Una grande lingua e un piccolo potere

Targa tu e voi

Quand’ero giovane, uno degli episodi che si citavano per dimostrare quanto il fascismo, oltre ad essere stato un evento tragico, avesse anche lati di vera comicità, era la pretesa di sostituire il “lei”, come pronome di cortesia, con il “voi”.

Sostituzione che aveva comunque un qualche fondamento storico e culturale, poiché il “voi”, in italiano, si è sempre usato, ed in parecchi dialetti è l’unica forma ammessa. Ma faceva ridere che il Regime pretendesse di intervenire sulla lingua con apposito decreto ufficiale.

Ora un

Ora un Senato Accademico si è autonominato padrone della lingua italiana, ed ha varato, con voto quasi unanime, il decreto di sostituire il maschile con il femminile in una serie di situazioni, anche quando l’interessato sia un uomo. Cosa che, indipendentemente dalle motivazioni etico-politiche, è comunque un bell’esempio di delirio di onnipotenza.

si è autonominato padrone della lingua italiana, ed ha varato, con voto quasi unanime, il decreto di sostituire il maschile con il femminile in una serie di situazioni, anche quando l’interessato sia un uomo. Cosa che, indipendentemente dalle motivazioni etico-politiche, è comunque un bell’esempio di delirio di onnipotenza.

Quelli della mia generazione

La mia generazione manifestava per il Vietnam.

Voglio dire, noi manifestavamo PER il Vietnam, e CONTRO gli USA.

Viet Cong

Certo in queste nostre manifestazioni c’era molta ingenuità, un grande manicheismo ideologico, spesso qualche eccesso. Non si sentivano parole oggi alla moda: “complessità”, “geopolitica”.

Nessuno ci spiegava che quella guerra non era una vera guerra, che l’aggressore non era un vero aggressore, che l’aggredito non era un vero aggredito, che le stragi non erano vere stragi, che non ci sono “buoni” e “cattivi”.

Per noi era la lotta dei popoli contro l’imperialismo, e tanto ci bastava.

Era ancora viva la generazione che aveva fatto la Resistenza, ma nessuno che fosse stato Partigiano si sentiva autorizzato a dare patenti di “Resistenza” a chicchessia. Sapevano benissimo che la situazione dei resistenti è, quella sì, “complessa”, ma non per questo si sarebbero mai sognati di criticare la Resistenza altrui, di alzare il sopracciglio e andare a cercare i difetti, gli errori, perché no, le ambiguità di chi si trovava sotto le bombe, e rischiava ogni momento la vita contro i carri armati che devastavano le città, incendiavano i villaggi, facevano stragi di civili. Nessuno di loro avrebbe mai detto che non ci sono “buoni” e “cattivi”. Loro, i cattivi, li avevano visti. E sapevano bene qual è la differenza.

Nessuno si sarebbe sognato di dire che i vietnamiti, che tutti quelli che lottavano per la libertà, in fondo, se l’erano voluta.

I partigiani – quelli veri – sapevano che la guerra partigiana è una guerra. Che si fa con le armi. Con le armi di quello che rimaneva dell’esercito regolare italiano, con quelle prese al nemico, con quelle paracadutate dagli inglesi. Si uccide e si viene uccisi.

I partigiani speravano nell’arrivo degli Alleati, cercavano di coordinarsi con loro, ed era una sventura quando il coordinamento mancava. Per loro, nei momenti di disperazione, era un conforto sapere che tutto il mondo libero era dalla loro parte. Combattevano contro i nazifascisti, non si sognavano minimamente di pensare che l’aggressione nazifascista era stata provocata dagli americani, dagli inglesi. Quella era la propaganda fascista, non la loro battaglia. Per loro, l’aggressione nazifascista l’avevano fatta i nazi, e i fascisti.

No, non mi vergogno di aver manifestato per il Vietnam. In quel momento, era la cosa giusta da fare.

Il Manzoni e la guerra

Come anticipo di un prossimo intervento in lode (e un po’ in critica) dei Promessi Sposi, pubblico alcune semplici considerazioni sul Manzoni e la guerra.

Goya I disastri della guerra
Goya, Incisione dai Disastri della guerra

Sapete benissimo che, per la gioia degli scolari d’ogni epoca, quando il Manzoni affronta un nuovo tema, ne va a ricercare l’origine il più lontano possibile, perché non rimanga il minimo dubbio sulla radice e la natura della (buona o mala) pianta.

Di molti personaggi ci racconta la storia partendo addirittura prima della nascita: il papà di fra Cristoforo, di Gertrude. A quest’ultima, di per sé abbastanza marginale nello sviluppo della vicenda principale del libo, dedica ben due capitoli, i centrali di tutto il romanzo: dal punto di vista strettamente narrativo per giustificare l’inganno che condusse l’ignara Lucia nella trappola dell’innominato, in realtà per esaminare aspetti fondamentali della morale cristiana e della storia della Chiesa.

Per spiegare la carestia sale in cattedra e ci dà bella squadernata la dottrina del mercato quale era stata elaborata dagli economisti del XVIII e XIX secolo, nonché la dimostrazione dei danni dell’intervento statale. La rivolta dei forni è analizzata a partire dall’affissione delle gride con il prezzo del pane, ed è seguita da un’analisi approfondita sulla psicologia degli individui, dei gruppi, delle masse nei moti popolari. Per la peste va addirittura alla ricerca del “paziente zero”, il primo milanese che portò il morbo in città.

Per la guerra, niente di tutto questo.

La guerra è presente quasi in ogni fase della vicenda, o come scontro in atto, o come contesto generale, lontano ma sordamente echeggiante nei pensieri di tutti. Ma, per quanto abbiamo letto con attenzione il libro, chiudiamo l’ultima pagina senza aver capito un accidenti di questa guerra: perché è scoppiata, chi sono i contendenti, quali sono le strategie delle forze in campo, quali gli eventi principali, quale la conclusione. Ogni volta, ci viene dato semplicemente un brevissimo accenno alla situazione dei quel particolare momento, senza alcun legame né col precedente, né col successivo.

Alla fine, l’unica cosa che si capisce, è che non c’è niente da capire.

La guerra è la suprema espressione della follia del mondo, dell’inspiegabilità della storia umana, dell’irrazionalità del reale. Ci capita addosso come la grandine, e quand’è finita (ammesso che sia finita, perché l’unica cosa che sappiamo è che dopo ogni guerra ne viene un’altra), alla fine ci guardiamo negli occhi, chiedendoci: “cos’è stato?” e soprattutto: “com’è che siamo sopravvissuti?”

La carriera di una lingua

Tra le formulette riduttive che si dicono sulla lingua, una è quella che definisce l’italiano “un dialetto che ha fatto carriera”.

In breve, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio scrivevano nel dialetto della loro città; poi, per motivi oscuri – una torbida cospirazione di accademici parrucconi, di aspiranti condottieri di eserciti, di apprendisti ammiragli di flotte – chissà come, questo dialetto è stato imposto come lingua a tutta l’Italia.

Non è proprio così.

Per prima cosa, la Firenze di Dante, Francesco, Giovanni, non è un piccolo borgo di gente semplice dove si parla come si magna. La Firenze del ‘300 è una città con una popolazione molto composita. C’è un’aristocrazia che vanta gloriose origini, ma in realtà è formata in massima parte da arrampicatori sociali, grandi proprietari terrieri che non sdegnano di sporcarsi le mani con il lavoro e soprattutto con il denaro, popolani arricchiti che si danno arie da gran signori. Sono emersi dal nulla in diverse fasi della storia della città, ma all’inizio sono stati tutti “gente nova e subiti guadagni”. E poi c’è il “popolo”, che non è il “popolo” dei populisti d’ogni tempo, ma un mondo variopinto di nuove professioni che cercano di ritagliarsi nell’economia in forte crescita del tempo il loro spazio di privilegio, sempre con la tentazione di fare il gran salto verso uno stile di vita più signorile.

E tutto questo mondo in fermento non è mai stata chiuso “dentro la cerchia di Fiorenza antica”, ma ha sempre avuto rapporti molto stretti con il mondo degli affari, della politica, della cultura italiana ed europea con un raggio di interessi sempre più ampio.

In questa città, che è l’esatto contrario della chiusura municipale, si forma Dante. E la sua formazione si nutre della cultura che all’epoca era la cultura d’avanguardia. Dante conosce la poesia provenzale e la poesia siciliana. E di nuovo bisogna ricordare che né il provenzale trovadorico, né il siciliano della scuola siciliana, sono la rustica favella del buon popolo non ancora corrotto dall’intellettualismo radical chic. Si tratta in entrambi i casi di lingue altamente formalizzate, filtrate attraverso il gioco letterario di circoli esclusivi, che si sono sforzati il più possibile di uscire dal localismo per costruire due koinè letterarie, quella della Francia meridionale (che comprende anche la Catalogna e una buona fetta di Padania) e quella dell’Italia meridionale. In più, Dante conosce il romanzo in lingua d’oïl, che non è più da secoli la lingua della contea di Parigi, ma una lingua già fortemente internazionalizzata.

Quando Dante comincia a scrivere, è in pieno vigore la scuola che lui stesso chiama “stil novo”. E lo stil novo non è la poesia siciliana tradotta in fiorentino. Lo stil novo nasce già come una corrente più ampia non solo della dimensione cittadina, ma regionale. Il primo Guido è un bolognese, altri vengono da altre città della Toscana.

Dante scrive parecchio anche in latino. Conosce a memoria tutta l’Eneide, ma non è in quel latino che scrive. Il suo è latino medievale. Ed il latino medievale è quello che i nostri linguisti da social chiamerebbero “una lingua che non esiste”, una lingua che non è mai compressa nella gabbia delle regolette delle buone maestre di una volta, quelle che ti facevano segnacci blu se azzardavi un “famigliare” con la g. Esistono tanti latini medievali quanti sono i centri di cultura medievale, anzi, tanti latini quanti sono gli scrittori. Il latino medievale porta sempre l’impronta fortissima del suo autore; e in alcuni, diventa terreno di vera creatività, di sperimentazione.

Firenze è la città dove si è formato Dante; ma non è la città dove è stata scritta la Divina Commedia.

Il trauma dell’esilio, dello sradicamento, l’affannosa inutile ricerca di un posto dove mettere nuove radici, è stato anche un enorme allargamento della sua prospettiva linguistica.

Ci sono nella vita di Dante due esperienze bolognesi, una prima dell’esilio, l’altra dopo. Bologna è un centro dove affluiscono maestri e allievi da tutta Italia e da tutta Europa, un centro di dibattito e di contaminazioni. Il bolognese dei bolognesi veraci è un dialetto dove ogni quartiere cittadino ha un dialetto tutto suo, ma non è certo quello il bolognese a cui Dante assegna un ruolo molto importante nella formazione del “volgare illustre”.

Poi c’è il periodo veronese, a contatto con la grande aristocrazia del nord-est. Poi va (forse) a Parigi, forse a Padova: altre due città universitarie.

Il De Vulgari Eloquentia è un tentativo di cavar fuori il sugo di tutte queste esperienze; è il primo esempio in tutta Europa di un’analisi scientifica della lingua moderna, ed il fondamento di una lingua che non esiste ancora, ma di cui ci sono tutte le premesse: una lingua che nasca già con una prospettiva né municipale né regionale, ma nazionale.

Poi c’è la Divina Commedia, e qui il discorso è breve, perché tutti voi la conoscete a memoria. E tutti voi sapete che la lingua della Commedia è una lingua in cui l’autore trasferisce la grande molteplicità delle sue esperienze culturali e linguistiche. Una lingua che non parte da Firenze per parlare ai fiorentini, ma parte da questo gran fermento linguistico per parlare ad un’Italia che è già in formazione.


Passiamo a Francesco Petrarca, un fiorentino che a Firenze c’è stato forse tre settimane in tutta la sua vita.

Francesco nasce ad Avignone, figlio di un guelfo bianco che ha subito lo stesso sradicamento di Dante. Ed anche Avignone è una città in gran subbuglio, dove si deve trovare alloggio a tutta la corte papale che s’è da poco trasferita là. Corte papale vuol dire corte internazionale, una corte dove ovviamente si parla parecchio francese. Non sono competente dell’argomento, quindi non saprei dire cosa significhi “francese” nell’Avignone dei papi; ma sicuramente è una lingua di respiro molto ampio.

Ormai della grande stagione trovadorica arriva appena un’eco, e non sembra che sia questa una grande fonte di ispirazione per Francesco.

La prima lingua di riferimento per lui è sicuramente il latino, lingua nella quale scrive la quasi totalità della sua opera. Il latino di Petrarca è ormai oltre il latino medievale, siamo alle premesse dell’umanesimo, e questa lingua, che è contemporaneamente lingua della cultura, lingua della liturgia e del diritto canonico, lingua della diplomazia papale, in lui si sforza di modellarsi sui grandi modelli classici e postclassici, avendo come faro nel buio il latino di Agostino per guardare ad un’Europa che cerca di scrollarsi di dosso il medioevo.

E poi c’è il fiorentino, che ovviamente per lui è in primo luogo il dialetto del papà, un certo Petracco, esule senza qualità. Lo stesso fiorentino che aveva sentito Dante da bambino. Non è ovviamente quello che usa Francesco nelle due uniche operette in volgare: una raccolta di poesie, un frammento di poema allegorico. Per Francesco il fiorentino è la parlata di una città per la quale si prova una nostalgia così grande che si fa di tutto per non tornarci, perché si sa che non si reggerebbe alla delusione.

Il fiorentino di Petrarca quindi non è più il fiorentino di Firenze, ma quel volgare “che non esiste”, rispetto al quale la stessa lingua mutevole, sperimentale, tumultuosa di Dante pecca di municipalismo. Francesco cerca di partire non dalla Commedia, ma dall’esperienza lirica dello stil novo. Però Dante ha contato, e molto, non tanto come modello formale, ma come esempio di una poesia che rifugge ormai dal semplice gioco letterario di società, e si sforza di dire cose. In Dante questo porta a una lingua aspra, varia e mutevole com’è aspro, vario e mutevole il mondo. In Francesco lo sforzo di una lingua essenziale, che nel vocabolario specialistico e ristretto della lirica cortese trova ampia dimora, deve raggiungere una semplicità che non è innocenza primordiale, ma distillazione di studio. La lingua di Francesco deve giocare sulle microvarianti, per mostrar che potea la lingua nostra. È la lingua finissima dell’arte del tardo Gotico, premessa del Rinascimento, la lingua del mutevole gioco di consonanze della polifonia. È in questo senso, non nella maniacale selezione lessicale, che va intesa l’importanza capitale di Francesco nella storia dell’italiano.


Visto che siete già stufi di leggere come io sono stanco di scrivere, dirò poche parole – ma non perche sia meno importante degli altri – di Giovanni Boccaccio.

Dei tre, è quello per il quale la produzione latina è meno importante. Ma è quello che ha dato veramente corpo ad una lingua moderna, trasportando in prosa quello che i primi due avevano fatto prevalentemente, o esclusivaente, in poesia.

Certo, Giovanni è fiorentino. Ma è un fiorentino che ha trascorso gran parte della giovinezza a Napoli: sede di una corte internazionale di lingua francese, che prima era sotto una corte internazionale di lingua tedesca. Giovanni è un uomo di corte che quando può scappa per i mercati e i quartieri malfamati della grande città portuale; gioca a ingaglioffirsi, e poi a rivestire di panni curiali il resoconto delle sue avventure.

Giovanni ha una venerazione sconfinata per Dante; e soffre di un discreto complesso di inferiorità verso il suo corrispondente Francesco. Ma di entrambi assimila e porta al massimo grado la lezione: totale aderenza al reale, una naturalezza che è il massimo traguardo dell’arte.

È questa la lingua che Dante, Francesco, Giovanni hanno consegnato all’Italia. Una lingua che fin da allora nessuno, in Italia, ha mai pensato di chiamare “dialetto di Firenze”.

Daccapo a zero

La vicenda Sea Watch è finita con una figuraccia mondiale per l’Italia.
I 43 sono sbarcati – questa era l’unica soluzione sensata fin dall’inizio.

Per tutto il tempo che è durata la sceneggiata, qualche centinaio di altri migranti giunti con i loro mezzi (il che vuol dire: tutti quelli che erano partiti, partiti, meno quelli che sono annegati), sono sbarcati in varie località italiane, anche a Lampedusa. Qualcuno è arrivato su una spiaggia, qualcun altro in un porto, e tutti sono sbarcati.

Come è sempre capitato sotto tutti i governi, compreso il “governo del cambiamento”.

Lo stesso giorno in cui nel porto di Lampedusa un qualche funzionario troppo solerte imponeva ad una motovedetta della Guardia di Finanza una pericolosa manovra ostruttiva, un’altra imbarcazione della Guardia di Finanza, ed un’imbarcazione della Guardia Costiera, salvavano in mare una cinquantina di naufraghi.
Undici sono stati accompagnati proprio a Lampedusa, senza che nessuno ci badasse. Proprio mentre le telecamere riprendevano, ad uso dei media di tutto il mondo, lo sbarco dei 43 della Sea Watch, in mezzo alle urla di un gruppo di esagitati che insultavano e minacciavano di stupro la comandante Rackete, un’altra imbarcazione della Guardia di Finanza zitta zitta sbarcava quegli altri undici poveracci ripescati in mare.
Immagino che i finanzieri delle due imbarcazioni avranno passato la serata insieme, davanti ad un boccale di birra, meditando sugli strani casi della vita.
La Guardia Costiera ha poi provveduto a sbarcare in Sicilia gli altri naufraghi recuperati: una quarantina circa.

Ci credo che i Figli di Salvini sono furenti.
Questa vicenda dimostra che l’Italia non ha una politica sui migranti. Questo Governo non l’ha mai avuta. Questo Governo da oltre un anno sostiene la bufala dei “porti chiusi”. Ma i porti non sono chiusi. Non sono mai stati chiusi.
Di fronte ad una singola nave guidata da una distinta signora trentenne, si è mostrato come sia materialmente impossibile chiudere i porti.
O per lo meno, come l’attuale Governo non abbia la minima su cosa debba fare per attuare praticamente questo suo proposito.

Il Governo del Cambiamento torna da dove era partito. Non ha una politica sui migranti. Non ha un progetto per contrastare l’immigrazione; non ha un progetto per gestire quelli che in un modo o nell’altro sono già arrivati – e continueranno ad arrivare.
Per ora si limita a lanciare bufale sul Web – come quella dei “porti chiusi”.

E temo che continuerà a farlo ancora per molto.

Dei migranti, del pubblico, e del privato


L’iniziativa della nave Sea Watch è illegale? Sì, è illegale (*).
Possiamo lasciar gestire il soccorso in mare ai privati delle ONG? No, non possiamo.
Su questo, direi che non ci sono dubbi.

Cerchiamo di risalire un pochino indietro, per capire come si è arrivati a questa situazione.

Nell’ottobre 2013, di fronte all’acuirsi della crisi in Libia, ed alla spaventosa tragedia dei naufragi, il governo italiano lanciò l’operazione Mare Nostrum. Quest’operazione, affidata alla Marina Militare italiana, aveva come obiettivo la sicurezza nazionale (il controllo delle acque del Mediterraneo centrale) e l’azione umanitaria (il salvataggio delle vittime di naufragi).

L’operazione ebbe un tale successo, che subito si levarono altissime critiche: il numero dei salvati era toppo elevato. Si diceva che questo rappresentava un incentivo alle partenze, e che se l’Italia avesse smesso di “chiamare” i migranti, il flusso sarebbe calato drasticamente. Su pressione di vasti settori dell’opinione pubblica e della politica, dopo solo un anno l’operazione Mare Nostrum fu interrotta: funzionava troppo bene per gli standard del nostro paese.

Si ignorava (temo in qualche caso consapevolmente) una grande lezione della storia: vi sono circostanze in cui masse di persone continuano ad andare avanti, anche se le probabilità di andare incontro alla morte sono sempre più elevate.

In ogni caso fu una scelta sciagurata e del tutto irrazionale. L’Italia è il paese con la più grande estensione di coste del Mediterraneo; ed è il più vicino all’area di massima instabilità del Nord Africa. Pensare che il controllo di quel tratto di mare sia cosa non che ci compete, è pura follia. Un po’ come se i Carabinieri si chiudessero a chiave in caserma, e mandassero messaggi sui social per lamentare che là fuori c’è disordine e illegalità.

Diciamo pure: questa scelta alla fin dei conti si è dimostrata antinazionale, come la maggior parte delle scelte dettate dalla logica dell’estrema destra – anche quando non è un governo di destra a farle.

L’idea all’inizio era quella di sostituire l’operazione navale italiana con un’operazione europea; ma subito si vide che le altre nazioni se ne disinteressavano. Tragicamente comica la risposta inglese: “Non abbiamo abbastanza navi!” Gli Inglesi che dicono di non avere abbastanza navi!

Insomma, il Mediterraneo rimase sguarnito.
A questo punto interviene una seconda grande lezione della storia, ancora più evidente della prima. Dove c’è una necessità impellente, e lo Stato non interviene, intervengono i privati. Ovviamente, essendo privati, con la loro logica di privati, non con la logica dello Stato.

Così vediamo dei privati che senza seguire le indicazioni del Governo viaggiano per il Mediterraneo ripescando gente per portarla in Italia. Fanno bene? Fanno male? Ci sono diverse opinioni in proposito. Ma la vera domanda è: perché si è permesso che questo compito indispensabile del controllo della navigazione fosse assunto da dei privati, quando dovrebbe essere funzione vitale dello Stato?

A questa domanda nessuno sa ripondere.

Certo, la destra dice “chiudiamo i porti”. Come se i Carabinieri dicessero: chiudiamo i tram, così non ci salgono i borseggiatori. I porti non sono chiusi – non possono, materialmente, essere chiusi; né si possono chiudere tremila km di costa.

Dall’alto dei palazzi romani, dalle colonne dei social qualcuno in cerca di pubblicità si esibisce con cadenza più o meno mensile in urla e strepiti contro qualche nave ONG. Del tutto indifferenti a questo canaio, gli sbarchi continuano con cadenza quotidiana.

Un fallimento catastrofico, dal quale sarà ben difficile risollevarsi.

(28 giugno 2019)


(*) Il corso degli eventi ha evidenziato, in modo assai più rapido di quanto mi aspettassi, quanto sia stato imprudente da parte mia quest’uso della figura retorica della concessione. Avrei dovuto scrivere, con una più evidente sfumatura di dubbio, “Ammettiamo che l’iniziativa della nave Sea Watch sia illegale…”

(3 luglio 2019)

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Dai muriccioli a eBay

E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.

Manzoni, Promessi Sposi XXXVII

Ausgeschieden

Tempo fa cercavo su eBay i Vangeli apocrifi in greco. Ho trovato l’edizione del Tischendorf, che ha ancora un suo valore, anche se è un po’ superata. Durante la ricerca mi cade l’occhio sugli Atti degli Apostoli apocrifi – sempre del Tischendorf e successivi aggiornamenti. Li ho presi per puro feticismo – non credo che metterò mai il naso in quel greco. Mi sono arrivati due volumi del 1959, in perfette condizioni.
C’è ancora il timbro della biblioteca: Stadtbücherei Bochum. E la sentenza:

AUSGESCHIEDEN (“escreto”).

Al fondo, la traccia dove la busta della scheda del prestito è stata staccata, e un’annotazione a penna, con la motivazione

11.01.95 Nie

che credo di poter interpretare come “mai consultati” a 36 anni dalla pubblicazione.

Eccomi così proprietario dell’“escremento” della Biblioteca Civica di Bochum. Una bella merda (Scheiße) di libro.

Prime impressioni (ore 11 del 5 marzo).

Bisogna vedere ancora la distribuzione dei seggi, che con una legge elettorale così scombinata è difficile da prevedere; ma stando alle percentuali, la buona notizia è che i fasciorazzisti non hanno trionfato. Hanno avuto un buon risultato, ma hanno mancato l’obiettivo principale. Non sono riusciti né a resuscitare la salma di Mussolini, né a rivitalizza la mummia di Berlusconi, né a rendere credibile l’europarlamentare con il 90% di assenze: il partito di Salvini prende addirittura meno di quello di Renzi.

I nipotini di Priebke: FN e Casapound, rimangono una minoranza rumorosa e puzzolente, ma non dovrebbero riuscire ad ammorbare col loro lezzo di carne putrefatta le aule parlamentari.

Il fascismo in Italia rimane (per ora, e parzialmente) a testa in giù. Dico “parzialmente” perché la notizia peggiore è che il candidato del Ku Klux Klan è il nuovo presidente della regione Lombardia.

Gli altri risultati confermano le previsioni. I 5* sono il primo partito, ma non sono riusciti a superare la coalizione di destra, e devono salutare l’orgogliosa prospettiva di poter governare da soli.

La sconfitta del PD – la quinta in meno di due anni – più che annunciata, è stata puntigliosamente ricercata, con una serie di errori clamorosi sia al punto di vista politico (catastrofico quello della legge elettorale), sia dal punto di vista della comunicazione (una campagna elettorale praticamente inesistente). Dopo il referendum, sembrava una gara a chi faceva perdere più voti. L’ultima performance è stata rifilare Maria Elena Boschi alla SVP. Poi il nulla.

Il PD scende ora sotto la “soglia psicologica” del 20%. Complessivamente, come partito, e come coalizione, il 6% in meno rispetto al 2013. A questo punto un’eventuale difesa dell’attuale gruppo dirigente sarebbe una farsa surreale. Se fosse un film americano, vedremmo uomini e donne con la faccia scura che fanno su le loro cose in una scatola di cartone e si avviano in silenzio verso l’uscita posteriore.

Ma siamo in Italia, e ci aspetta un lungo piagnisteo.

Qualche giunta

Ho ripreso in mano queste pagine, che negli ultimi tempi avevo trascurato.

Un po’ per pigrizia, un po’ per non sconvolgere del tutto il carattere di questo blog, che era nato all’insegna della lingua italiana e della scuola, finora avevo messo pochi interventi più esplicitamente legati all’attualità politica.

Sento ora il bisogno di chiarire ai miei due virgola cinque lettori i motivi di alcune prese di posizione.

Ho deciso quindi di inserire alcuni articoli che in varie occasioni avevo pubblicato in diversi gruppi di discussione su Usenet, e che ad una rilettura mi sono sembrati ancora attuali.

Li ho collocati alla data della prima pubblicazione; si trovano quindi distribuiti in diversi punti di queste pagine. Sono riconoscibili perché nel titolo ho inserito l’indicazione della data originaria, in modo da dare un’indicazione cronologica indipendente dal flusso di coscienza della piattaforma WordPress.

Altre seguiranno (forse).