Allora diciamolo che se la sono voluta

“… Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui… fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate… Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro…”

I Promessi Sposi I

Due romanzi sull’AOI

Tempo di uccidere
di Ennio Flaiano (1947)

La vicenda imperiale, a differenza di tanti altri capitoli della nostra storia patria, non ha lasciato grande traccia nella narrativa.

L’unica opera della letteratura, come si dice, ufficiale, ma preferirei dire “professionale”, è Tempo di uccidere di Ennio Flaiano.

Il libro, pubblicato la prima volta nel 1947, ebbe un certo successo, fu poi quasi del tutto dimenticato, e credo che non sia più stato ristampato per decenni, fino ad una riedizione di alcuni anni fa. Ne è stato anche tratto un film, che non ho visto, e non mi risulta abbia avuto una grande risonanza.

L’autore ebbe una certa fama, negli anni ‘50 e ‘60, per un talentaccio che nessuno gli può negare, ma forse ancora di più per meriti mondani nella grande Roma dei tempi de Fellini.

Non starò a moraleggiare sulla sua adesione al fascismo. Flaiano era nato nel 1910, non vide altro che fascismo da quando ebbe raggiunta l’età della ragione, e divenne maggiorenne quando il fascismo era cosa che si respirava nell’aria. Non aveva quindi nessun bisogno di fare particolari atti di contrizione quando, giovane signore di belle speranze, si trovò a vivere nell’Italia postfascista.

Io ho sempre trovato sgradevolmente ipocrite le sottolineature che, per lo più da destra, si fanno sugli esordi degli uomini di quella generazione; non tornerò sull’argomento. Ruggero Zangrandi, che di Flaiano era quasi coetaneo, ha già detto tutto cinquant’anni fa.

Proprio per questo mi infastidiscono i patetici tentativi di difesa di chi affetta superiorità rispetto al corso della storia, in nome dell’eterno “sono tutti uguali”. Un’inutile coda di paglia, che porta con sé la rinuncia ad una vera rilettura critica del passato.

Ho detto questo per spiegare come mai Tempo di uccidere si è risolto in un sostanziale fallimento. Tratta di un’epoca cruciale per la nostra storia, senza mai riuscire a tirar fuori la testa dal bozzolo del “privato”, come si chiamerà parecchi anni dopo.

(Ci dice molte più cose un’opera di assai minori qualità letterarie, ma senza preoccupazioni mimetiche, come Il garofano rosso di un giovanissimo Vittorini, classe 1908, allora convinto fascista).

Insomma, il libro di Flaiano è indubbiamente scritto bene, e appunto per questo è grande la sua responsabilità nel non aver saputo rendere grandezze e miserie di un’epoca che in ogni caso non meritava di essere dimenticata.

Un giovane ufficiale italiano ha un incontro occasionale con una giovanissima etiope (i rapporti con le minorenni sembrano il chiodo fisso di tutta la memorialistica dell’epoca), la ferisce accidentalmente con un colpo di pistola, poi non sapendo che fare la uccide e ne nasconde il corpo nella foresta. Ossessionato dai rimorsi, dal mal di denti, dal timore di essere stato contagiato da una brutta malattia (la lebbra, non quello che si potrebbe pensare), vaga tra Massaua e dintorni, meditando un’impossibile fuga. Finita la licenza ottenuta per motivi di salute, finiscono anche i cattivi pensieri, e il nostro eroe torna alla vita di sempre.

Il tema, l’ambientazione, potrebbe essere l’occasione per una visione un po’ più profonda sull’esperienza di chi si è trovato a vivere in quell’epoca. Ma più si va avanti nella lettura, più si sprofonda nella melma dell’autocommiserazione e del piagnisteo, senza mai d’altra parte leggere qualcosa di memorabile sul tema della colpa. Non ci attendiamo grandi voli mentali dal protagonista, che è un mediocre, e nessuno gliene fa una colpa, ma, come diceva Pavese, non è il personaggio che deve dire cose intelligenti, è l’autore che le deve avere in testa.

Niente da fare, quando non si digerisce veramente il passato, rimane in bocca solo uno sgradevole sentore di acido.



Il violino di Addis Abeba
di Dante Galeazzi (1959)

Dante Galeazzi, uomo dai mille mestieri (attore, camionista, ladro, accordatore di pianoforti…) è ricordato in qualche noticina nelle storie del cinema del tempo dei “telefoni bianchi”, e per un romanzo autobiografico pubblicato nel 1959, Il violino di Addis Abeba.

E Il violino di Addis Abeba oggi è ricordato solo per l’episodio della strage seguita all’attentato a Graziani del 19 febbraio 1937.

Parliamo subito di questo, così ci togliamo il problema. Tutto si riduce a poco più di mezza pagina. Arrivato (spiegherò poi come) nella grande capitale dell’Impero, il protagonista si accorge di una grande agitazione, e i fari del suo sgangherato Ford 8v illuminano mucchi di cadaveri.

Per tre giorni durò il caos, per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano. Non posso ammettere quei giorni di carneficina in cui perirono molti innocenti, pur riconoscendo che gli Italiani erano esasperati dai massacri orrendi perpetrati dagli sciftà, negli attacchi ai cantieri e agli autisti.

Scorge un ragazzino terrorizzato nascosto nel cassone del suo camion, lo copre con un telo e lo nasconde per tutta la notte. Il mattino dopo il ragazzino è scomparso, e il buon Samaritano può tornare a farsi gli affari propri.

Anticipando un altro pezzo di conclusione, diciamo che l’autore non sente mai il bisogno di dichiarare più del necessario, meno che mai di giustificare, la sua adesione all’idea coloniale; è di quelle cose talmente ovvie che ci si stupirebbe doverne parlare. Né prima, né dopo la II guerra mondiale.

Torniamo ora al nostro eroe dai mille mestieri. Ha studiato con impegno il violino, è portato per la musica, poi ha lasciato perdere rendendosi conto di non avere un vero talento. Ha tentato la carriera nel cinema, non riuscendo mai veramente a uscire dalla condizione di esordiente di belle speranze. È un bell’uomo, passa ore in palestra, e si vede superato da altri con meno muscoli, ma capaci di bucare lo schermo. È simpatico, attacca discorso con tutti, tutti sono contenti di vederlo, si fanno grandi risate e grandi bevute, ma dopo aver fatto un lungo elenco di personalità famose che ha conosciuto, capisce che non sarà mai uno di loro.

Sono i giorni della guerra, si presenta volontario in fanteria, si trova inopinatamente arruolato nelle Camicie Nere, ci ripensa e ritira la domanda. Ma l’Africa è il futuro. Non andrà come soldato, ma come uomo d’affari. E si mette negli autotrasporti.

La narrazione delle vicende africane, che arrivano fino agli anni ‘50, è lunghissima, e dopo un po’ comincia a stufare. Il suo problema è che è troppo furbo, e trova sempre un modo per sgamarsela senza troppi danni, saltando da un affare all’altro, da un fallimento rovinoso ad una risalita, come un giocatore d’azzardo, senza mai impegnarsi seriamente in niente, sempre all’insegna dell’improvvisazione e della faccia tosta.

Il nostro Dan attraversa la storia con leggera incoscienza e sublime irresponsabilità; vorremmo vedere in lui la figura del simpatico mascalzone, ma troppo spesso ci appare semplicemente come uno stronzo approfittatore.

Le cose più belle dell’opera, sono alcune sue incredibili traversate: la prima, durata 34 giorni, da Asmara a Dessiè, e poi proseguita, per un tempo non specificato fino ad Addis Abeba, su strade appena costruite, a bordo del Ford 8v di cui ho parlato prima – lui che non aveva mai guidato un camion in vita sua, e deve anche inventarsi il mestiere di meccanico, sempre in cerca di bronzine che il motore si mangia come caramelle –; e quella, verso la fine della narrazione, ormai nel dopoguerra, con un amico occasionale, da Gibuti a Mogadiscio, lungo piste nel deserto abbandonate da anni, a bordo di due autovetture assolutamente incongrue per un percorso appena un po’ fuori dalle strade normali: una Renault 4CV e un’Aprilia.

Sono due avventure di carattere quasi epico, che ci rimandano ad un mondo così importante nella storia della nostra presenza italiana in Africa: i camionisti, rimasti impressi nella fantasia perfino di un Del Boca, insostituibili e infaticabili globuli rossi che pulsano in quella sterminata rete di strade spericolate che hanno domato l’Etiopia più dell’iprite, sorretti solo dall’incrollabile determinazione di portare a destinazione il carico e da inseparabili fiaschi di vino.


La parte più interessante del libro è però la seconda, con l’occupazione inglese e gli italiani che subiscono increduli la sconfitta dell’Impero, ma continuano a sfidare il nemico cantando gli inni. Allora Dante diventa agente segreto e manda inutili informazioni via radio alle residue forze italiane che si ostinano a combattere, perché Graziani sta vincendo la guerra in nord Africa.

Segue l’internamento in campo di concentramento (che per il Nostro è un rosario di evasioni), in attesa di un’espulsione che lui cerca in ogni modo di evitare: il mal d’Africa tiene alta la sua febbre, anche se gli italiani non sono più i padroni. Una lunga serie di documenti falsi, finché a forza di generose elargizioni di cassette di whisky riesce ad ottenere un documento autentico che lo autorizza a restare. Ricominciano le peregrinazioni, da Dire Daua a Gibuti a Mogadiscio, dove l’11 gennaio 1948 si compie una strage di italiani: e lo possiamo perdonare se a quest’episodio, che fortunatamente non ebbe le dimensioni del pogrom di abissini del 1937, dedica un’attenzione meno distratta.

L’inizio dell’amministrazione italiana in Somalia è una delusione: lui, come tutti i “vecchi” italiani, si sente emarginato dall’arroganza dei nuovi burocrati (questa rivalità tra “vecchi” e “giovani” coloniali sembra una costante della nostra storia africana).

Decide allora, all’alba degli anni ’50, di rientrare in Italia. Non sarà un rientro definitivo, ma per il nostro uomo dai mille mestieri (compositore di inni nazionali, biscazziere, produttore di vino adulterato…) è l’occasione per darsi alla pittura, e alla scrittura. Pubblica qualche racconto e una commedia: senza però entrare nella storia delle patrie lettere.

È in questa nuova veste di scrittore che Dante Galeazzi fa un nuovo incontro con un personaggio famoso. In qualche modo riesce a far pervenire il manoscritto del suo romanzo a Curzio Malaparte, che se ne dichiara entusiasta (“un libro”, e la parola ‘libro’ è sottolineata), si impegna a curarne la pubblicazione, addirittura la versione cinematografica, per la quale ha già preso contatti con un produttore.


Malaparte è del 1898; è di dodici anni più vecchio di Flaiano. Nella prima metà del secolo XX, in cui la storia corre come un treno impazzito, dodici anni sono un autentico salto generazionale. Malaparte ha ventun anni quando Mussolini fonda i Fasci di Combattimento: per lui l’adesione al Fascio è una vera scelta. Così come la sua ruggine con il Regime è molto precoce.

Non starò a ripercorrere la carriera politica di Malaparte, in cui non si riesce mai a tracciare un confine netto fra il fascista eterodosso e l’antifascista; e forse l’unica vera chiave di lettura è uno sconfinato narcisismo.

Difficile capire che cosa pensasse Malaparte del contenuto del libro, di cui s’è fatto fare una copia dattiloscritta (“a mie spese”, precisa con squisita eleganza). L’episodio che sembra intrigarlo di più è uno strambo rito scaramantico, quando Dante, per scacciare la malasorte, assolda una vergine tredicenne perché venga ad orinare nella cabina del suo camion.

Per il resto, suggerisce modifiche alla scrittura, ed abbondanti tagli nel finale, che gli sembra noioso. “Per il titolo ci penserò. Deve essere un titolo moderno ed accattivante. Toglierò anche le sue critiche alla Amministrazione Italiana in Somalia. I giornali democristiani boicotterebbero il suo libro.” Una bella miscela di estetismo e opportunismo.

Ma il cancro avanza, e Malaparte muore nel 1957. La sua copia personale con le modifiche fortunatamente non si trova, e due anni dopo Dante Galeazzi pubblica il libro presso una casa editrice minore, nella versione originale. Non credo che ci siano mai state ristampe.

Degli interventi di Malaparte, l’unico che si concretizza è il titolo, Il violino di Addis Abeba: un titolo ruffiano, ma che non rende giustizia all’opera, anche se effettivamente per un certo tempo l’autore si era guadagnato da vivere come violinista nei locali di Aba. Rimane come sottotitolo quello che credo fosse il titolo originale, L’uomo sulla soglia, che trovo assai più evocativo. Ma non chiedetemi che cosa significa.


La copia che mi è arrivata tramite eBay è arricchita di alcuni timbri col nome dell’autore e due indirizzi: uno di Aden, l’altro di Roma. Vi è sulla prima pagina una dedica “all’indimenticabile Milly”, e all’interno è conservata una breve lettera dedicatoria alla stessa: l’ultima, finalmente, della lunghissima serie di celebrità inutilmente conosciute dall’autore.

Dialogo d’un Pessimista e di Giacomo Leopardi

Un Pessimista e Giacomo Leopardi s’incontrano per caso su di un colle, di fronte ad una siepe.

Gava via ste ronze ch’a ‘mbreujo!”(*) esclama il Pessimista, rivolto al zappatore in fondo al campo.

Giacomo Leopardi non ribatte. Sa ch’è vano dialogare con un Pessimista.

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Come ognuno avrà capito, in questi giorni sono impegnato nel colloqui d’Esame.

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(*) Togli via codesti rovi, che ingombrano!