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Il Manzoni e la guerra

Come anticipo di un prossimo intervento in lode (e un po’ in critica) dei Promessi Sposi, pubblico alcune semplici considerazioni sul Manzoni e la guerra.

Goya I disastri della guerra
Goya, Incisione dai Disastri della guerra

Sapete benissimo che, per la gioia degli scolari d’ogni epoca, quando il Manzoni affronta un nuovo tema, ne va a ricercare l’origine il più lontano possibile, perché non rimanga il minimo dubbio sulla radice e la natura della (buona o mala) pianta.

Di molti personaggi ci racconta la storia partendo addirittura prima della nascita: il papà di fra Cristoforo, di Gertrude. A quest’ultima, di per sé abbastanza marginale nello sviluppo della vicenda principale del libo, dedica ben due capitoli, i centrali di tutto il romanzo, dal punto di visgta strettamente narrativo per giustificare l’inganno che condusse l’ignara Lucia nella trappola dell’innominato; in realtà per esaminare aspetti fondamentali della morale cristiana e della storia della Chiesa.

Per spiegare la carestia sale in cattedra e ci dà bella squadernata la dottrina del mercato quale era stata elaborata dagli economisti del XVIII e XIX secolo, nonché la dimostrazione dei danni dell’intervento statale. La rivolta dei forni è analizzata a partire dall’affissione delle gride con il prezzo del pane, ed è seguita da un’analisi approfondita sulla psicologia degli individui, dei gruppi, delle masse nei moti popolari. Per la peste va addirittura alla ricerca del “paziente zero”, il primo milanese che portò il morbo in città.

Per la guerra, niente di tutto questo.

La guerra è presente quasi in ogni fase della vicenda, o come scontro in atto, o come contesto generale, lontano ma sordamente echeggiante nei pensieri di tutti. Ma, per quanto abbiamo letto con attenzione il libro, chiudiamo l’ultima pagina senza aver capito un accidenti di questa guerra: perché è scoppiata, chi sono i contendenti, quali sono le strategie delle forze in campo, quali gli eventi principali, quale la conclusione. Ogni volta, ci viene dato semplicemente un brevissimo accenno alla situazione dei quel particolare momento, senza alcun legame né col precedente, né col successivo.

Alla fine, l’unica cosa che si capisce, è che non c’è niente da capire.

La guerra è la suprema espressione della follia del mondo, dell’inspiegabilità della storia umana, dell’irrazionalità del reale. Ci capita addosso come la grandine, e quand’è finita (ammesso che sia finita, perché l’unica cosa che sappiamo è che dopo ogni guerra ne viene un’altra), alla fine ci guardiamo negli occhi, chiedendoci: “cos’è stato?” e soprattutto: “com’è che siamo sopravvissuti?”

Una risposta su “Il Manzoni e la guerra”

Ambrose Bierce definí la pace come “Periodo di inganno tra due periodi di guerra”. (Bisogna ammettere che fu coerente, appena scoppiava una guerra, veniva attratto sul luogo del conflitto come mosche dal miele, e si presume sia anche morto in una guerra messicana).

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