La sovranità popolare

Nessuno ha votato Paolo Savona.
Nessuno ha votato Giuseppe Conte.
Nessuno ha votato per avere un governo basato su una coalizione Lega – 5Stelle.
Chi ha votato 5Stelle ha votato per avere un governo “senza inciuci” guidato da Luigi Di Maio.
Chi ha votato Lega ha votato per avere un governo della coalizione di centro-destra guidato da Matteo Salvini.

Quello che è successo dopo il 4 marzo non ha niente a che vedere con i progetti e i programmi che si sono discussi prima delle elezioni.
Ma in democrazia è così. Si fanno previsioni, si fanno promesse, si vota, poi vediamo come sono andate le cose, e cerchiamo di regolarci. Possono essere scenari molto diversi da quelli previsti ed augurati, ma si fa la tela con il filo che s’ha. Con calma, e senza farsi il sangue cattivo.

Dopo quasi tre mesi di bizzarro teatrino, alla fine è nata un’alleanza Salvini – Di Maio, in cui l’unica cosa su cui i due sono d’accordo è che Salvini non si fida di Di Maio, e Di Maio non si fida di Salvini. Tant’è vero che si è proposto un premier “terzo”, un Signor Nessuno, noto solo in ristretti ambienti finanziari ed accademici, per fare da burattino, dietro lo schermo di un “contratto” dove c’è tutto e il contrario di tutto, in attesa che i due leader decidano che è arrivato il momento della resa dei conti.

Adesso crolla tutto sul nome di un professore di 82 anni, un Signor Nessuno noto solo in ristretti ambienti accademici e finanziari, una “pietra d’inciampo” che doveva rappresentare una prova di forza, per vedere fino a che punto si poteva tirare la corda.

Signor Salvini e signor Di Maio, adesso mettetevi calmi e cercate di trovare la quadra, se no avvalorate il sospetto che tutto questo sia successo solo perché non vedevate l’ora di tornare a fare campagna elettorale.

L’uomo invisibile dal nome indicibile

Quando si fa un governo, la prima cosa da fare è scegliere il Presidente del Consiglio.

Non è possibile discutere del “programma” se non c’è chi poi dovrà attuarlo, definendo le priorità: prima tagliare le tasse ai ricchi, come vuole Salvini, oppure dare un reddito ai poveri, come vuole Di Maio. Perché fare le due cose insieme non è possibile, e chi lo dice o è un fesso o è un imbroglione.

Quanto al programma, è ridicolo mettere insieme una serie di “punti” (venti e più) come se fosse un menu tassativo; si definisce un orientamento generale, che poi dovrà essere adattato volta per volta alle mutevoli circostanze della politica interna e internazionale – ed è questa la prima responsabilità del Presidente del Consiglio. Pensare di poter prevedere un progetto tassativo di qui a cinque anni, ed attuarlo paro paro, senza modifiche, lo può credere o un dilettante, o un ciarlatano. Perfino nei migliori ristoranti, c’è il solito menu, ma poi ti suggeriscono di prendere il “piatto del giorno”. E se il cuoco è bravo, questa è di solito la scelta migliore.

Insomma, questa discussione ridicola (“prima i “punti”, poi il “nome”) fa sospettare due cose:

  1. o non sanno che pesci pigliare, e tirano a menare il can per l’aia, sperando che chissà, succeda qualcosa di nuovo per sbloccare la situazione;
  2. oppure almeno uno dei due ha già in mente quel benedetto “nome”, ma sta aspettando il momento opportuno per imporlo all’altro, il quale sarà ormai così compromesso nella trattativa da non potersi tirare più indietro.

Ma la cosa che proprio non funziona è avere un Presidente del Consiglio che sia un burattino (un “dipendente”, secondo lo strampalato vocabolario dei 5*), che si muove un po’ di qua, un po’ di là, tirato per i capelli dai due capetti.

In somma, i casi sono due: o ci prendono spudoratamente in giro, o sono dei perfetti incapaci.

O una mescolanza, a vostro piacere, di entrambi i casi.

Nella foto: L’uomo invisibile, 1933.

Maggioritario

Se ci fosse il Porcellum, oggi un Presidente del Consiglio di nome Matteo Salvini ci spiegherebbe perché non è possibile sbattere fuori 600.000 stranieri – perché non è possibile, chiaro? Perché… ci possono essere tanti perché, a scelta: colpa dell’Europa? Ma sì, l’Europa va sempre bene.

Se ci fosse l’Italicum, domenica prossima voteremmo al ballottaggio tra Salvini e Di Maio.

Ma non sono solo questi due, s’intende. L’altra volta, la coalizione di centrosinistra, allora vincente, ci disse che col 29,5% era possibile cambiare la Costituzione. E neanche quello fu un bello spettacolo.

“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”

Puntuale come la morte, non si è ancora aperta la XVIII legislatura, che già s’è annunciato il tema forte dei prossimi anni: il vincolo di mandato.

Non sto a spiegare perché si tratta di un obbrobrio. Se non siete in grado di capire da soli che un Paese è libero finché ha un Parlamento libero, e il Parlamento è libero finché ogni singolo parlamentare è libero, potete interrompere qui la lettura e passare ad altri argomenti a voi più consoni.

Per gli altri, posso solo esprimere qui la mia fiducia sull’esito della vicenda.

Non era assolutamente scontato che la riforma Berlusconi – Bossi fosse bocciata. Invece il 25 e 26 giugno 2006 è finita 3 a 2.

Non era assolutamente scontato che la riforma Renzi – Boschi fosse bocciata. Invece è di nuovo finita 3 a 2.

Oggi si fanno avanti i “Nuovi” (ogni legislatura c’è almeno un “nuovo” che ci fracassa i marroni: un “nuovo” destinato a diventare prestissimo “vecchio”). Quelli né di destra né di sinistra. Né fascisti né antifascisti. Quelli che Rousseau è un blog, e il meet-up è… Cos’è un meet-up? Be’, non sono certo loro a farci paura.

La vera novità, purtroppo, è che finora non si sono levate molte voci contrarie da parte di quelli che dovrebbero difendere i principi della democrazia. I “moderati” e i “democratici” e i “riformisti” sembrano avere una voce decisamente fievole. Questo, non solo perché in gran parte condividono la stessa incultura dei né estremisti né centristi; ma anche perché gran parte del danno l’hanno già fatto loro.

Domenica 4 marzo per la quarta volta consecutiva andremo a votare con una legge congegnata in modo da impedire ai cittadini di scegliersi i loro rappresentanti. Nel 2006, 2008 e 2013 abbiamo già votato un Parlamento che di fatto era un “bivacco di manipoli”, un Parlamento di arruolati, con l’unico requisito della fedeltà al capopartito o al capocorrente. E nel 2018 eleggeremo di nuovo un Parlamento di bloccati, nominati, garantiti. Un Parlamento di quelli che partono già col collegio sicuro, da Bolzano a Lilibeo – perché metti che gli elettori preferiscano un altro?

Insomma, difendere la libertà dei singoli componenti di questo, che è già come formazione un Parlamento di ascari, diventa pesante. Il rischio è che molti comincino a pensare, che a questo punto tanto vale che si mettano in divisa.

Be’, però merita lo stesso provarci, non trovate?

La resistibile fuga del mediocre

Puigdemont

Di politici mediocri noi ne abbiamo avuti e ne abbiamo tutt’ora a carrettate. Ma questo Carles Puigdemont i Casamajó è un vero campione.

Con una carriera politica molto lineare, ha dedicato la vita all’indipendenza catalana. Alla fine è arrivato al risultato, ha convocato un referendum e l’ha vinto – perché portare a votare il 43% degli elettori, con la polizia che entrava nei seggi e sequestrava le schede, è stato sicuramente un grande successo.

Poi, semplicemente, non ha più saputo che cosa fare.

Un moderno Stato sovrano è una cosa tremendamente complessa. E non parlo solo dell’amministrazione interna, per la quale non è irrealistico pensare di utilizzare la già esistente amministrazione di una regione che gode di un’ampia autonomia. Uno Stato moderno – a maggior ragione uno Stato europeo – è fatto molto più di relazioni con l’esterno che di organizzazione interna. La Catalogna non è l’Indocina di ottant’anni fa, che viveva del riso delle proprie risaie. La Catalogna è un paese che vive di relazioni internazionali, di scambi, di turismo. Relazioni politiche, diplomatiche, economiche, condensate in un’infinità di trattati bilaterali e multilaterali. Cose che non si improvvisano.

L’Inghilterra ha tentato la via della Brexit. L’Inghilterra ha sempre tenuto un piede in Europa e uno fuori. Ha una sua sovranità, una moneta, l’esercito, l’ex marina più potente del mondo, centinaia di testate nucleari, una Regina e le automobili col volante a destra. In Inghilterra, come in Catalogna, sicuramente la maggioranza degli elettori pensava che il voto referendario fosse l’operazione più importante, e che tutto il resto sarebbe venuto da sé. Invece, dopo l’inattesa vittoria al referendum, il governo britannico ha candidamente dichiarato “We have no plan”. Semplicemente, nessuno sapeva che cosa significasse uscire dall’Europa. Adesso sono lì che si arrabattano, fra due anni forse usciranno, ma per ora non hanno fatto nessun passo concreto.

E i catalani? che cosa pensavano che fosse l’indipendenza, a parte cambiare la bandiera sui palazzi pubblici? Mandare i soldatini alle frontiere? Stampare nuovi passaporti? Stampare una nuova moneta?

Puigdemont e soci hanno fatto promesse che non sono mai stati in grado di mantenere; hanno venduto una merce che non hanno mai avuto nelle mani. Avevano dato per scontato che la Catalogna indipendente sarebbe stata automaticamente membro dell’UE, la risposta è stata “ma quando mai, ma chi ve l’ha detto?” Avevano dato per scontato che sarebbero arrivati automaticamente i riconoscimenti internazionali, la risposta unanime è stata: noi abbiamo relazioni solo con il governo spagnolo. Avevano dato per scontato che la sospensione dei legami politici con Madrid avrebbe lasciate intatte le strettissime relazioni economiche con la Spagna e con il resto del mondo. Risposta: migliaia di aziende hanno spostato la loro sede legale.

Né lui né i suoi collaboratori hanno minimamente pensato che queste sono cose che devi definire prima di proclamare l’indipendenza; che il referendum può essere la sanzione finale di un progetto già tracciato almeno nelle sue linee generali, non l’atto cosmico (voce di popolo, voce di Dio) che crea uno Stato dal nulla.

Chi farebbe contratti con un paese che non si sa se esiste o non esiste, né se mai sarà in grado di onorare gli impegni che con enorme imprudenza sta cercando di prendere? Chi si sognerebbe di riconoscere un’indipendenza velleitaria e improvvisata, col rischio di dare il via ad un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili?

Poiché non sapeva che cosa fare, per un po’ Puigdemont ha tergiversato. Per quasi un mese la dichiarazione di indipendenza è rimasta una minaccia, per avviare un’impossibile “trattativa” con il governo di Madrid. Ma questa minaccia era, come il referendum inglese nei confronti di Bruxelles, un fucile ad un solo colpo. Una volta sparato quell’unico colpo, Carles Puigdemont i Casamajó, come David Cameron un anno e mezzo fa, è rimasto lì, con il fucile scarico in mano, e gli altri che gli chiedevano “be’, e adesso?”

Poiché non aveva nessuna risposta a questa domanda, se ne è andato.

Adesso ci tormenterà un po’ con la manfrina del perseguitato politico, dell’esule ecc. Ma è finita. Finita per Puigdemont, finita per l’indipendenza catalana.

Le elezioni politiche in Germania del 2017

Questi sono i risultati delle elezioni tedesche del 24 settembre 2017, e questa è la composizione del Bundestag, che ora comprende 709 membri:

Lista Voti % Seggi Seggi %
CDU/CSU 32,9 246 34,7%
SPD 20,5 153 21,6%
AfD 12,6 94 13,3%
Liberali 10,7 80 11,3%
Sinistra 9,2 69 9,7%
Verdi 8,9 67 9,4%
Altri 5,0 0 0

(negli arrotondamenti si perde qualche frazione decimale)

La prima cosa che si nota è che la Germania non è un paese dove ci sono due forze, una vince, l’altra perde. Non lo è stato quasi mai in passato, non lo è soprattutto adesso. Non lo è più neanche l’Inghilterra, figuriamoci.

Se confrontiamo questi risultati con le precedenti elezioni federali, vediamo che:

  • in un solo caso uno dei due partiti principali ha raggiunto, di poco, la maggioranza assoluta
  • la somma dei due partiti maggiori, che negli anni del dopoguerra saliva progressivamente fino al 91,2% del 1976, tende a scendere già dall’inizio di questo secolo.
Anno CDU/
CSU
SPD Somma
1949 31,0 29,2 60,2
1953 45,2 38,8 84,0
1957 50,2 31,8 82,0
1961 45,3 36,2 81,5
1965 47,6 39,9 87,5
1969 46,1 42,7 88,8
1972 45,8 44,9 90,7
1976 48,6 42,6 91,2
1980 44,5 42,9 87,4
1983 48,8 38,2 87,0
1987 44,3 37,0 81,3
1990 43,8 33,5 77,3
1994 41,4 36,4 77,8
1998 40,9 35,1 76,0
2002 38,5 38,5 77,0
2005 35,2 34,2 69,4
2009 33,8 23,0 56,8
2013 41,5 25,7 67,2
2017 32,9 20,5 53,4

In conclusione:

  • Il risultato di queste elezioni in parte dipende da eventi congiunturali (il perdurare della crisi economica, il problema dei migranti), ma questi non fanno che accentuare una tendenza in atto già da tempo.
  • La frammentazione politica è più forte che nelle precedenti elezioni, ma non ancora tale da impedire una coalizione.

Questi sono i fatti. Vediamo adesso qualche considerazione politica.

In base ai numeri, la soluzione più sensata sarebbe ancora una grande coalizione. Attualmente questa è esclusa dal deciso rifiuto espresso da Schultz. Sicuramente pesa la delusione per un risultato negativo, che per il leader è una pesante sconfitta personale. Ma il partito socialdemocratico è ancora il secondo della Germania, e la sua estinzione non è all’ordine del giorno, come sta capitando invece in Francia. Nessuno può prevedere quale potrà essere il futuro di una eventuale coalizione “giamaicana”. La politica della Germania diventerà sicuramente più incerta ed oscillante, e non è escluso che si debba ricorrere ad elezioni anticipate. Ma non è ancora la catastrofe.

L’affermazione della nuova destra radicale è un successo a metà. Il suo radicamento è prevalentemente nelle regioni dell’Est, che tra l’altro sono quelle meno toccate dalla crisi dei migranti. L’orientamento politico appare piuttosto variegato, va da atteggiamenti di forte conservatorismo ad esplicite nostalgie per il passato nazista. In ogni caso, l’AfD è isolata, e a meno di un avvicinamento con il centro moderato (cosa che per ora sembra esclusa) la sua azione dovrà limitarsi ad una rumorosa opposizione.

Fonti: https://de.wikipedia.org/wiki/Bundestagswahl e voci connesse.

Il giorno dopo il diluvio

  • Giugno 2016: Comunali.
  • Dicembre 2016: Referendum.
  • Giugno 2017: Comunali.
  • Tre sconfitte consecutive in dodici mesi.

Nel mondo delle persone normali nessun gruppo dirigente rimane al suo posto dopo un simile disastro.

Fuori. Fuori tutti, Fuori subito. Oggi, domani, dopodomani. Subito. Se si aspetta qualche giorno in più, vuol dire che s’è deciso che la nave deve affondare col Comandante, e allora ognuno per sé e Dio per tutti.

E quando dico fuori tutti, intendo proprio fuori e proprio tutti. Che non si ripeta il teatrino di Renzi che va a ffà er Cincinnato governando per proconsoli, in attesa d’essere richiamato a furor di popolo.
Fuori Matteo Orfini, il lugubre regista del karakiri romano.
Fuori Maria Elena Boschi, la garrula autrice e coprotagonista della Caporetto referendaria.
Fuori Luca Lotti, perché noi siamo garantisti e ognuno è innocente fino a sentenza definitiva, ma mi spiegate voi che ce ne facciamo oggi in Italia di un ministro senza portafoglio per lo Sport?
E con loro fuori tutta la truppa delle mezze calzette e degli ascari, dei ciaone e delle ladylike, fuori i quarantenni incravattati che parlano guardando fisso in camera e fanno con la testa segno di sì a sé stessi, fuori le signorine prime della classe che squittiscono la lezioncina imparata a memoria.
Fuori i Giovani Turchi, e chi mai ha capito che cos’è un Giovane Turco, e che cazzo ci sta a fare nel PD. Fuori Andrea Orlando, che la sua manfrina d’essere alternativo a Renzi più che ridicola è stata penosa.
E fuori anche un bel po’ di vecchi saltati trionfalmente sul carro del vincitore, che non cerchino di scendere facendo finta di niente.
Fuori, a fare altro. Ce ne sono di mestieri utili e interessanti al mondo, arredatore, ortodonzista, rappresentante del Folletto. Si mettano in testa che la politica non è pane per i loro denti.

E non venitemi a parlare di Statuto, Congresso, Primarie, e cì cì e ciò ciò, perché le elezioni, quelle grosse, se va bene, sono al più tardi ad aprile, e non ci si può presentare a questo che può essere il Giudizio Finale con le braghe in mano a discutere di correnti e di posti a sedere sul ponte del Titanic.

E subito una legge elettorale, perché per votare ci vuole una legge elettorale, e una legge elettorale è quella che dice che i rappresentanti del Popolo Sovrano sono scelti, uno per uno, dal Popolo Sovrano. I nostri bravi soldatini alzino il culo dalla sedia, e vadano in giro per il Paese, ognuno col suo nome e cognome, con la sua faccia e la sua storia, a spiegare a noi perché dovremmo scegliere lui, proprio lui, e non un qualunque altro Pinco Pallino di una qualunque altra cordata correntizia, come rappresentante nostro e dell’intera Nazione (art. 67).

Oggi il PD ha una sola carta da giocare, Paolo Gentiloni, che non è né Napoleone né Machiavelli né Mosè, ma per ora è l’unico che può tenere provvisoriamente in piedi la baracca senza farci fare la figura dei coglioni di fronte al mondo intero. Si punti su quello, lasciandogli fare come può quello che sa, senza dare sempre l’impressione di considerarlo un commesso viaggiatore telecomandato.

E poi, una volta tirata la testa fuor d’acqua, cominciare a pensare a costruire un partito che oggi non c’è, il Partito Democratico.
E Partito Democratico vuol dire un partito che dichiara di avere un progetto già fatto, bellissimo e scritto benissimo, che è la Costituzione della Repubblica. Una Costituzione che forse avrò bisogno di un ritocchino in qualche tecnicismo, ma queste sono finezze da lasciare per tempi migliori. Oggi il progetto è quello, quella l’identità, quella la storia, quello il futuro, quelli i valori, quello l’orgoglio, quello soprattutto lo stile ed il linguaggio.

Caspar David Friedrich

La legge elettorale e l’atto mancato

In Europa e in America il parlamentarismo ha una storia di secoli, e non c’è molto da inventare. Alla fin dei conti, esistono due sistemi elettorali: uninominale e proporzionale. Tutti gli altri sono delle varianti di questi due, o delle mescolanze più o meno pasticciate.

Non c’è un sistema elettorale perfetto, e poiché in Italia li abbiamo sperimentati tutti e due, conosciamo pregi e difetti di entrambi.

Il sistema uninominale, in vigore per gran parte della storia del Regno, è basato su un rapporto diretto tra gli elettori e il singolo parlamentare. È un sistema molto territoriale, che esalta il principio essenziale della libertà di mandato. I parlamentari aderiscono sempre ad un qualche partito, ma nel sistema uninominale l’eletto non è molto portato ad ubbidire ai propri capi: non sono loro che l’hanno fatto arrivare in Parlamento, ma gli elettori del suo collegio.

Il difetto dell’uninominale è di avere dei parlamentari spesso portati a rappresentare interessi locali, a volte decisamente clientelari, e a perdere di vista l’altro principio cardine della democrazia: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”.

Il sistema uninominale porta tendenzialmente ad un sistema bipartitico, ma questi partiti non sono blocchi compatti e disciplinati, hanno una struttura piuttosto lasca, e non esiste alcun modo per obbligare il singolo parlamentare a seguire un qualche ordine di scuderia.

Il sistema proporzionale, che ha funzionato per i quasi cinquant’anni della cd. “Prima Repubblica”, mira a riprodurre in Parlamento la varietà di orientamenti presenti presso l’opinione pubblica. Poiché tante teste tante idee, il sistema proporzionale porta inevitabilmente ad una grande pluralità di partiti.

Il sistema proporzionale può funzionare a due condizioni:

  1. che i partiti siano effettivamente rappresentativi delle diverse posizioni presenti nel paese, e non piccole consorterie legate per motivi di pura convenienza ad un qualche “capo” capace di raccogliere voti attraverso campagne di marketing elettorale;
  2. che i partiti siano in grado di trovare alleanze e di convergere verso obiettivi comuni, considerati concordemente più importanti dei punti di dissenso.

Poiché oggi in Italia non si verificano né la prima, né la seconda condizione, mi sembra che la scelta dovrebbe orientarsi verso l’uninominale. Ma è un’opinione personale, non è il quarto segreto di Fatima.

Oggi in Italia si va disperatamente alla ricerca di un qualche sistema elettorale, escludendo però in partenza sia il proporzionale, sia l’uninominale. Non si capisce assolutamente quale sistema si voglia attuare; si sono fatti vari tentativi di alterare pesantemente l’uno o l’altro, o di creare cervellotiche commistioni dei due. Tutti questi tentativi hanno portato ad un fallimento, o a risultati giudicati concordemente disastrosi. Eppure non si riesce ad uscire dalla situazione di stallo, e ad operare una scelta chiara fra l’uno e l’altro dei due sistemi. Ogni volta si promette una soluzione risolutiva, ma alla fine il risultato è una ciofeca ancor più indigeribile del prodotto precedente.

In termini psicanalitici, dovremmo forse parlare di una lunga serie di “atti mancati”, sintomo inequivocabile di una situazione gravemente patologica. C’è qualcosa di segreto e di inconfessabile che impedisce ai partiti di produrre non questa o quella, ma una qualunque legge elettorale degna di questo nome.

Vedremo come va a finire quest’ultimo tentativo. Il mio timore è che il marasma mentale e le pulsioni autodistruttive dei principali partiti alla fine possano portare ad una vera crisi delle istituzioni democratiche.

Intellettuali


La moderna Biblioteca di Alessandria è su eBay.
Da anni vado a cercarvi le più insolite realtà di nicchia, edizioni sconosciute di autori sconosciuti…
In seguito ad una sgradevole discussione di quelle che ci tocca subire oggigiorno (un intellettuale che accusa gli intellettuali di essere “intellettuali”), per esorcizzare il senso di déja vu, mi sono messo a cercare un classico sull’argomento, l’opera di un grande intellettuale non defezionista.
1927. Prima edizione, copia numerata.
Voi tenetevi i vostri ometti furbetti non politicamente corretti.
Io ho Julien Benda.

Destra, sinistra, e perché no, una destra “di sinistra” (o una sinistra di destra?)

Division Charlemagne

Volontario francese della 33. SS Panzer Grenadier Division “Charlemagne” sul fronte russo

Il fascismo può essere riassunto storicamente in tre punti.

  1. Si prende la teoria della storia di Marx (o per meglio dire, una sua semplificazione molto riduttiva) e si sostituisce alla “lotta fra le classi” la “lotta fra le nazioni” (i popoli, le razze ecc.).
  2. Si prende la teria economica di Marx (trascuriamo il fatto che parlare di “teoria economica di Marx” è molto impreciso, anche qui si va per grandi semplificazioni) e si sostituisce al termine “capitale” il termine “finanza”. Se per voi è la stessa cosa, vuol semplicemente dire che non avete letto il Capitale. Tranquilli, non è un problema, nessuno può leggere tutto, io non ho mai letto Guerra e Pace, per esempio. Ma credetemi: per Marx non è assolutamente la stessa cosa.
  3. Si prende il linguaggio e la prassi della Rivoluzione Francese, e al posto di “aristocrazia” si mette “sistema parlamentare”. E qui credo che abbiano capito tutti.

Bibliografia essenziale: Zeev Sternhell, Ni droite, ni gauche. Ma c’è anche tanta altra roba da leggere – solo che non si può leggere tutto ecc.

Che questo sia il fascismo dei fascisti d’oggi, Marine Le Pen in testa, non ci piove.

Però occhio: esattamente come novant’anni fa, è anche il fascismo di tanti fascisti “di sinistra” (sic.)

E proprio in questi giorni, spuntano come funghi dopo una bella pioggia.