La resistibile fuga del mediocre

Puigdemont

Di politici mediocri noi ne abbiamo avuti e ne abbiamo tutt’ora a carrettate. Ma questo Carles Puigdemont i Casamajó è un vero campione.

Con una carriera politica molto lineare, ha dedicato la vita all’indipendenza catalana. Alla fine è arrivato al risultato, ha convocato un referendum e l’ha vinto – perché portare a votare il 43% degli elettori, con la polizia che entrava nei seggi e sequestrava le schede, è stato sicuramente un grande successo.

Poi, semplicemente, non ha più saputo che cosa fare.

Un moderno Stato sovrano è una cosa tremendamente complessa. E non parlo solo dell’amministrazione interna, per la quale non è irrealistico pensare di utilizzare la già esistente amministrazione di una regione che gode di un’ampia autonomia. Uno Stato moderno – a maggior ragione uno Stato europeo – è fatto molto più di relazioni con l’esterno che di organizzazione interna. La Catalogna non è l’Indocina di ottant’anni fa, che viveva del riso delle proprie risaie. La Catalogna è un paese che vive di relazioni internazionali, di scambi, di turismo. Relazioni politiche, diplomatiche, economiche, condensate in un’infinità di trattati bilaterali e multilaterali. Cose che non si improvvisano.

L’Inghilterra ha tentato la via della Brexit. L’Inghilterra ha sempre tenuto un piede in Europa e uno fuori. Ha una sua sovranità, una moneta, l’esercito, l’ex marina più potente del mondo, centinaia di testate nucleari, una Regina e le automobili col volante a destra. In Inghilterra, come in Catalogna, sicuramente la maggioranza degli elettori pensava che il voto referendario fosse l’operazione più importante, e che tutto il resto sarebbe venuto da sé. Invece, dopo l’inattesa vittoria al referendum, il governo britannico ha candidamente dichiarato “We have no plan”. Semplicemente, nessuno sapeva che cosa significasse uscire dall’Europa. Adesso sono lì che si arrabattano, fra due anni forse usciranno, ma per ora non hanno fatto nessun passo concreto.

E i catalani? che cosa pensavano che fosse l’indipendenza, a parte cambiare la bandiera sui palazzi pubblici? Mandare i soldatini alle frontiere? Stampare nuovi passaporti? Stampare una nuova moneta?

Puigdemont e soci hanno fatto promesse che non sono mai stati in grado di mantenere; hanno venduto una merce che non hanno mai avuto nelle mani. Avevano dato per scontato che la Catalogna indipendente sarebbe stata automaticamente membro dell’UE, la risposta è stata “ma quando mai, ma chi ve l’ha detto?” Avevano dato per scontato che sarebbero arrivati automaticamente i riconoscimenti internazionali, la risposta unanime è stata: noi abbiamo relazioni solo con il governo spagnolo. Avevano dato per scontato che la sospensione dei legami politici con Madrid avrebbe lasciate intatte le strettissime relazioni economiche con la Spagna e con il resto del mondo. Risposta: migliaia di aziende hanno spostato la loro sede legale.

Né lui né i suoi collaboratori hanno minimamente pensato che queste sono cose che devi definire prima di proclamare l’indipendenza; che il referendum può essere la sanzione finale di un progetto già tracciato almeno nelle sue linee generali, non l’atto cosmico (voce di popolo, voce di Dio) che crea uno Stato dal nulla.

Chi farebbe contratti con un paese che non si sa se esiste o non esiste, né se mai sarà in grado di onorare gli impegni che con enorme imprudenza sta cercando di prendere? Chi si sognerebbe di riconoscere un’indipendenza velleitaria e improvvisata, col rischio di dare il via ad un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili?

Poiché non sapeva che cosa fare, per un po’ Puigdemont ha tergiversato. Per quasi un mese la dichiarazione di indipendenza è rimasta una minaccia, per avviare un’impossibile “trattativa” con il governo di Madrid. Ma questa minaccia era, come il referendum inglese nei confronti di Bruxelles, un fucile ad un solo colpo. Una volta sparato quell’unico colpo, Carles Puigdemont i Casamajó, come David Cameron un anno e mezzo fa, è rimasto lì, con il fucile scarico in mano, e gli altri che gli chiedevano “be’, e adesso?”

Poiché non aveva nessuna risposta a questa domanda, se ne è andato.

Adesso ci tormenterà un po’ con la manfrina del perseguitato politico, dell’esule ecc. Ma è finita. Finita per Puigdemont, finita per l’indipendenza catalana.

Le elezioni politiche in Germania del 2017

Questi sono i risultati delle elezioni tedesche del 24 settembre 2017, e questa è la composizione del Bundestag, che ora comprende 709 membri:

Lista Voti % Seggi Seggi %
CDU/CSU 32,9 246 34,7%
SPD 20,5 153 21,6%
AfD 12,6 94 13,3%
Liberali 10,7 80 11,3%
Sinistra 9,2 69 9,7%
Verdi 8,9 67 9,4%
Altri 5,0 0 0

(negli arrotondamenti si perde qualche frazione decimale)

La prima cosa che si nota è che la Germania non è un paese dove ci sono due forze, una vince, l’altra perde. Non lo è stato quasi mai in passato, non lo è soprattutto adesso. Non lo è più neanche l’Inghilterra, figuriamoci.

Se confrontiamo questi risultati con le precedenti elezioni federali, vediamo che:

  • in un solo caso uno dei due partiti principali ha raggiunto, di poco, la maggioranza assoluta
  • la somma dei due partiti maggiori, che negli anni del dopoguerra saliva progressivamente fino al 91,2% del 1976, tende a scendere già dall’inizio di questo secolo.
Anno CDU/
CSU
SPD Somma
1949 31,0 29,2 60,2
1953 45,2 38,8 84,0
1957 50,2 31,8 82,0
1961 45,3 36,2 81,5
1965 47,6 39,9 87,5
1969 46,1 42,7 88,8
1972 45,8 44,9 90,7
1976 48,6 42,6 91,2
1980 44,5 42,9 87,4
1983 48,8 38,2 87,0
1987 44,3 37,0 81,3
1990 43,8 33,5 77,3
1994 41,4 36,4 77,8
1998 40,9 35,1 76,0
2002 38,5 38,5 77,0
2005 35,2 34,2 69,4
2009 33,8 23,0 56,8
2013 41,5 25,7 67,2
2017 32,9 20,5 53,4

In conclusione:

  • Il risultato di queste elezioni in parte dipende da eventi congiunturali (il perdurare della crisi economica, il problema dei migranti), ma questi non fanno che accentuare una tendenza in atto già da tempo.
  • La frammentazione politica è più forte che nelle precedenti elezioni, ma non ancora tale da impedire una coalizione.

Questi sono i fatti. Vediamo adesso qualche considerazione politica.

In base ai numeri, la soluzione più sensata sarebbe ancora una grande coalizione. Attualmente questa è esclusa dal deciso rifiuto espresso da Schultz. Sicuramente pesa la delusione per un risultato negativo, che per il leader è una pesante sconfitta personale. Ma il partito socialdemocratico è ancora il secondo della Germania, e la sua estinzione non è all’ordine del giorno, come sta capitando invece in Francia. Nessuno può prevedere quale potrà essere il futuro di una eventuale coalizione “giamaicana”. La politica della Germania diventerà sicuramente più incerta ed oscillante, e non è escluso che si debba ricorrere ad elezioni anticipate. Ma non è ancora la catastrofe.

L’affermazione della nuova destra radicale è un successo a metà. Il suo radicamento è prevalentemente nelle regioni dell’Est, che tra l’altro sono quelle meno toccate dalla crisi dei migranti. L’orientamento politico appare piuttosto variegato, va da atteggiamenti di forte conservatorismo ad esplicite nostalgie per il passato nazista. In ogni caso, l’AfD è isolata, e a meno di un avvicinamento con il centro moderato (cosa che per ora sembra esclusa) la sua azione dovrà limitarsi ad una rumorosa opposizione.

Fonti: https://de.wikipedia.org/wiki/Bundestagswahl e voci connesse.

Il giorno dopo il diluvio

  • Giugno 2016: Comunali.
  • Dicembre 2016: Referendum.
  • Giugno 2017: Comunali.
  • Tre sconfitte consecutive in dodici mesi.

Nel mondo delle persone normali nessun gruppo dirigente rimane al suo posto dopo un simile disastro.

Fuori. Fuori tutti, Fuori subito. Oggi, domani, dopodomani. Subito. Se si aspetta qualche giorno in più, vuol dire che s’è deciso che la nave deve affondare col Comandante, e allora ognuno per sé e Dio per tutti.

E quando dico fuori tutti, intendo proprio fuori e proprio tutti. Che non si ripeta il teatrino di Renzi che va a ffà er Cincinnato governando per proconsoli, in attesa d’essere richiamato a furor di popolo.
Fuori Matteo Orfini, il lugubre regista del karakiri romano.
Fuori Maria Elena Boschi, la garrula autrice e coprotagonista della Caporetto referendaria.
Fuori Luca Lotti, perché noi siamo garantisti e ognuno è innocente fino a sentenza definitiva, ma mi spiegate voi che ce ne facciamo oggi in Italia di un ministro senza portafoglio per lo Sport?
E con loro fuori tutta la truppa delle mezze calzette e degli ascari, dei ciaone e delle ladylike, fuori i quarantenni incravattati che parlano guardando fisso in camera e fanno con la testa segno di sì a sé stessi, fuori le signorine prime della classe che squittiscono la lezioncina imparata a memoria.
Fuori i Giovani Turchi, e chi mai ha capito che cos’è un Giovane Turco, e che cazzo ci sta a fare nel PD. Fuori Andrea Orlando, che la sua manfrina d’essere alternativo a Renzi più che ridicola è stata penosa.
E fuori anche un bel po’ di vecchi saltati trionfalmente sul carro del vincitore, che non cerchino di scendere facendo finta di niente.
Fuori, a fare altro. Ce ne sono di mestieri utili e interessanti al mondo, arredatore, ortodonzista, rappresentante del Folletto. Si mettano in testa che la politica non è pane per i loro denti.

E non venitemi a parlare di Statuto, Congresso, Primarie, e cì cì e ciò ciò, perché le elezioni, quelle grosse, se va bene, sono al più tardi ad aprile, e non ci si può presentare a questo che può essere il Giudizio Finale con le braghe in mano a discutere di correnti e di posti a sedere sul ponte del Titanic.

E subito una legge elettorale, perché per votare ci vuole una legge elettorale, e una legge elettorale è quella che dice che i rappresentanti del Popolo Sovrano sono scelti, uno per uno, dal Popolo Sovrano. I nostri bravi soldatini alzino il culo dalla sedia, e vadano in giro per il Paese, ognuno col suo nome e cognome, con la sua faccia e la sua storia, a spiegare a noi perché dovremmo scegliere lui, proprio lui, e non un qualunque altro Pinco Pallino di una qualunque altra cordata correntizia, come rappresentante nostro e dell’intera Nazione (art. 67).

Oggi il PD ha una sola carta da giocare, Paolo Gentiloni, che non è né Napoleone né Machiavelli né Mosè, ma per ora è l’unico che può tenere provvisoriamente in piedi la baracca senza farci fare la figura dei coglioni di fronte al mondo intero. Si punti su quello, lasciandogli fare come può quello che sa, senza dare sempre l’impressione di considerarlo un commesso viaggiatore telecomandato.

E poi, una volta tirata la testa fuor d’acqua, cominciare a pensare a costruire un partito che oggi non c’è, il Partito Democratico.
E Partito Democratico vuol dire un partito che dichiara di avere un progetto già fatto, bellissimo e scritto benissimo, che è la Costituzione della Repubblica. Una Costituzione che forse avrò bisogno di un ritocchino in qualche tecnicismo, ma queste sono finezze da lasciare per tempi migliori. Oggi il progetto è quello, quella l’identità, quella la storia, quello il futuro, quelli i valori, quello l’orgoglio, quello soprattutto lo stile ed il linguaggio.

Caspar David Friedrich

La legge elettorale e l’atto mancato

In Europa e in America il parlamentarismo ha una storia di secoli, e non c’è molto da inventare. Alla fin dei conti, esistono due sistemi elettorali: uninominale e proporzionale. Tutti gli altri sono delle varianti di questi due, o delle mescolanze più o meno pasticciate.

Non c’è un sistema elettorale perfetto, e poiché in Italia li abbiamo sperimentati tutti e due, conosciamo pregi e difetti di entrambi.

Il sistema uninominale, in vigore per gran parte della storia del Regno, è basato su un rapporto diretto tra gli elettori e il singolo parlamentare. È un sistema molto territoriale, che esalta il principio essenziale della libertà di mandato. I parlamentari aderiscono sempre ad un qualche partito, ma nel sistema uninominale l’eletto non è molto portato ad ubbidire ai propri capi: non sono loro che l’hanno fatto arrivare in Parlamento, ma gli elettori del suo collegio.

Il difetto dell’uninominale è di avere dei parlamentari spesso portati a rappresentare interessi locali, a volte decisamente clientelari, e a perdere di vista l’altro principio cardine della democrazia: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”.

Il sistema uninominale porta tendenzialmente ad un sistema bipartitico, ma questi partiti non sono blocchi compatti e disciplinati, hanno una struttura piuttosto lasca, e non esiste alcun modo per obbligare il singolo parlamentare a seguire un qualche ordine di scuderia.

Il sistema proporzionale, che ha funzionato per i quasi cinquant’anni della cd. “Prima Repubblica”, mira a riprodurre in Parlamento la varietà di orientamenti presenti presso l’opinione pubblica. Poiché tante teste tante idee, il sistema proporzionale porta inevitabilmente ad una grande pluralità di partiti.

Il sistema proporzionale può funzionare a due condizioni:

  1. che i partiti siano effettivamente rappresentativi delle diverse posizioni presenti nel paese, e non piccole consorterie legate per motivi di pura convenienza ad un qualche “capo” capace di raccogliere voti attraverso campagne di marketing elettorale;
  2. che i partiti siano in grado di trovare alleanze e di convergere verso obiettivi comuni, considerati concordemente più importanti dei punti di dissenso.

Poiché oggi in Italia non si verificano né la prima, né la seconda condizione, mi sembra che la scelta dovrebbe orientarsi verso l’uninominale. Ma è un’opinione personale, non è il quarto segreto di Fatima.

Oggi in Italia si va disperatamente alla ricerca di un qualche sistema elettorale, escludendo però in partenza sia il proporzionale, sia l’uninominale. Non si capisce assolutamente quale sistema si voglia attuare; si sono fatti vari tentativi di alterare pesantemente l’uno o l’altro, o di creare cervellotiche commistioni dei due. Tutti questi tentativi hanno portato ad un fallimento, o a risultati giudicati concordemente disastrosi. Eppure non si riesce ad uscire dalla situazione di stallo, e ad operare una scelta chiara fra l’uno e l’altro dei due sistemi. Ogni volta si promette una soluzione risolutiva, ma alla fine il risultato è una ciofeca ancor più indigeribile del prodotto precedente.

In termini psicanalitici, dovremmo forse parlare di una lunga serie di “atti mancati”, sintomo inequivocabile di una situazione gravemente patologica. C’è qualcosa di segreto e di inconfessabile che impedisce ai partiti di produrre non questa o quella, ma una qualunque legge elettorale degna di questo nome.

Vedremo come va a finire quest’ultimo tentativo. Il mio timore è che il marasma mentale e le pulsioni autodistruttive dei principali partiti alla fine possano portare ad una vera crisi delle istituzioni democratiche.

Intellettuali


La moderna Biblioteca di Alessandria è su eBay.
Da anni vado a cercarvi le più insolite realtà di nicchia, edizioni sconosciute di autori sconosciuti…
In seguito ad una sgradevole discussione di quelle che ci tocca subire oggigiorno (un intellettuale che accusa gli intellettuali di essere “intellettuali”), per esorcizzare il senso di déja vu, mi sono messo a cercare un classico sull’argomento, l’opera di un grande intellettuale non defezionista.
1927. Prima edizione, copia numerata.
Voi tenetevi i vostri ometti furbetti non politicamente corretti.
Io ho Julien Benda.

Destra, sinistra, e perché no, una destra “di sinistra” (o una sinistra di destra?)

Division Charlemagne

Volontario francese della 33. SS Panzer Grenadier Division “Charlemagne” sul fronte russo

Il fascismo può essere riassunto storicamente in tre punti.

  1. Si prende la teoria della storia di Marx (o per meglio dire, una sua semplificazione molto riduttiva) e si sostituisce alla “lotta fra le classi” la “lotta fra le nazioni” (i popoli, le razze ecc.).
  2. Si prende la teria economica di Marx (trascuriamo il fatto che parlare di “teoria economica di Marx” è molto impreciso, anche qui si va per grandi semplificazioni) e si sostituisce al termine “capitale” il termine “finanza”. Se per voi è la stessa cosa, vuol semplicemente dire che non avete letto il Capitale. Tranquilli, non è un problema, nessuno può leggere tutto, io non ho mai letto Guerra e Pace, per esempio. Ma credetemi: per Marx non è assolutamente la stessa cosa.
  3. Si prende il linguaggio e la prassi della Rivoluzione Francese, e al posto di “aristocrazia” si mette “sistema parlamentare”. E qui credo che abbiano capito tutti.

Bibliografia essenziale: Zeev Sternhell, Ni droite, ni gauche. Ma c’è anche tanta altra roba da leggere – solo che non si può leggere tutto ecc.

Che questo sia il fascismo dei fascisti d’oggi, Marine Le Pen in testa, non ci piove.

Però occhio: esattamente come novant’anni fa, è anche il fascismo di tanti fascisti “di sinistra” (sic.)

E proprio in questi giorni, spuntano come funghi dopo una bella pioggia.

Il vento nei capelli

Non ho, naturalmente, un’immagine di quelle ragazze e donne picchiate dai mariti o dai genitori perché si vestono troppo “all’occidentale”, e si ribellano alle regole arcaiche di una società che opprime il corpo femminile. Mi devo accontentare di un’immagine di repertorio del movimento “My Stealthy Freedom” delle donne iraniane.

Spero che in Italia, dopo aver incredibilmente farneticato sul velo come “scelta di libertà”, ora si sostenga, con convinzione ma senza deviazioni di tipo razzista, la piccola rivoluzione di queste donne e ragazze che si rivolgono alla legge e alle istituzioni per rivendicare il diritto di sentire il vento nei capelli.

Sistemi elettorali in Italia – una sintesi

  1. Legge elettorale proporzionale per l’elezione dell’Assemblea Costituente, emanata col Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946; fu poi estesa alla Camera dei Deputati con Legge n. 6 del 20 gennaio 1948. Le si affiancò con Legge n. 29 del 6 febbraio 1948 la norma l’elezione del Senato, consistente in un proporzionale mascherato da uninominale.
    • Questo sistema elettorale fu applicato 10 volte dal 1948 al 1987.
  2. Modifica delle modalità di elezione della Camera con l’abolizione della preferenza multipla in seguito al referendum del 9 giugno 1991.
    • Questa norma fu applicata una volta, nelle elezioni del 1992.
  3. Modifica delle modalità di elezione del Senato con abolizione della quota proporzionale in seguito al referendum del 18 aprile 1993.
    • Questa modalità di elezione non è mai stata applicata.
  4. Nuove modalità di elezione della Camera e del Senato con Leggi 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 (cd. “Mattarellum”): sistema uninominale per il 75% dei seggi, con recupero proporzionale per il restante 25%.
    • Sistema elettorale applicato tre volte: nel 1994, 1996 e 2001.
  5. Cd. “Porcellum”, Legge n. 270 del 21 dicembre 2005: proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate alla Camera e al Senato, con modalità diverse per il calcolo del premio di maggioranza fra le due Camere.
    • Legge applicata nelle elezioni del 2006, 2008, 2013.
  6. Cd. “Consultellum”, sistema elettorale risultante dall’applicazione delle modifiche imposte al “Porcellum” dalla Corte Costituzionale con sentenza 4 dicembre 2013.
    • Sistema mai applicato.
  7. Cd. “Italicum” varato con Legge Legge 6 maggio 2015, n. 52. Capilista bloccati, premio di maggioranza assegnato con ballottaggio.
    • Sistema mai applicato.
  8. Legge “Italicum” modificata con sentenza della Corte Costituzionale del 25 gennaio 2017, che abolisce il ballottaggio per il premio di maggioranza, conserva il premio di maggioranza per la lista che raggiunge il 40%, conferma i capilista bloccati e le candidature multiple, ma impone il sorteggio per la scelta del collegio di elezione.
    • Sistema, fino ad oggi, non ancora applicato.

Hitler “al potere con elezioni democratiche”?

HitlerCircola da sempre il luogo comune di Hitler che “va al potere con elezioni democratiche”. Se non è proprio una bufala, certo è un’esagerazione.

Vediamo i dati – che chiunque può verificare:

Elezioni presidenziali del marzo-aprile 1932:
Primo turno: Hitler 30,1%
Secondo turno: Hitler 36,8%.

Soprattutto se guardiamo i dati del ballottaggio, il successo è modesto: solo Giachetti a Roma è riuscito a fare peggio – e non di molto.

Elezioni del Parlamento Federale:
Settembre 1930: NSDAP 18,3%
Luglio 1932: NSDAP 37,8%
Novembre 1932: NSDAP 33,1%

Dunque, nel momento in cui Hitler va al potere, il consenso elettorale del suo partito è addirittura in calo. Adesso che va di moda l’italico “maggioritario”, il 33% è un bolide che ti proietta sul tetto del mondo; ma in Germania allora c’era il proporzionale, e se ti votava un elettore su tre, avevi un deputato su tre.

Dopo due mesi, Hitler ottiene ugualmente il cancellierato per una serie di motivi che prescindono dal risultato elettorale: il favore del vecchio Hindenburg, l’appoggio dei “poteri forti”, una politica abile e spregiudicata di alleanze con le forze della destra “moderata”, le divisioni e le incertezze dell’opposizione, e soprattutto le continue violenze che destabilizzano i partiti democratici e creano un senso di fatale necessità.

Si tratta comunque sempre di un governo con maggioranza parlamentare vacillante. Hitler decide quindi di avere una vera legittimazione attraverso un nuovo voto popolare.

Il risultato è deludente:

Marzo 1933: NSDAP 43,9%

Queste ultime elezioni sono celebrate quando Hitler è già Cancelliere da due mesi, il Reichstag un mucchio di rovine fumanti, gli avversari politici aggrediti, perseguitati e uccisi, le città e i seggi presidiati da milioni di Camicie Brune in armi. Eppure anche in queste circostanze terribili oltre il 56% dei tedeschi ha avuto il coraggio di dire NO al nazismo.

Hitler capisce la lezione, e tre settimane dopo viene emanata la “Legge dei pieni poteri”. Per i successivi dodici anni non ci sarà più democrazia in Germania, non ci saranno più elezioni né “vinte”, né perse.

La verità sul terrorismo dell’ISIS

(A proposito delle incongruenze degli attentati suicidi, che danno spesso luogo a complicati ragionamenti)

anisUn attentatore suicida è, in primo luogo, un povero coglione.

Uno che sceglie come scopo supremo dell’esistenza farsi saltare in aria / schiantarsi con un camion è il più coglione dei poveri coglioni.

Tutti noi dobbiamo morire, prima o poi. Non ci vuole nessuna particolare capacità, non devi dimostrare nulla, non devi avere un motivo speciale per morire. Muori lo stesso. È l’unica cosa che rende tutti gli essere umani veramente uguali.

Solo il più coglione dei poveri coglioni può pensare che il fatto di morire lo renda in qualche modo speciale.

Detto questo, tutto il resto viene di conseguenza.

Il terrorista suicida non ha bisogno di nessun addestramento speciale. L’addestramento di un soldato normale consiste nell’imparare ad uccidere senza essere ucciso. O per lo meno, ad uccidere il maggior numero di nemici prima di essere ucciso. Il terrorista suicida è solo un soldato usa e getta. Non ha bisogno di una buona mira, non ha bisogno di particolari doti offensive, non deve maneggiare tecnologie complesse, non ha bisogno di nessuna capacità difensiva. L’unica cosa che deve fare è farsi ammazzare.

Il terrorista suicida non ha bisogno di una particolare astuzia, di un supporto di intelligence. Non deve entrare in un fortilizio nemico protetto da guardie armate, non deve superare raffinati sistemi di allarme, non deve indossare strani travestimenti. Deve solo individuare un posto qualunque pieno di gente e andare a farsi saltare in aria / schiantarsi con il camion.

L’unico requisito, è che non cambi idea all’ultimo momento. Ma per questo, occorre solo un po’ di lavaggio del cervello ideologico. E fare il lavaggio del cervello a un povero coglione è la cosa più facile di questo mondo.

Poiché non è previsto che il terrorista suicida sopravviva, non c’è bisogno di elaborare una tattica per il dopo. I terroristi suicidi che sono così coglioni da non riuscire neanche a farsi ammazzare nel corso della loro azione suicida, sono presi ed ammazzati dopo pochissimo tempo.

Non è previsto che un terrorista suicida abbia esperienza e impari dai propri errori. Un terrorista suicida, per definizione, NON fa errori. L’unico errore che può fare, è la sopravvivenza: ma a questo si rimedia quasi subito.

Dal punto di vista strategico, l’impiego dei terroristi suicidi ha una efficacia totale.

La centrale terrorista incarica cento poveri coglioni di compiere l’attentato. Novantanove di loro si fanno beccare nei primi giorni, e per i motivi più cretini: perdono i documenti, scrivono su FaceBook che stanno per fare l’attentato, si fanno prendere al posto di blocco perché mostrano i documenti veri, oppure tirano fuori la pistola mentre gli vogliono solo fare la multa per divieto di sosta… Uno di loro non si fa beccare: è un coglione come gli altri, e fa esattamente gli stessi errori, ma ha un gran culo, oppure viene fermato per strada da poliziotti coglioni come lui. Quell’unico terrorista superstite riesce alla fine a farsi saltare in aria / schiantarsi con il camion.

Uno su cento ce l’ha fatta, ma dal punto di vista della centrale terrorista, il tasso di successo è del 100%. Volevano l’attentato, e hanno avuto l’attentato.