Un commento pascoliano ad Orazio

[a proposito di: L’asclepiadeo maggiore [e l’arte di abbindolare i gonzi]]

da: Giovanni Pascoli, Lyra, 2ª edizione Giusti Editore 1899 p. 208

XXI. – Convivio intimo. – Il convivio è presso Leuconoe il cui animo non è sereno, come serena la bellezza. Così mi giova interpretare il nome della fanciulla, da λευκός e νοῦς, come valesse: se fosse anche nell’animo, candida sarebbe in tutto. Leuconoe è piena di suoi presentimenti e consulta i Chaldaei, i matematici che leggevano l’avvenire nelle costellazioni. Ha forse ella con sé i pinaces dove è computata la fine della vita di lei e di lui? Li mostra ella forse alla fine del simposio che non è riuscito a cacciare la nuvola dalla fronte candida? Nei simposii poteva aver luogo una specie di divinazione, per es., col cottabo e coi tali. E il parlare dell’avvenire con tristezza, abbiamo veduto nel prec. v. 131, e altrove, che era naturale e solito. E il simposio poteva essere nel natalizio o di Leuconoe o di Orazio, onde il discorso sui Chaldaei, poiché la loro arte consisteva (Cic. div. II, 87) in praedictione et in notatione cuiusque vitae ex natali die. Da tutto questo e dal verso 6, deduco che la poesia è conviviale come le precedenti, di cui la prima ([I-XVIII2]) ha lo stesso metro. « Non cercare con codesti illeciti computi sino a quando vivremo io e tu. Meglio è prendere quello che viene. O più d’un inverno ci sia serbato o l’ultimo sia questo, non ci pensare; filtra il vino e poiché la vita è breve non far lunga la speranza. Mentre parliamo è già passato un po’ della nostra parte di vita. Afferra l’oggi e non credere al domani ». Il convivio è d’inverno, anche questo; e figurato presso il mare che fa sentire il suo cupo brontolìo. Anche nel precedente si parla di burrasca. Anche nell’Ora tetra, Epod. [XIII3], mugghia il mare. Ciò deriva da Archilocho e Alcaeo, lupi marini? …


[Note mie]

1 Carm. I, 9 “Vides ut alta stet nive candidum…” al v. 13 “Quid sit futurum cras, fuge quaerere…”

2 Carm. I, 18 “Nullam, Vare, sacra vite prius severis arbore…”

3 Ep. XIII “Horrida tempestas caelum contexit et imbres…”

L’asclepiadeo maggiore

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Hor. Carm. I 11

Non chiederti, Leucy, quale sorte toccherà a me, e quale a te. E non stare a fare i tarocchi di Babilonia. Non è cosa che ci è dato sapere. Meglio prendere la vita come viene.

Forse conosceremo altri inverni. Forse questo, che manda il mar Tirreno a sbattere contro i sassi, è l’ultimo che ci ha dato il Padreterno. Fatti furba. Versa il vino, e nel giro di pochi attimi taglia il lungo filo della speranza. Mentre ci perdiamo in chiacchiere, il tempo dispettoso se ne va. Vivi alla giornata, non fare nessun conto sul domani.


Questo è, evidentemente, un maldestro esercizio di traduzione, di cui sono tutt’altro che soddisfatto, e che spero riuscirò a migliorare.

Nella primissima versione avevo tradotto Leuconoe con Bianchina: e sono stato giustamente impallinato.

Non che Bianca mi entusiasmi…

[var. 29 gennaio 2015]

Ho deciso: tolgo Bianca, e metto Leucy.

Esiste, giuro.


Nella prima versione il titolo del post era L’asclepiadeo maggiore, e l’arte di abbindolare i gonzi.

Il banale fatto di cronaca che lo aveva ispirato ormai è totalmente dimenticato.

[var. 27 febbraio 2015]

Ho rimosso, su richiesta dell’autore, alcuni commenti. Riporto qui una delle mie risposte a questi.

Il nome della signora mi ha dato molti problemi.
Non so se lei segue it.cultura.linguistica.italiano, riporto qui un mio messaggio in riposta a chi, giustamente, criticava la mia scelta:
“Hai ragione, Bianchina sembra un’utilitaria degli anni ’60.
Non so come si possa tradurre Leuconoe, la lettura usuale leukos “bianco” + nous “mente” non è sicura, in ogni caso intraducibile.
Leuconoe in greco è un demo dell’Attica, ma non c’entra niente. In latino leukon significa “airone bianco”, e prima di Bianchina avevo pensato a “Gabbianella”: scartato. Pensi che “Garzetta” funzionerebbe?
Un nome greco oggi sa di liceo classico; ma all’epoca era una moda banale, come oggi i nomi (pseudo)inglesi. Leuconoe all’epoca era giusto un nome da olgiattina. Che ne dici di Whitney?
No, non va. Non si capisce neanche se è un nome da maschio o da femmina.”

[var. 4 agosto 2017]