In conclusione

In conclusione, sono scoraggiato. Da un quarto di secolo l’Italia sembra ipnotizzata dal mito dell’Uomo Nuovo, il politico che è diverso da tutti gli altri politici, quello che spazzerà via la vecchia politica… Di Uomini Nuovi di tal fatta ne abbiamo avuti a bizzeffe, alcuni più, altri meno fortunati. Il PD sembrava l’unico partito esente da quella malattia.

Oggi, per non farci mancare niente, di Uomini Nuovi (che sono diversi da tutti gli altri politici, che spazzeranno via la vecchia politica…) ne abbiamo due: uno al Governo, ed uno all’Opposizione. E fra i due litiganti, il Terzo – il più vecchio degli Uomini Nuovi ancora in circolazione – riemerge gaudente da quella sorta di coma in cui, assi più che i giudici, l’età ormai veneranda sembrava averlo sprofondato.

Quella tessera del ’92

Sono iscritto al PD da 22 anni.

All’epoca si chiamava PDS, ho ancora la tessera con la data del 29 marzo 1992.

Tessera 1992

Chi c’era, ricorda quell’anno, uno dei più terribili della storia italiana recente. L’anno della grande offensiva di mafia, che ben presto avrebbe portato all’incubo delle stragi. Ma anche la criminalità comune raggiunse un picco assolutamente anomalo, come ricordano le statistiche del Ministero degli Interni.

Si era alla fine della “Prima Repubblica”, che finiva molto male, non solo perché stavano venendo alla luce i grandi casi di corruzione – cosa che in realtà suscitò ben poca sorpresa nell’opinione pubblica – ma soprattutto perché quel che rimaneva del vecchio ceto politico mostrava una clamorosa inadeguatezza di fronte ai problemi del Paese.

Si stava intanto inabissando il PSI; per la prima volta nella storia recente un grande partito si era totalmente identificato con la vicenda personale del suo leader, e tramontando quello, inevitabilmente ne seguiva la sorte, in un suicidio inglorioso che lasciò un vuoto incolmabile nella politica del Paese.

Ma la cosa che più mi spinse a quell’iscrizione, fu la petulante insistenza con la quale un Presidente della Repubblica, invece di tutelare la Costituzione, si adoperava per scardinarne le fondamenta. Francesco Cossiga fu il primo che tentò di trasformare il disagio della società e la diffusa diffidenza verso la politica in un “piccone” per abbattere le istituzioni nate dall’antifascismo.


La mia adesione al PDS fu più una testimonianza che una militanza; volli manifestare la mia opposizione al corso degli eventi entrando in un Partito che all’epoca mi sembrava quello che meglio custodiva l’eredità dei Costituenti. Non partecipai mai effettivamente all’attività politica, ma quella tessera, che rinnovavo ogni anno, mi dava la sicurezza che la rassegnazione non era inevitabile.

Poi mi devo essere distratto un momento, ed ora mi trovo iscritto ad un Partito che ha come obiettivo prioritario togliere ai cittadini il diritto di voto.


Sotto l’etichetta di “riforme”, termine che ormai può comprendere qualunque cosa, si sta discutendo la trasformazione del secondo ramo del Parlamento in una commissione di amministratori regionali di secondo piano, scelti da altri amministratori regionali.

Sappiamo benissimo che i partiti sono strumento essenziale della democrazia, che tra la sovranità popolare e la macchina dello Stato è necessaria una mediazione organizzata; siamo troppo vecchi per non sapere che la spinta della “democrazia diretta” non ha mai portato ad altro che alla delega plebiscitaria verso un Capo carismatico. Ma sappiamo anche che qui è il punto delicato del processo democratico, che i partiti tendono inevitabilmente a trasformarsi in un ceto autoreferenziale, e che questa tendenza deve essere attentamente monitorata a tenuta sotto controllo. Per questo, il costante richiamo al principio della Sovranità popolare è assolutamente indispensabile. La “riforma” in questione va esattamente nel senso opposto; la degenerazione viene addirittura costituzionalizzata, ed in una delle istituzioni chiave dello Stato!

Uomini dell’apparato scelti da altri uomini dell’apparato, un drappello di piccoli oligarchi che si autonominano e se la cantano e se la suonano. A questo si vuol ridurre il Senato della Repubblica.

La riforma della legge elettorale della Camera, pubblicizzata con un nome che sembra quello di un digestivo alle erbe, segue una logica analoga, ha il solo vantaggio che non sarà una norma inserita nella Costituzione. Ai cittadini viene lasciato il diritto di voto, ma è un diritto di voto per così dire all’ingrosso; si sceglie un pacchetto di parlamentari, poi chi vuole legge sulla confezione il contenuto, tanto non lo può cambiare. La Camera dei Deputati non è più quell’immagine della società che l’ha eletta, dove “ogni membro… rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”; è il Consiglio di Amministrazione dei grandi padroni delle liste, che usano pacchi di voti per misurare i loro equilibri di potere.

Certo, queste idee non sono farina del sacco democratico, ma finché a sostenerle erano uomini come Licio Gelli o Silvio Berlusconi, non c’era niente di strano. Ognuno fa il proprio mestiere, e da una destra autoritaria non può venire altro che un “Piano” per una trasformazione autoritaria dello Stato.

Ma che questo progetto, già bocciato clamorosamente nel referendum del 2006, sia ora ripreso da un Partito che si dice Democratico (anche se non è più “di Sinistra”, ma pazienza!) non può non suscitare sconcerto e indignazione.


Fra i tanti centenari del 2015 ne voglio ricordare uno, di cui non mi sembra si parli ancora in giro. Sono ottocento anni dalla Magna Charta, quel grande confuso documento della storia inglese da cui, forzando un pochino il testo, si può estrarre il primo germe di una di quelle grandi idee che nei secoli hanno reso l’Europa qualcosa di speciale. E l’idea è questa: è un paese libero quello in cui c’è un Parlamento che può controllare il Governo.

Si sta oggi affermando un principio diverso, quello di un sistema in cui il Governo controlla il Parlamento.

Mi vengono amare riflessioni da insegnante in pensione. Mi chiedo se nella scuola italiana si insegnano ancora certe cose. Nei libri di storia di una volta, c’era un capitoletto, “Confronto fra il Risorgimento italiano e l’Unificazione tedesca”. E la differenza fondamentale è che alla guida del nostro Risorgimento c’era un Governo il quale, dal 1849 in avanti, doveva rendere conto del proprio operato ad un Parlamento liberamente eletto. Invece l’Unificazione tedesca fu guidata da uno Stato autoritario, il cui leader fu il primo a contrapporre l’energico “fare” governativo agli inutili “discorsi” delle aule parlamentari.

Cavour, dunque, o Bismarck – senza togliere nulla ai meriti di quest’ultimo, il quale, va riconosciuto onestamente, almeno “faceva” effettivamente, e non si limitava a riempirsi la bocca con il “fare”.

E così, oggi abbiamo di fronte un’intera generazione alla quale sembra che nessuno abbia spiegato la differenza tra “potere legislativo” e “potere esecutivo”. Una generazione alla quale sembra normale che il Governo in carica detti il calendario dei lavori parlamentari, per di più in una materia, la riforma della Costituzione, che dovrebbe privilegio gelosamente custodito da coloro che rappresentano direttamente la sovranità popolare.


E quella vecchia tessera? La tengo.

Sta lì a ricordarmi che non bisogna rassegnarsi, che non bisogna stare zitti.


Aggiornamento del 31 luglio 2014. Visto l’evolversi della situazione, per i motivi qui esposti ho deciso di seguire l’indicazione del Segretario del mio Partito, il quale, rivolgendosi ai dissidenti, ha detto, con la squisita eleganza che gli è propria, “quella è la porta”.

Ricordi sul fascismo (10-16 aprile 2014)

Mio padre era nato nel 1919, mia madre nel 1920. Si trovarono dunque a vivere i loro vent’anni in piena II guerra mondiale. Mio fratello è nato nel ‘43 in una cittadina sulla collina di Torino, dove i miei erano “sfollati” per sfuggire ai bombardamenti. Solo mio padre affrontava tutti i giorni il viaggio per andare a Torino a lavorare (io, come mio nonno paterno, mio padre e mio fratello abbiamo avuto una giovinezza caratterizzata da una magrezza quasi patologica: per questo siamo sempre stati giudicati inabili al servizio militare; non così da parte di mia madre: mio nonno ha fatto la I guerra mondiale in Albania, mio zio come alpino in Jugoslavia, e dopo l’8 settembre è finito in campo di concentramento in Polonia).

Insomma, nei ricordi della mia famiglia, il fascismo si presentava come una enorme insensata tragedia.

Il crollo del consenso dovuto alla catastrofica conduzione della guerra dava alla generazione giovane di allora la sensazione di essere gli unici sani di mente in un mondo di pazzi, che per anni avevano accolto con entusiasmo le strampalate promesse di uno psicopatico e di un buffone.

Inevitabilmente, le rievocazioni famigliari dell’era fascista erano condite dalla narrazione di situazioni paradossali, meschinità vergognose – anche di loro stretti conoscenti –, e terminavano con un giudizio perentorio: “il fascismo era solo propaganda: tutte balle”.

Tale giudizio era rafforzato dall’informazione storica diffusa nei decenni successivi; ogni rievocazione del Ventennio comprendeva qualche spezzone di filmati con discorsi del Duce dal balcone, giovani Avanguardisti e Piccole Italiane in marcia coi gagliardetti, e gerarchi impettiti con la nappina del fez che ballonzola sulla fonte. Insomma, una comica meglio di Stanlio e Ollio. Di questo clima, i Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti sono una rievocazione quasi commovente nella sua intensità.

Io sono sempre stato di sinistra, più o meno estrema; i miei, sono stati sempre dei moderati, e non hanno partecipato alla Resistenza. Mio padre ha votato liberale per tutta la sua vita – e così mio zio, l’Alpino, tornato a guerra abbondantemente finita, dopo la Jugoslavia, la prigionia in Polonia, e pure un bel po’ di prigionia in un campo sovietico, poiché per i rossi era pur sempre un soldato di un esercito nemico. Ma questa distanza tra le due estreme di quello che un tempo si chiamava l’Arco Costituzionale dava al mio antifascismo di famiglia un tono quasi ecumenico. Si poteva dissentire su tutto, ma che il fascismo sia stato una montagna di merda non si discuteva.

Aggiungiamo, per terminare questa breve ricostruzione, che in tutti quelli di quella generazione che ho conosciuto vi è la coscienza, confusa ma ferma, che, una volta entrati nella II Guerra Mondiale, per quanto l’esito sia stato doloroso, a conti fatti perdere come abbiamo perso è stata una enorme botta di culo. Settant’anni di arrampicamenti revisionistici sui vetri non sono riusciti a tirare fuori uno straccio di argomento decente per convincermi che la scelta della guerra fosse inevitabile. E perdere per perdere, meglio con gli Americani che distribuiscono cioccolata e sigarette, e una generazione di antifascisti in grado di rimettere in piedi la baracca.

Anzi, forse meglio così in ogni caso. Mussolini poteva starne fuori, come Oliveira ‘O Vicho’ Salazar, e Francisco Franco. Sarebbe morto nel suo letto, ed una torma di ecclesiastici in pompa magna e di vecchi nostalgici in camicia nera l’avrebbero accompagnato all’ultimo riposo. Ma non mi sembra ugualmente che Franco e Salazar siano molto rimpianti, nei loro paesi.

Soprattutto, ci saremmo trascinati fino all’epoca della decolonizzazione un ipertrofico e costosissimo Impero piacentiniano e razzista; e Dio solo sa quante lacrime e quanto sangue ci sarebbe costata la nemesi dell’hybris mussoliniana.


Non ho mai avuto alcun interesse alle discussioni sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo”.

In primo luogo, perché questo significherebbe riaprire il processo al fascismo. Ma non è più tempo. Il processo al fascismo è già stato fatto, parecchi anni fa, e si è concluso con un giudizio che ormai è passato agli atti. Qualunque discorso sul fascismo non può prescindere da questo.

In secondo luogo, una discussione sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo” non ha senso, perché di fascismo ce n’è stato uno solo. Non due. Uno.

Io sono convinto che il fascismo abbia avuto una grande svolta, negli anni intorno al 1938, con le leggi razziali e l’alleanza giugulatoria con il nazismo. Dopo, il fascismo non è più stato quello di prima. Ma il fatto è che questa svolta è stata compiuta da tutto il fascismo. Non ho notizia di personalità importanti che abbiano manifestato opposizione a questa svolta – a parte qualche noticina nel segreto di un diario personale, qualche mugugno a mezza voce.

La fuga c’è stata nel ‘43, quando tutti si sono accorti (con un bel po’ di ritardo) che ormai la guerra era perduta. Ed era il caso di cominciare a pensare a salvare la pelle. Ma è stata una storia squallida: per quelli che hanno cercato di salvare la pelle, come per quelli che non avendo più l’opportunità di accoppare gli Abissini, ed essendo lontani dal posto in cui Tedeschi ed Inglesi continuavano ad accopparsi, tanto per non perdere l’abitudine hanno cominciato ad accoppare gli Italiani.

Ed anche per i tantissimi che hanno cominciato a tenere, come si dice, “un basso profilo”.

Ma ormai la storia non era più la loro storia. La storia era degli altri.


Chiuso senza ripensamenti il fascicolo processuale, possiamo ora studiare il fascismo semplicemente per capire come sono realmente andate le cose, senza doverci più preoccupare di dover portare argomenti all’accusa o alla difesa.

O per lo meno, così dovrebbe essere, perché mi rendo perfettamente conto che in realtà non si raggiungerà mai perfettamente una simile serenità   per lo meno, non nell’arco della mia generazione. Ma questa non è la mia preoccupazione.


“Capire come sono andate veramente le cose” significa però in primo luogo mettersi in testa che di cose ce ne sono state. E grosse.

Dire che “il fascismo era solo propaganda”, come dicevano i miei vecchi, è un modo per esorcizzare un passato imbarazzante, scrollarsi dalle spalle un peso troppo gravoso da portare. Come tutti i giudizi riduttivi, “italiano brava gente”, “una dittatura temperata dall’inosservanza della legge” ecc. Uno strano accidente della storia, che ha avuto conseguenze disastrose, ma che alla fine “non ci appartiene”.

Ridurre il fascismo ad una comica tragedia, ad una tragica farsa, ad una grande rappresentazione a cui tutti si adeguavano per quieto vivere, è una troppo comoda rimozione.


Capire come sono andate le cose significa in primo luogo capire qual era la logica interna di quel periodo. Capire cosa pensava la gente. Capire come vivevano quel periodo, che tipo di rappresentazione mentale si erano fatti di sé e del mondo in cui vivevano.

Questo implica in un certo senso cercare di condividere il loro punto di vista, per quanto questo punto di vista sembri lontano.

La cosa è molto difficile, perché noi sappiamo come è andata a finire. E quindi, capire cos’avevano in testa quelli che ancora non lo sapevano, richiede un forte sforzo di immaginazione. Per quanto possibile, dobbiamo anche noi dimenticarci che sappiamo come è andata a finire.

In questo momento mi sto occupando di un tizio (non ha molta importanza per ora chi sia questo tizio) che non ha mai saputo come è andata a finire. È andato in Africa a conquistare l’Impero, ed è morto prima che l’Impero fosse fondato. Pieno di belle speranze e di entusiasmo, in sella al suo muletto, respirando l’aria frizzante dell’Altopiano.

Devo dire che la sindrome di Stoccolma comincia mordere. Non riesco a non trovarlo simpatico.

È il personaggio ideale per capire la mentalità dell’epoca. Non è stato contaminato dalla conclusione. Una caritatevole sciabolata in pieno corpo gli ha risparmiato di vedersi crollare il mondo addosso, quando il Fondatore dell’Impero ha usato l’Impero come una fiche da giocare sul tavolo verde del grande Risiko. Non gli è toccato dover scegliere tra la fedeltà alla Patria e la fedeltà al Duce. Non gli è toccata soprattutto una vecchiaia squallida e rancorosa, condannato a rimuginare il passato, a spiegare l’inspiegabile, a difendere l’indifendibile.

Poiché lui non ha saputo come è andata a finire, è più facile per lo storico entrare nella finzione narrativa di non sapere come andrà a finire. Come entrare nel bosco con Cappuccetto Rosso e non sapere che il lupo ci mangerà.

10-16 aprile 2014

In memoria di Margaret Thatcher (Jannacci style)

Quelli che… quelli che lavorano sono solo dei rompicoglioni.

Non quelli che lavorano e pretendono diritti.
Non quelli che lavorano e pretendono un salario.
Non quelli che lavorano e pretendono una pensione.
Non quelli che lavorano e ogni tanto scioperano.
Non quelli che lavorano e si iscrivono ai sindacati.
Non quelli che lavorano e lasciano sporco in giro.
Non quelli che lavorano e si alzano alle cinque di mattina, “perché io sono uno che si alza alle cinque di mattina, io lavoro, mica come tanti…”
Non quelli che lavorano e puzzano di sudore.
Non quelli che lavorano e la sera guardano la partita.
Non quelli che lavorano e “quello lì chissà che lavoro fa…”
Non quelli che lavorano e dicono ai figli “studia, perché io lavoro, e per te studiare è il tuo lavoro”.
Non quelli che lavorano e “quando sarò vecchio tornerò a coltivare la vigna di mio padre”, ma quando sono vecchi guardano la partita come quando lavoravano.
Non quelli che lavorano “ma se vinco al Totocalcio smetto di lavorare”.

No.

Quelli che … quelli che lavorano sono dei rompicoglioni, perché lavorano. Anche se lavorano e non fanno nient’altro, sono dei rompicoglioni. Perché lavorano. Tanto basta per essere dei rompicoglioni.

E basta.

Come passa il tempo

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi l’Italia del 1961.

Sono passati cinquant’anni, e gli enormi palazzoni dell’Esposizione sulle rive del Po sono ancora lì, nessuno li ha buttati giù, e nessuno ha mai trovato veramente un modo per utilizzarli. Memorabili monumenti dell’ingegneria, quasi del tutto inutili.

Mio figlio ha fatto scuola di roccia nel Palazzo a Vela, prima che venisse riutilizzato per le Olimpiadi del 2006. Vi erano pareti artificiali vertiginose. Il palazzo di Nervi si trova su tutti i libri di storia dell’architettura; ma è vuoto, e coperto di ruggine.

Nel 1961 a Roma c’era Andreotti. A Torino c’era la Fiat.

A Torino c’erano anche dei quartieri poco raccomandabili, pieni di immigrati: Porta Palazzo, San Salvario. Le vie della periferia erano piene di prostitute.

La città aveva un 10% circa di abitanti più di oggi. Le strade erano più o meno le stesse. In centro vi erano due grandi corsi dai pomposi nomi celebrativi: Corso Stati Uniti, e Corso Unione Sovietica. Cosa notabile: ci sono ancora, e si chiamano allo stesso modo.

Non c’era la metropolitana, le linee tranviarie erano più o meno le stesse, c’era un po’ meno macchine, ma l’aria era molto più inquinata. Riscaldamento domestico a carbone o a nafta. Niente metano.

La scuola. Nel 1961 facevo la seconda media. Ero fortunato, molti dei miei coetanei frequentavano i “tre corsi” dell’Avviamento, e poi a lavorare a 14 anni.

Poi avrei fatto il mio Liceo, dall’inizio alla fine, in giacca e cravatta. Ma non lasciatevi raccontare delle frottole: a parte l’abbigliamento, era più o meno come adesso.

La gente in casa aveva il frigorifero, la radio, il telefono, qualcuno la televisione. In bianco e nero, con un solo canale. Ma era pur sempre la Rai Tivvù. C’erano Mike Buongiorno, Emilio Fede, Piero Angela.

Se si voleva uscire la sera, si poteva andare al cinema: la scelta era tra superproduzioni americane, oppure commediole italiane, per lo più volgarucce e fatte in economia.

Fuori città, lì sì, c’era una grande differenza. C’erano ancora gli ultimi contadini, quelli che vivevano con sei vacche nella stalla, e il fieno ammucchiato con i forconi nel fienile. Ma sarebbero durati poco.

Nel mondo, c’era un po’ di guerre qua e là. L’uomo non era ancora andato sulla Luna, ma c’erano già missili e aerei supersonici capaci di portare bombe atomiche dall’altra parte del globo.

E soprattutto, il mondo conosceva da anni l’invasione della plastica, onnipresente.

Insomma, immaginiamo una macchina del tempo, che in un attimo porti un uomo del 1961 nel 2011, e un altro dal 2011 al 1961. Le cose sarebbero un po’ diverse, ma quanto ci metterebbero ad adattarsi?

Se proprio uno ci pensa su, tra la nostra vita nel 1961 e quella di oggi, la differenza più grande è che oggi io posso salire in macchina nel primo pomeriggio, e se non mi addormento in autostrada, faccio cena a Lubiana, senza che nessuno mi abbia chiesto chi sei dove vai. Pago il conto con i soldi che ho in tasca, se non ho contanti, esibisco un pezzo di plastica. Cinquant’anni fa, perfino andare da Torino a Mentone comportava un passaggio di frontiera, documenti, cambio, niente da dichiarare?

Ah, dimenticavo: oggi ci portiamo il telefono in tasca.


Prendiamo la stessa macchina del tempo, e facciamo un salto dal 1961 al 1911.

Sono sempre gli stessi cinquant’anni, ma tanto per cominciare, dobbiamo scavalcare cinque guerre.

Per celebrare il 50° dell’Unità, s’è abbattuto un pezzo di Campidoglio per costruire un enorme monumento, già all’epoca definito unanimemente orrendo. Giovanni Pascoli, per l’occasione, ha scritto due sterminati poemi in lingua latina: l’Hymnus in Romam, e l’Hymnus in Taurinos =>.

Al Quirinale c’è un Re appassionato di numismatica, con il suo corteggio di principi di Piemonte, di Genova ecc. La bandiera d’Italia ha lo scudo sabaudo nel centro(*). Non votano ancora le donne, e neppure tutti i maschi.

Le donne portano gonne fino a terra; gli uomini rispettabili si massacrano con uno stretto ed alto colletto rigido, in celluloide, anche in piena estate. Non esiste lo shampoo, non ci si asciuga i capelli col fòn, anche le case borghesi raccolgono, accanto al cesso, un discreto blocchetto di pezzi di carta di giornale, per la necessaria pulizia. Ma nella maggior parte delle case, anche in città, è considerato normale andare a farla in un gabbiotto in cortile. Sempre in cortile, ci sono le fontane per il lavaggio di panni. I regolamenti condominiali vietano di fare il bucato in casa. Niente pannolini per i neonati. Però chi può permetterselo trova già il Borotalco in farmacia.

(Naturalmente, niente plastica. Guardatevi in giro per casa. Anche una casa del 1961. Togliete tutti gli oggetti in qualche materiale sintetico. Dite che cosa vi rimane.)

Mussolini è un giovane deputato socialista. D’Annunzio, inseguito dai creditori, è scappato in Francia. A Parigi si parla ancora di un duello di cui s’è reso protagonista, due anni prima, F.T. Marinetti.

Le città sono decisamente più piccole di adesso. A Torino la campagna comincia, ad ovest, dopo Corso Tassoni; a sud, percorrendo corso Peschiera si vedono ancora, da una parte e dall’altra, vaste aree non edificate.

Sorgono le prime fabbriche. C’è ovviamente la Fiat, in mezzo a dozzine di altre piccole aziende, ancora incerte tra le quattro ruote e il biciclo, oppure, come la gloriosa Chiribiri, tra le automobili e gli aereoplani. Ma sono sicuro che sulla totalità della popolazione italiana, la maggioranza non ha mai visto né un’automobile, né un aeroplano; e forse neanche una bicicletta. E questo, a prescindere dalle differenze tecniche fra i mezzi.

La Fiat fa anche macchine da corsa: il modello più potente ha 14.000 di cilindrata, e tocca i 165 kmh. Gli aerei del 1911, be’, lasciamo perdere. Cinematografo, fonografo, radio, telefono, ecc: diavolerie moderne, chissà se avranno un futuro.

Si va in America con il vapore; per i più, dati costo e lunghezza del viaggio, non ci sarà ritorno.

Le città stanno realizzando l’illuminazione pubblica: ma alcune non si sono ancora decise tra il gas e l’elettricità.

Gli analfabeti sono quasi la metà della popolazione: un po’ più le femmine che i maschi. Quasi il 50% della popolazione attiva lavora nei campi.


Insomma, avete capito dove voglio arrivare. Negli ultimi cent’anni, la storia ha viaggiato a due velocità diversissime. Per i primi cinquant’anni ha cavalcato come una Walkiria col culo pieno di peperoncino; poi, ha poltroneggiato per il secondo mezzo secolo.


(*)Ai tempi del Fascio, tutti avevano in casa una bandiera, da esporre nelle festività di precetto. L’abitudine rimase ancora per qualche anno dopo la guerra, ma ben pochi si erano sobbarcati la spesa di un drappo repubblicano. Alcuni miei zii tiravano fuori quello vecchio, ma lo lasciavano mezzo arrotolato, in modo che la croce di San Maurizio non fosse troppo visibile. Non era nostalgia monarchica, solo tirchieria.

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Insomma, mi spiegate come funziona sto cazzo di Fèis Bùch?

Sono diventato amico di tutta la mia ultima classe del linguistico. E fin qui vabbe’.

Ogni tanto mi arriva una richiesta di amicizia da parte di Lollo Birillo. A volte il nome vagamente mi dice qualcosa, a volte no. Magari è uno che ho conosciuto anni fa, poi mi sono dimenticato.

Mi scrivesse “Ciau, sono il tuo vecchio amico Lollo, da bambini giocavamo insieme alle figu nei giardinetti di Corso Svizzera, ti ricordi di me? Io ero quello col berrettino rosso che ti fregava le figu, tu eri quello che frignava sempre”. No. Richiesta di amicizia di Lollo Birillo. Prendere o lasciare.


Ho ricevuto una richiesta di amicizia di Mauricio Pistone, Argentina, di professione Proprietario di un Complejo de cabañas a orillas del lago Los Molinos, Córdoba. Argentina.

C’è una sua foto, in piedi, con la mano orgogliosamente appoggiata ad una motocicletta. La foto è minuscola, non riesco a distinguere la marca della motocicletta.


Insomma, avrete capito che il tema d’esame sull’Internet non avrei saputo svolgerlo.