Dante e l’invenzione del Medioevo

Ugo di Cluny e Urbano II
25 ottobre 1095: Papa Urbano II e l’abate Ugo
consacrano l’altar maggiore della chiesa di Cluny.
Ms 17716 Latina folio 91 Bibliotheque Nationale Paris

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I. Il Medioevo, un’invenzione moderna

È nozione comune che quasi tutto quello che sappiamo, o crediamo di sapere, sul Medioevo, è un’invenzione.

Dicendo questo, pensiamo soprattutto all’invenzione moderna, nata dal Romanticismo: all’inizio era un richiamo nostalgico al passato, che avrebbe dovuto obliterare le conquiste dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese; poi fu fondamento mitico dei moderni nazionalismi.

L’invenzione del Medioevo diventa tumultuosa nella seconda metà dell’800, quando nobilotti di provincia e borghesi arricchiti rinnovano i loro diroccati palazzi di famiglia, o costruiscono le loro ville di campagna, con l’aggiunta di incongrue torri merlate, alte finestre gotiche, pitture in tema storico dove si affollano cavalieri in armatura, castellane dall’acconciatura a cono, paggi in calzamaglia.

Ma l’idea stessa di una “età di mezzo”, un blocco di dieci secoli compreso fra antichità e modernità, è un’invenzione. Il Medioevo è ciò che non è né antico, né moderno. Questo blocco di dieci secoli abbondanti riuniti in questa definizione puramente negativa e svalutativa è rimasto nel linguaggio corrente, dove “medievale” è sinonimo di arretrato (con seguito di reazioni piccate “ma no, altro che età oscura, il Medioevo è una cosa bellissima…”)


II. Il Medioevo, un’invenzione medievale

L’invenzione del Medioevo è in realtà molto vecchia. Ben prima delle romantiche fantasticherie su cavalieri e tornei, dame e menestrelli, si può dire che ogni epoca storica si è costruito un proprio Medioevo, sul quale proiettare l’immagine fantastica dei propri valori e interessi travestita da epopea del passato.

La prima invenzione del Medioevo ci viene dal cuore stesso di quell’epoca: è la Chanson de Roland. Siamo proprio nel mezzo del cammin dell’Età di Mezzo, verso la fine dell’XI secolo, più o meno una generazione dopo la conquista normanna dell’Inghilterra, intorno agli anni della Prima Crociata. Questo poema originario della letteratura europea a prima vista sembra una creazione archetipa, ma ad un’analisi attenta testimonia già una tecnica sperimentata nella costruzione del verso e della storia, tecnica che presuppone una vera e propria scuola preesistente, di cui però abbiamo poche e scarse informazioni. Figura centrale di questa storia è il cavaliere, il miles, come viene chiamato nelle fonti dei secoli precedenti: un professionista della guerra, violento ed arrogante, abituato a imporre con prepotenza la propria volontà in un mondo in tumulto, senza trovare ostacoli né nelle strutture evanescenti degli Stati, né nei sovrani, troppo presi dai loro torbidi conflitti dinastici e famigliari per occuparsi del sangue che scorre per le strade dei loro regni. Nella Chanson questo rude guerriero viene trasfigurato in un eroe immacolato, campione dell’onore e della fede, in un contesto di scontro di civiltà ove Païens ont tort et Chrétiens ont droit.

La Chanson de Roland è una grande costruzione ideologica, e come tutte le ideologie ha una duplice funzione: spiegare e giustificare l’esistente, e contemporaneamente plasmare l’esistente. La Chanson è il manifesto dell’appena costituita società feudale; essa fonda il senso identitario della nuova aristocrazia, che ormai è ben sistemata agli alti gradi della scala sociale, e s’è ripulita nei costumi; in parte si è affiancata agli eredi dell’antica aristocrazia comitale di origine carolingia, in gran parte si è sostituita ad essa, ma proprio per questo sente il bisogno di proiettare la propria immagine ai tempi del gran re à la barbe fleurie.


III. Quale Medioevo nella Commedia?

In quest’anno dantesco, mi è venuta voglia di rinfrescare i miei ricordi liceali, e cercare di capire quale immagine del Medioevo emerge dal capolavoro assoluto del Medioevo stesso. Sappiamo che nella Commedia la ricostruzione della storia recente ed antica è la via privilegiata per il dispiegarsi della visione del mondo di Dante, e che questa ricostruzione si presenta attraverso una nutrita galleria di personaggi.

Aiutato quindi da una enciclopedia dei personaggi danteschi[1], ho cominciato a passare in rassegna quelli più significativi dal punto di vista storico.


IV. Carlo non tanto Magno

Bisogna in primo luogo vedere chi c’è, e chi non c’è. E qui c’è la grossa sorpresa. Noi lettori ingenui, tutti presi dall’entusiasmo per le più grandi creazioni della fantasia dantesca, non ci accorgiamo che moltissimi nomi che affollano i capitoli più importanti dei nostri libri di storia, sono del tutti assenti, o liquidati con svagate e sbrigative citazioni.

Partiamo proprio da Carlo Magno. È possibile scrivere una storia del Medioevo che non abbia al suo centro proprio lui, il fondatore di quello che siamo abituati a chiamare col termine un po’ improprio il “Sacro Romano Impero”? E sappiamo soprattutto che nel sistema filosofico di Dante il ruolo provvidenziale dell’Impero occupa una posizione centrale.

Be’, nella Commedia, a Carlo sono dedicati esattamente sette endecasillabi. Non uno di più.

La citazione più significativa è nel lungo discorso di Giustiniano, la “storia dell’Aquila”, ovvero la ricostruzione in chiave provvidenziale delle metamorfosi dell’autorità imperiale:

E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

(Par. VI, 96-99)

E fin qui siamo d’accordo, la conquista dell’Italia longobarda è una fase chiave nella storia dell’Impero e dell’Italia. C’è altro?

In una similitudine dell’Inferno, il terribile frastuono del corno del gigante Nembrotto apre una rievocazione della battaglia di Roncisvalle, dove echeggia il suono dell’olifante:

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.

(Inf. XXXI, 16-18)

Ma qui viene da chiederci se Dante stia parlando del Carlo Magno della storia, o del Carlo del romanzo cavalleresco.

Il gran re compare un’ultima volta nel canto XVIII del Paradiso, come semplice nome, e di nuovo in compagnia di Orlando: due luci che brillano nel cielo di Giove (v. 43). E basta.

I due eventi storici a cui si fa cenno, la battaglia di Roncisvalle, e la conquista del regno longobardo, avvengono prima della famosa notte di Natale dell’anno 800 (la data più facile da ricordare tra le tante date dei libri di storia), la notte in cui Carlo fu incoronato imperatore. È il Re dei Franchi, non l’Imperatore, il protagonista di quegli avari endecasillabi.

Insomma, Carlo è un personaggio della storia imperiale, ma non viene mai indicato come fondatore, o rifondatore, dell’Impero.

Chi ha riportato l’Impero in Occidente, per Dante, non è Carlo, ma Giustiniano. È chiaramente una grossa forzatura storica, che viene malamente saldata liquidando in modo assai sbrigativo, nella citata terzina, l’ampia parentesi del dominio longobardo in Italia. Dante vuole forse lasciarsi alle spalle la complessa e imbarazzante questione della legittimità dell’Impero carolingio; ed è significativo che in quello stesso canto Giustiniano presenti come sua seconda, ma non inferiore, gloria, la codificazione definitiva del diritto romano, fulcro della necessità provvidenziale dell’Impero, assai più di quella corona che non si sa neanche bene quanto Carlo abbia gradito.

Resta la sensazione che la brevità delle citazioni sia il segno di un nascosto fastidio verso la vicenda del Re franco, a cui pure si richiamavano i sostenitori di quell’Impero tedesco che con Arrigo VII aveva fatto tanto sperare il nostro poeta.


V. Inattese assenze

Passiamo oltre. Di dinastia in dinastia si arriva agli imperatori svevi. Ecco comparire nei nostri libri di storia il grosso capitolo dedicato alla lotta per le investiture: Enrico IV e Gregorio VII, Canossa, un’altra notte imperiale, questa volta non nella gloria dell’incoronazione, ma al freddo e al buio, in penitenza.

Che si dice di ciò nella Commedia? Nulla. Queste cose non sono mai successe, questi personaggi non sono mai esistiti. Nel Purgatorio compare con grande evidenza il personaggio enigmatico di Matelda, e gli interpreti hanno dibattuto se in questa figura allegorica dobbiamo vedere una trasfigurazione della gran Comitissa toscana; ma se pure è così, questa figura viene collocata del tutto al di fuori del corso della storia terrena.

Per trovare un nome noto dobbiamo arrivare a Federico I, ricordato da un anonimo chierico:

Io fui abate in San Zeno a Verona

sotto lo ‘mperio del buon Barbarossa,

di cui dolente ancor Milan ragiona.

(Purg. XVIII 118-120)

Il grande avversario della Chiesa romana e dei Comuni viene evocato di straforo, come espediente di datazione, e liquidato con queste poche sbrigative parole, a cui vorremmo una qualche chiosa. In che cosa fu “buono”? A parte la distruzione di Milano, non c’è altro da ricordare?

Grande rilievo viene invece dato alla figura di Federico II, che campeggia come un gigante, anche se non viene mai presentato di persona. Citato come eretico da Farinata, e come signore “d’onor sì degno” da Pier delle Vigne, si allude a lui più come protagonista della vita politica e culturale dell’Italia che come portatore della corona imperiale. È il re siciliano di una corte dei poeti in lingua del , non il Cesare tedesco.


VI. Papi, crociati, monaci

Visto che abbiamo già parlato di Gregorio VII, anche la lista dei papi citati da Dante appare assai scarna, fino a quelli del suo tempo e degli anni immediatamente precedenti. Fra i Papi convenzionalmente collocati nell’ambito della “riforma gregoriana”, un ruolo importante dovrebbe avere Urbano II, colui che per gran parte della sua carriera fu un Papa in esilio, poiché a Roma ce n’era un altro, insediato dall’Imperatore; ma alla fine trionfò del rivale.

Per noi Urbano II è soprattutto il Papa del “Deus le volt”, colui che con la sua sola parola suscitò un esercito: migliaia di cavalieri che partirono, senza l’apporto di alcun sovrano dell’epoca, arrivarono a Gerusalemme e la occuparono. Cosa sarebbe la storia del Medioevo senza le Crociate? Eppure nella Commedia la Prima Crociata, l’unica che ebbe successo, non è mai esistita. Per Dante la storia delle Crociate comincia dalla seconda, che viene citata solo perché vi partecipò il trisavolo Cacciaguida: una storia di famiglia.

Ma non dimentichiamo che Urbano II prima di diventare papa era stato priore di Cluny, la seconda carica immediatamente al di sotto dell’abate; e questo ci porta ad un altro grande capitolo della storia del Medioevo: il monachesimo. Quel movimento religioso che attraversa tutta la storia dell’Europa cristiana, e che ebbe enorme peso anche in campo economico, politico, culturale, ai tempi di Dante era ormai avviato a un lento ma inesorabile declino. Sono citati due grandi fondatori di ordini monastici: Agostino non compare mai di persona, ma riceve solo due rapidissime citazioni (Par. X, 120 e XXXII, 35). Benedetto (Par. XXII, 28-96) dopo aver rievocato la fondazione del monastero di Monte Cassino, approfitta dell’occasione per lanciarsi in una violenta invettiva contro la decadenza dell’ordine da lui fondato:

Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.

(vv. 76-78)

Non è una bella presentazione. Altro che ora et labora!


VII. Ascesa e caduta di Cluny

Se si parla di monachesimo medievale, non si può non parlare di Cluny, che tra X e XI secolo portò alla massima espressione i caratteri di quel movimento. Cluny è una galassia di oltre 1200 monasteri, in gran parte in Francia, gli altri nel resto d’Europa; decine di migliaia di monaci, governati col pugno di ferro da un unico abate, che non riconosce sopra di sé altra autorità se non quella degli apostoli Pietro e Paolo. Una potentissima teocrazia di dimensioni continentali, fenomeno assolutamente unico nella storia del cattolicesimo, dotata di immense risorse economiche e di grandissima influenza politica e culturale.

Il folle orgoglio di quella repubblica monastica raggiunse il suo culmine sotto l’abbaziato di Ugo, di cui Urbano II, al secolo Eudes de Châtillon, era stato priore. Enormi somme furono dedicate alla costruzione della nuova chiesa abbaziale di San Pietro, che gli archeologi chiamano “Cluny III”: un fabbricone che era una volta e mezza la chiesa di San Pietro in Vaticano, costruita da Costantino nell’età di massima espansione urbanistica e architettonica dell’antichità (tanto per dire quale doveva essere il termine di paragone).

In un’immagine che si trova in tutti i manuali di storia medievale, ma che inutilmente cerchereste nella Divina Commedia, vediamo, a destra, Ugo, che indossa insegne vescovili, circondato dai suoi monaci; a sinistra, Urbano II, col suo corteo di vescovi. Insomma, il Numero Uno di Cluny, e il Numero Due di Cluny che è diventato il Numero Uno di Roma. Insieme, consacrano l’altar maggiore di quello che è in quel momento il vero centro della cristianità occidentale.

Nel giro di pochi anni doveva arrivare il crollo: l’abate successivo, Ponzio, tentò il passo decisivo: non è più il priore, ma è direttamente l’abate di Cluny che aspira a diventare Papa. Fallì, perse il comando del monastero, e dopo un conflitto terribile morì in prigione a Roma. Seguì l’abbaziato di Pietro il Venerabile, tormentato dall’enorme peso dei debiti lasciati dal suo predecessore, e dalla secessione cistercense, segnata da una polemica la cui asprezza oggi facciamo fatica a concepire.

Cosa rimane nel nostro Poema di quest’epopea, grandiosa anche nel momento del crollo?

A Cluny è riservata una sola citazione – di nuovo, quasi di sfuggita, in una similitudine. Siamo nel girone degli ipocriti (!), dove si aggirano lentamente personaggi sottoposti ad una pena terribile:

Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

che in Clugnì per li monaci fassi.

(Inf. XXIII, 61-63)

Uomini che non si vedono mai in volto, perché portano cappucci calati fin sugli occhi. Con questa terzina abbiamo liquidato la storia della più grande potenza monastica di tutti i tempi.

Ben più importante è la presenza di Bernardo di Clairvaux; ma inutilmente si cercherebbe nei quasi trecento versi a lui dedicati (da Par. XXXI, 58 a XXXIII, 39) una qualunque contestualizzazione storica. Dalla narrazione dantesca non emerge nulla della grande rottura del XII secolo, i monaci bianchi di Cîteaux contro i monaci neri di Cluny. Non c’è traccia della polemica con Pietro il Venerabile, né di quella contro Pietro Abelardo. Non si parla dell’intensa attività diplomatica nel conflitto fra due papi, risolto con la dichiarazione della validità dell’elezione di Innocenzo II, mentre Anacleto II fu condannato come antipapa, in gran parte proprio per l’azione di Bernardo. Non si parla delle relazioni con l’appena nato ordine dei Templari, né dell’intensa propaganda in favore della Seconda Crociata – quella a cui partecipò Cacciaguida. Di quel “sene” dalla barba bianca non sappiamo neanche che era l’abate di una delle più grandi abbazie dell’ordine cistercense. No, Bernardo è un “contemplante”, tutto volto all’amore mistico per Maria, che mostra a Dante la gloria del Paradiso.


VIII. Dante, inventore del Medioevo

Si potrebbero fare tanti altri esempi, ma ormai mi sembra di poter trarre qualche conclusione.

In Dante la storia si snoda fra due grandi poli. Da una parte c’è il mondo antico, che comprende sia l’antichità classica, sia la Chiesa delle origini. La prima va da Omero a Giustiniano, con personaggi di grandissimo spicco, a partire da Virgilio, poi Ulisse, Catone… La seconda si concentra sul tempo di Gesù e degli Apostoli, e poco oltre, i primi successori di Pietro. Questo tempo antico non viene visto storicamente, ma è un paradigma eterno di civiltà, che l’età moderna un po’ si sforza di imitare, ma più spesso dimentica colpevolmente.

All’altro polo abbiamo l’epoca che per Dante era moderna, sostanzialmente i secoli XII e XIII, con un affollamento di personaggi tanto più fitto quanto più ci si avvicina agli anni della sua vita e della sua esperienza pubblica. Andando indietro, forse l’unico personaggio veramente significativo è Pier Damiani, unico citato (senza essere papa) del grande movimento di riforma del secolo XI. Questa modernità nei suoi esponenti migliori si ricollega direttamente all’età antica; Arrigo VII riprende in mano l’opera di Giustiniano, San Francesco e San Domenico fanno rivivere la Chiesa di Cristo. Soprattutto il volgere tra XII e XIII secolo è veramente una rinascita, nel bene come nel male.

In mezzo, tra antichità e modernità, c’è un’enorme perdita di tempo, segnata dalla decadenza e dal degrado, un’oscurità appena rischiarata qua e là da poche deboli luci.

Insomma: il Medio Evo.

Maurizio Pistone
7 aprile 2021


[1] Bernard Delmay, I personaggi della Divina Commedia, classificazione e regesto, Firenze Olshki 1986.
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