme macchina di consenso interno in altri paesi; quella che ancora in questi giorni riempie di folle furibonde le piazze di tre continenti.
Erano in molti ad aver bisogno di questa ventata di unanimismo. La maggior parte degli Stati intervenuti come “facilitatori” esterni, a partire dall’Iran, hanno enormi problemi di coesione interna. Anche un attore che non appartiene all’area arabo-islamica, la Russia, deve far fronte ad una crisi che per ora non si manifesta apertamente, ma prima o poi esploderà, in modo tanto più violento quanto più se ne rimanda la maturazione. Altri attori importantissimi, non coinvolti direttamente, l’India e la Cina, per ora stanno a guardare senza intervenire: non hanno niente da guadagnare da questa guerra, e fanno ben attenzione a non correre rischi inutili.
Nessuno, per il momento, sembra avere la minima intenzione di mettere i piedi direttamente sul terreno di questo scontro. E i più decisi a starne fuori sono gli Egiziani, il cui ruolo è sempre sicuramente decisivo. L’Egitto è l’unico paese, oltre a Israele, a confinare con Gaza, e da vent’anni la sua posizione è sempre stata fermissima: evitare in ogni modo un collegamento operativo tra Hamas e i Fratelli Musulmani. Anche a costo di chiudere Gaza in un blocco anche più rigido di quello imposto da Israele. Ultimamente l’Egitto ha permesso l’uscita di ottanta (80!) Palesinesi gravemente feriti, e di circa duecento con doppio passaporto; poi il varco si è chiuso con inesorabile fermezza.
L’azione di Hamas, sul piano tattico, è stata un’iniziativa esemplare per efficacia e tempestività. Sul piano strategico, è stata un’azione largamente eterodiretta. In prospettiva, un’azione senza un esito prevedibile.
Tanto Hamas quanto Israele si troveranno prima o poi di fronte ad una domanda molto difficile: che fare DOPO?

Benjamin Netanyahu

Benyamin Netanyahu
Benyamin Netanyahu durante il servizio militare

Quando nel mondo sale la tensione, prima o poi la Storia trova l’uomo giusto per fare la cosa sbagliata.

In questo caso, l’uomo è Benjamin Netanyahyu.

La sua avventura politica è qualcosa di classico. Un uomo forte, con una brillante carriera militare alle spalle, che sale al governo promettendo al suo popolo “sicurezza”. E naturalmente, lascia dietro di sé solo macerie.

La sua azione distruttiva sulla società israeliana è esemplare. Come tutti gli uomini di destra, ha cercato consensi nella destra più estrema. Ha stretto alleanza con i fanatici religiosi, tradendo l’impostazione laicista dei Fondatori. Ha incoraggiato i coloni all’occupazione illegale di terre in Cisgiordania, mettendo sempre più in imbarazzo gli alleati di Israele nel mondo. Ha iniziato un braccio di ferro con l’opinione pubblica e il Parlamento per combattere una sua guerra personale contro la magistratura, cosa che è il tratto più caratteristico di tutta la destra contemporanea, da Berlusconi a Trump, da Orbán a Meloni a Renzi. In questa battaglia è entrato in collisione non solo con il mondo progressista e democratico, ma anche con fette dell’establishment e, pare, addirittura delle Forze Armate: cosa che probabilmente non è estranea a queste ultime vicende.

E soprattutto, ha commesso il peggior errore che possa commettere un uomo politico: di fronte al problema più grave, non ha cercato di risolverlo, ma l’ha semplicemente rimosso.

Il problema di Israele sono i palestinesi. Non è il caso qui di ripercorrere tutta quella storia tormentata, mi limito a dire, che se hai un nemico, o decidi di combatterlo, o cerchi di venire ad un accordo. Ci sono diverse circostanze e motivazioni che possono spingere in una direzione nell’altra, ma un qualche progetto lo devi avere. Netanyahyu si è comportato come se il problema non esistesse, come se i palestinesi non fossero un problema. Al massimo, una banale questione di ordine pubblico. In Cisgiordania si agitano? Lanciano sassi? Ci pensa la polizia. Da Gaza partono missili? Spariamo qualche missile in risposta. Non c’è da preoccuparsi. Ordinaria amministrazione.

Tutti si sono chiesti come sia possibile che i mitici servizi segreti israeliani non abbiano avuto sentore dell’attacco imminente. Be’, la spiegazione è quella di sempre. Se chi sta in alto pensa che non ci sia da preoccuparsi, che non potrà succedere nulla di grave, chi sta sotto si deconcentra. I controlli più accurati, le procedure più sofisticate diventano banale routine. Ti passa sotto il naso un elefante, al massimo gli chiedi la carta di circolazione.

Il risultato? Mentre il governo pensava alle sue riformette, ai processi da bloccare, ai giudici da controllare, Hamas metteva in atto l’attacco più devastante di tutta la storia di Israele.

Come non aveva un progetto quando pensava che le cose andassero bene, il governo continua a non avere un progetto ora che è in guerra. Invadere Gaza, ma per fare cosa? Scavare nella sabbia, per cercare gli ostaggi nascosti in chissà quale galleria? Ammazzare gli uomini di Hamas, un esercito che non ha divise né mostrine? e tutto questo nell’area più popolata del mondo? e soprattutto, contro un esercito che, come l’ISIS, esalta il martirio, che non dà il minimo valore alla vita, né alla propria, né a quella del nemico, né a quella del suo stesso popolo?

Si discute chi sia il vero responsabile della strage all’ospedale, ma in ogni caso si tratta della prova dell’impossibilità di fare una guerra in quella zona. Netanyahu ha infilato il suo paese in una trappola da cui nessuno sa come potrà uscire.

Tutto questo, in un quadro internazionale già avvelenato. In quasi due anni di guerra, Putin finora non ne ha azzeccata una. Ha commesso un errore disastroso dopo l’altro. La Russia si trova in condizione di quasi totale isolamento. Da quel sabato, le cose sono cambiate. La relazione tra le due crisi è rappresentata dall’Iran, l’unico paese che fornisca un effettivo aiuto militare alla Russia, e il principale sponsor (e probabilmente non solo sponsor) di Hamas. Per la prima volta dall’inizio della guerra inm Ukraina, Putin può registrare, anche se non per merito suo, un punto di vantaggio.

L’asse Mosca – Teheran – Gaza non ha, ovviamente, alcuna chance di vincere la sua guerra, ma avrà ancora per lungo tempo agio di combinare guai immensi.

Guerra Hamas-Israele: quando l’imprevedibile è prevedibilissimo

In genere le guerre le vince non chi ha le armi più potenti, ma chi ha il miglior progetto politico.

Ultimamente non sembra che Israele abbia un grande progetto politico.


Attacco Hamas
L‘attacco Hamas a Israele. Foto Al Jazeera.

Per decenni i Palestinesi sono stati carne da cannone per i diversi poteri presenti in Medio Oriente. Dopo il rifiuto della deliberazione ONU sulla costituzione di due Stati, sono vissuti in un limbo giuridico, continuamente spinti al conflitto da messaggi illusori che promettevano un ritorno sulle loro antiche terre con le armi in pugno. La questione palestinese è stata agitata da diversi poteri dittatoriali, per tenere alta l’esaltazione nazionalista e religiosa, e con l’illusione di creare guai all’Occidente. Questo ha portato ad un continuo degrado della loro situazione, non lasciando altra prospettiva se non quella di un’impossibile eliminazione dell’“entità sionista”. Per Israele questo è stato il pretesto di un graduale allargamento del territorio, pagato però al prezzo di una continua insicurezza.

Col nuovo secolo la situazione si è ulteriormente aggravata. Gli stati della regione hanno visto un costante deterioramento della loro situazione interna e delle loro relazioni internazionali. Le “Primavere Arabe” invece di portare ad uno sviluppo democratico, hanno dato vigore a vari movimenti islamisti: ma la democrazia è un sistema eminentemente laico, non è un progetto che si realizza “in nome di Dio”. La confusione che ne è seguita, ha portato poco per volta a rendere meno importante la questione palestinese. I conflitti che ne sono seguiti avevano come obiettivo il potere nei diversi Stati arabi, e la guerra dell’ISIS ha totalmente ignorato i Palestinesi e i loro problemi. La Palestina poco per volta è uscita dall’attenzione del mondo.

Questa sarebbe stata l’occasione per Israele di proporre un piano coraggioso di normalizzazione dei rapporti con i Palesinesi. Piano sicuramente difficile, anche perché la rappresentanza politica dei Palestinesi è piuttosto evanescente e debole là dove la questione delle occupazioni illegali è particolarmente grave, mentre a Gaza, da cui Israele è uscito nel 2005 con l’evacuazione forzata di 800 coloni illegali, l’organizzazione radicale islamista Hamas prendeva il potere, iniziando una campagna di attacchi contro Israele seguiti da violente rappresaglie.

In Israele è maturata l’illusione che la situazione potesse durare all’infinito: stati arabi al collasso, Palestinesi di Cisgiordania impotenti e frustrati, Gaza nelle mani di un gruppo terrorista impresentabile, capace solo di provocare molti più danni ai Palestinesi stessi che agli Israeliani.

Benjamin Netanyau è andato al potere promettendo agli Israeliani di mantenere la sicurezza con la forza. Ma una brillante carriera militare non garantisce la capacità di elaborare un una strategia politico-militare efficace a lunga scadenza: anzi, in genere, è il contrario.

Netanyau ha commesso una lunga serie di errori. Si è cullato nell’illusione di tenere sotto controllo i Palestinesi col pugno di ferro. Ha coinvolto nel potere gruppi religiosi radicali (ma di nuovo: la democrazia è incompatibile con il fanatismo religioso). Ha sostenuto apertamente le occupazioni illegali di territorio in Cisgiordania, erodendo le fondamenta giuridiche stesse dello stato di Israele. Ha avviato un’inutile e contestata riforma della giustizia, alimentando il sospetto che si volesse mettere sotto controllo la magistratura per proteggere situazioni di corruzione. Una situazione senza via d’uscita. Alla fine, con un contrappasso esemplare, è andato a sbattere proprio contro un attacco militare assolutamente prevedibile nella sua imprevedibilità.

Insomma, come sempre, l’estrema destra ha fallito clamorosamente proprio nella sua promessa più forte: la sicurezza.

Adesso non so cosa succederà. Il mio augurio è che qualche persona ragionevole in Israele si faccia avanti per rimediare a questo enorme disastro: ristabilire la democrazia, ristabilire l’indipendenza della magistratura, ristabilire la laicità dello stato, dare ai Palestinesi una qualche prospettiva di uscire da uno stato di guerra permanente.

Eduardo, Hitler, Putin: “O isso, o io!”

O Isso O Io!

1. Nel Sindaco del Rione Sanità di Edoardo de Filippo, il vecchio camorrista Don Antonio ricorda un episodio di gioventù. Era un povero pastorello, e le capre che aveva in custodia avevano sconfinato in una tenuta privata. Il custode di quella tenuta se ne accorse, e prese crudelmente a botte il ragazzino. Questi, tornato malconcio a casa, più che dalle ferite era tormentato da un’idea fissa: “O isso, o io! O isso, o io!” L’offesa ricevuta era diventata una questione esistenziale. Alla fine si decise. Prese un’arma, andò, e uccise il suo nemico.

Di qui cominciò una carriera criminale che lo portò ad essere, nel suo quartiere, un uomo a cui nessuno poteva dire di no.

2. Nel gennaio del 1933 Adolf Hitler divenne Cancelliere del Reich. Sono molti i fattori che avevano portato l’ex caporale al vertice del potere. Fra questi sicuramente l’appoggio delle Sturmabteilungen, i “reparti d’assalto”, che da anni terrorizzavano la Germania, ed erano arrivate a contare centinaia di migliaia di militanti violenti e fanatici, riconoscibili per le loro “camicie brune”. All’inizio dell’anno successivo, cominciarono ad esserci attriti tra la dirigenza del partito nazista e questa forza irregolare, animata da un’ideologia populista e “antisistema” che sognava una “rivoluzione”. Non vi furono mai veri atti di ribellione, ma nel giugno del 1934 Hitler risolse la questione eliminando fisicamente i capi delle SA, a partire dal potentissimo Ernst Röhm, fino a quel momento l’unico che avesse goduto del privilegio di dare del “tu” al Führer.

Questa specie di “putsch” interno comportava sicuramente dei rischi, ma si risolse in un successo senza ombre. Hitler aveva scelto da solo, e perfettamente, l’obiettivo, il tempo, il modo, e colpì senza esitazione. Non ci fu nessuna opposizione, nessun accenno di protesta. La strage cementò il suo legame con la forza spietata delle SS, che erano legate a lui da un giuramento di fedeltà senza riserve. Hitler in quel momento era in ascesa, e l’operazione lo confermò il capo assoluto della Germania nazista, una specie di Giove tonante che lancia fulmini e sentenze senza appello. Anche grazie a questo colpo di mano, si garantì fino alla fine, quando ormai la Germania era ridotta a un deserto di macerie, e l’Armata Rossa era ormai a poche centinaia di metri dal suo bunker, il privilegio d’essere l’unico giudice di sé stesso.

3. Una decina d’anni fa Vladimir Putin si accorda con un personaggio dalla vita torbida, Evgenij Prigožin, un imprenditore di non grandissimo risalto, fondatore di una compagnia militare privata, per assegnargli alcune operazioni sporche in cui le forze armate della Federazione Russa non dovevano ufficialmente comparire. Il Gruppo Wagner diviene in seguito sempre più importante, largamente sostenuto e finanziato dal governo russo, ed opera in diversi settori, dalla Siria all’Africa centrale all’Ukraina.

Putin compie l’errore capitale di dare sempre più spazio a questi brutali combattenti (spesso reclutati nelle carceri) e al loro esuberante capo. Costui occupa una posizione sempre più importante non solo nelle operazioni militari, ma anche nell’immaginario delle forze nazionaliste e revansciste del mondo politico e dell’opinione pubblica russa, convinte di poter rovesciare il corso della storia e ridare alla Russia quel ruolo imperiale perso irrimediabilmente con la dissoluzione dell’URSS.

Quando la campagna in Ukraina comincia ad accumulare un insuccesso dopo l’altro, e si riduce ad una costosissima e interminabile guerra di logoramento lungo una fascia di territorio larga poco più di 200 km lungo il confine, la presenza di Prigožin diventa sempre più ingombrante. Il capo mercenario avanza richieste sempre più pressanti di rifornimenti, e soprattutto di libertà d’azione, arrivando addirittura a chiedere la sostituzione dei capi politici e militari della guerra in corso. Putin tenta di riprendere in mano la situazione, chiedendo ai Wagner di accettare l’arruolamento nelle forze armate regolari: richiesta, prevedibilmente, respinta. A questo punto le vicende prendono un corso confuso, a volte francamente comico. Mentre Prigožin si rende sempre più spesso irreperibile, una colonna corazzata di Wagner occupa la città di Rostov e imbocca l’autostrada che conduce a Mosca. Alcuni militari dell’esercito regolare compiono l’errore di fare il proprio dovere, e vengono falciati. Ma poi questo strano golpe si interrompe, i blindati arretrano, Prigožin scompare.

I giorni succesivi alla “mezza marcia su Mosca” sono confusi, incomprensibili. Prigožin viene ufficialmente accusato di tradimento e di insurrezione armata, ma non risulta che vengano presi provvedimenti contro di lui. Interviene, non si sa a che titolo, il presidente bioelorusso Lukashenko, che si presenta come “mediatore” e “pacificatore”. Promette ai Wagner e al loro capo asilo in Bielorussia. Per accogliere i miliziani fa allestire in quattro e quattr’otto un campo militare, destinato a restare deserto. Prigožin, sempre inafferrabile, lancia messaggi sempre più aggreessivi dai suoi rifugi segreti, dall’Africa, da non si sa dove.

Alla fine, sembra che si sia stato un incontro segreto fra i due rivali. Poco dopo, un aereo in volo da Mosca a San Pietroburgo precipita in fiamme. Le autorità del Cremlino permettono che i media diano ampio risalto all’evento, addirittura che circolino apertamente voci su un’azione della contraerea russa e un diretto coinvolgimento di Putin: voci che solo dopo un paio di giorni vengono smentite con freddezza burocratica dal Cremlino.

Il bilancio di tutto questo? Be’, è risaputo che Putin da sempre ama eliminare i suoi nemici “alla scordatina”. Veleno, suicidio, incidente, chissà. Ma qui la situazione si era spinta troppo oltre. Il gruppo Wagner era ormai un elemento impazzito del sistema. Putin per anni aveva favorito e foraggiato un mostro da cui alla fine ha rischiato di venire travolto. Ha dovuto agire in modo clamoroso, poiché era ormai evidente di fronte al mondo intero che non aveva più il controllo della situazione. Non ha scelto né l’obiettivo, né il modo, né soprattutto il tempo, dell’azione. La sua forza, è stata chiaramente la forza della disperazione.

Si è svolta in questi giorni a Città del Capo la riunione dei BRICS. Riunione a cui Putin ha partecipato in videoconferenza, poiché se fosse andato di persona, il governo sudafricano avrebbe dovuto mettergli le manette.

Nel corso della riunione, è stato annunciato che il gruppo Wagner, a cui da anni la Federazione Russa aveva delegato la sua politica estera verso diversi paesi africani, non esiste più.

Gorbačëv, ieri e oggi

La morte di Gorbačëv ci spinge ad alcune considerazioni, ed a confronti con il presente. Considerazioni, spero che sia chiaro, ispirate al più rigoroso materialismo.

Gorbačëv e Putin

Attribuire a Gorbačëv la responsabilità della fine dell’Unione Sovietica, è puerile. Le grandi trasformazioni storiche non sono il prodotto della politica, sono eventi che hanno cause profonde e complesse. Il compito della politica è governare queste trasformazioni, e indirizzarle verso una soluzione.

Il grande merito di Gorbačëv è stato quello di dare alla fine di quel sistema economico e sociale il carattere di una trasformazione pacifica. Considerando l’enorme potenziale militare dell’URSS, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega ben diversa, con conseguenze catastrofiche difficilmente immaginabili. In Romania, dove l’influenza sovietica era da tempo debole, e quindi la capacità direzionale di Gorbačëv non poteva arrivare, il crollo ebbe l’aspetto di una guerra civile – violenta, ma fortunatamente breve. Ma pensiamo cosa sarebbe successo se a Mosca in quegli anni ci fosse stato, al posto di Gorbačëv, un uomo come Ceauşescu.

Il crollo del sistema partì dalla periferia, dove la crisi del sistema assunse caratteri peculiari. In Polonia riacutizzò l’antichissima contrapposizione etnico-religiosa fra l’antica nazione cattolica e la Russia ortodossa… ehm, scusate, socialista. Nella Repubblica Democratica Tedesca emerse soprattutto l’aspirazione ad uno stile di vita diverso, anche dal punto di vista dei consumi, aspirazione acutizzata dalla “vetrina” di Berlino Ovest.

Al centro, l’elemento scatenante fu la consapevolezza di quanto l’apparato militare sovietico che aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale fosse ormai diventato obsoleto: la sconfitta nella competizione missilistica con gli USA, e il fallimento della guerra in Afghanistan.

Le conseguenze, alla periferia e nel centro, sono state di tipo opposto. I paesi dell’ex Patto di Varsavia hanno avuto un atterraggio morbido nelle grandi istituzioni internazionali confinanti: l’UE e la NATO. È stato un evento inevitabile, e fondamentalmente positivo, poiché ha permesso una rapida stabilizzazione della crisi. La storia non si ferma mai, ed oggi quei paesi devono affrontare i problemi tipici di tutte le moderne società industriali. Ma questa è un’altra storia.

Molti attribuiscono la svolta nella collocazione internazionale di questi paesi, e la conseguente tensione con la Russia post-sovietica, alla volontà espansiva dei centri di potere occidentali. Purtroppo, il marasma culturale in cui è caduta la nostra sinistra, con la perdita dei suoi principali punti di riferimento, ha creato un vuoto, che progressivamente si è riempito, e continua a riempirsi, con i miti caratteristici del pensiero della destra, a partire dal più tossico di tutti, il cospirazionismo: l’idea che i destini del mondo siano determinati dalle oscure trame di perfidi burattinai. Per non parlare della mitica eterna contrapposizione tra le due grandi entità metafisiche dell’“Occidente” e dell’“Oriente”.

In Russia, le conseguenze sono state purtroppo, e forse inevitabilmente, più pesanti. La fine del Patto di Varsavia ha portato alla fine della centralità internazionale della Russia: un evento paragonabile solo alla fine dell’Impero Austro-ungarico e del Reich guglielmino; e sappiamo quali frustrazioni ciò abbia prodotto in un’intera generazione di tedeschi, e con quali conseguenze. Il collasso del sistema industriale, gestito male, in nome di una pura e semplice “efficienza”, ha portato ad un radicale mutamento del tenore di vita, con la perdita di tutte le sicurezze esistenziali che il socialismo “dalla culla alla tomba” sapeva garantire. È un fenomeno simile alla deindustrializzazione dell’Inghilterra in età thatcheriana, ma con conseguenze umane ancora più devastanti. La Russia si scopre oggi un paese poverissimo: un deserto punteggiato di pozzi per l’estrazione di idrocarburi.

Il senso di frustrazione dei russi è pienamente comprensibile. Per loro, e per nostra, sfortuna, la Russia ha trovato l’uomo capace di incarnare questa frustrazione. Così in Germania e in Austria negli anni ’20 e ’30 con Hitler, Putin è riuscito a convogliare tutto il malessere sociale verso l’esterno. Il mito di una Russia “pugnalata alle spalle” e circondata dall’”abbaiare” della NATO, è talmente forte da aver contagiato perfino l’inquilino di un Colle piuttosto alto.

Oggi quello che rimane della gloriosa Armata Rossa si sta suicidando nelle immense pianure a nord del Mar Nero. Per ironia della sorte, non molto distante da quelle pianure che videro la catastrofe di quell’altra armata, ottant’anni fa. Speriamo, con conseguenze meno devastanti.

Visto che si parla di diplomazia

Papale papale

La guerra si fa con i fatti. Nessuno si aspetta che George Smith Patton usi un linguaggio forbito.

La diplomazia si fa parlando. Quindi le parole sono la sostanza, non un accessorio.

Chi fa diplomazia, parla usando un linguaggio che è funzionale al risultato diplomatico che vuole ottenere.

Quando Biden ha definito “macellaio” Putin, sapeva benissimo di mandare un messaggio di non disponibilità al dialogo. Mandava questo messaggio a Putin stesso, alle diplomazie degli altri paesi del mondo, all’opinione pubblica del suo paese, all’opinione pubblica del mondo. Di sicuro non ha detto “macellaio” perché in quel momento era la prima parola che gli è venuta in mente. Avrà fatto bene, avrà fatto male, si può discutere, ma sicuramente era un messaggio meditato. E chi l’ha pronunciato se ne assume interamente la responsabilità.

Il Papa non è uno come noi, che a tempo perso cazzeggiamo sui social. Il Papa è un Capo di Stato, sia pure dello Stato più piccolo al mondo. È anche Capo di una Chiesa che riunisce centinaia di milioni di fedeli nel mondo. Ogni sua parola ha grandissima risonanza in tutto il mondo.

Il Papa ha deciso di usare una metafora animalesca per qualificare un’organizzazione internazionale che riunisce 30 Stati. Cani che “abbaiano”. Papale papale.

Tra l’altro, tra questi cani che “abbaiano”, vi sono paesi a maggioranza cattolica, e paesi che sentono questo conflitto molto vicino. Mi chiedo per esempio come l’abbiano presa in Polonia, paese ultracattolico, dove la terra trema ogni volta che un missile colpisce la città ex-polacca di Leopoli. Anche loro, cani che “abbaiano”? Aspettiamo una precisazione dalla diplomazia vaticana.

Inoltre, con questa metafora molto espressiva, il Papa ha mostrato di aver per lo meno una certa comprensione per le motivazioni addotte dal Governo russo a sostegno della sua invasione dell’Ukraina. La Russia è “circondata” dalla NATO, ed è entrata in guerra, pardon, in “operazione militare speciale”, come reazione a quest’assedio.

Tornando al punto iniziale, con quest’affermazione il Papa ha avvicinato, oppure no, una soluzione diplomatica del conflitto?

Il Papa si è presentato come possibile mediatore nel conflitto?

Vedremo presto.