Tre guerre: Ukraina, Gaza, Sudan

1. La guerra in Ukraina è il passato.

Guerra a Ukraina

È l’ultima guerra del XX secolo, combattuta con ottant’anni di ritardo. Non c’è nulla, in questa guerra, che non si sia già visto nell’inferno del 1914-45.

Una smisurata volontà di potenza. Una paranoica sindrome di accerchiamento. Un potere autocratico all’interno, che sfoga le sue contraddizioni con l’aggressività all’esterno, e usa la guerra ai confini come propulsore della repressione all’interno. Non manca neppure il progetto di ricondurre le Terre Irrendente entro i sacri confini della Patria.

Lo stesso si può dire per le modalità di combattimento. Il (fallito) blitz di migliaia di tank contro la capitale nemica. Il (fallito) tentativo di sbarco nella zona di Odessa. Gli (inutili) bombardamenti terroristici contro le città e le strutture civili. Una (impotente) guerra di posizione nelle aree occupate: una fascia di territorio larga poco più di duecento km a ridosso del confine. Campi minati, villaggi rasi al suolo, migliaia di km di trincee. E alla fine, lo scivolamento verso l’idea goebbelsiana della “guerra totale”: la sistematica militarizzazione della Russia, con la decisione di aumentare nel 2024 le spese militari, già altissime, di un ulteriore 70%. Ma, nonostante l’enorme sproporzione di forze, la guerra rimane ferma, senza progressi significativi.

Date le premesse, questa guerra può terminare solo o con la vittoria militare della Russia, o con la vittoria militare dell’Ukraina. Se si arriverà alla trattativa, sperata e reclamata da tutti gli uomini di buona volontà, questa non sarà altro che la traduzione, nel freddo linguaggio della diplomazia, della situazione creatasi nel sangue e nei veleni dei campi di battaglia.

La prospettiva peggiore è certo quella di una vittoria militare della Russia. Non solo l’Ukraina si vedrebbe relegata ad un puro satellite del vincitore, nella migliore delle ipotesi in condizioni di sovranità limitata, ma l’oligarchia russa sarebbe incoraggiata a proseguire sulla strada intrapresa. Già oggi quasi tutte le risorse economiche del paese – in gran parte derivanti dall’esportazione di idrocarburi – sono volte ad alimentare la guerra, e, con oltre mezzo milione di soldati sotto contratto schierati lungo il fronte del Donbass, la guerra è la miglior prospettiva occupazionale per le giovani generazioni. Un simile futuro – un simile ritorno al passato – in un paese che ha centocinquanta milioni di abitanti, su una superficie superiore a quella di UE e Cina sommate insieme, rappresenta un rischio mortale a livello globale.

2. La guerra di Gaza è l’incognita del futuro.

Guerra a Gaza

Non solo non si sa chi vincerà, ma qualunque ipotesi sull’esito di questa guerra apre scenari terribilmente indeterminati.

La cosa peggiore, è che né Israele, né i Palestinesi hanno un progetto per il futuro. Entrambi viaggiano alla cieca, fra il fumo delle esplosioni e il pantano dei loro errori.

Israele ha due nemici: uno sono i Palestinesi, l’altro, trecento milioni di arabi, e due miliardi di musulmani, per molti dei quali israele è un corpo estraneo del mondo, che non dovrebbe esistere.

Anche i Palestinesi hanno due nemici. Uno è Israele, che non si è mai impegnato seriamente a cercare una forma di coesistenza. L’altro, sono trecento milioni di arabi, e due miliardi di musulmani, che in quasi ottant’anni non hanno mai mosso un dito per aiutare concretamente quei poveracci. Li hanno sempre solo spinti alla guerra. E soprattutto, non li vogliono a casa loro. La Cisgiordania, il Libano, la Siria sono stati in diverse occasioni teatro di terribili stragi di Palestinesi. L’assedio di Gaza è completato a sud ovest dall’impentrabile confine di Rafa, la barriera più inamovibile, la roccia su cui l’Egitto ha posto le fondamenta per la sua politica nella regione.

Non si sa quali indicazioni, quali promesse abbia ricevuto Hamas per attuare l’attacco del 7 ottobre, ma l’unica spiegazione è che si sia trattato del tentativo di creare una svolta definitiva al conflitto, l’idea di produrre una rottura degli equilibri così forte da indurre il resto del mondo arabo-islamico a intervenire direttamente. Ma l’ultima guerra che ha coinvolto direttamente gli stati nella regione contro Israele è finita nel 1973. Dopo di allora, i diversi regimi, tutti più o meno dittatoriali, molti ferocemente spietati contro i loro stessi cittadini, come l’Iran, continuano a combattere per interposta persona: gli Huti, gli Hezbollah, e soprattutto i Palestinesi stessi, chiusi entro i loro ristrettissimi confini come topi in gabbia, con un nemico irriducibile di fronte e un muro invalicabile alle spalle.

Tanto gli Israeliani, alla ricerca di una vittoria militare schiacciante, quanto i Palestinesi, educati da generazioni alla prospettiva di un’impossibile ritorno alle terre perdute dai loro bisnonni, non hanno in realtà un progetto realistico del futuro. Sono quindi costretti a prolungare i combattimenti, tra distruzioni enormi, per non dover riconoscere che non sanno neanche loro per che cosa combattono.

3. La guerra in Sudan è l’eterno presente.

Guerra in Sudan

Uno dei paesi più poveri del mondo vive da sempre in uno stato di guerra semipermanente. Ricordo solo di sfuggita che il Sudan (in arabo “terra dei neri”, l’antica Nubia delle fonti classiche) fino a tutto il XIX secolo è stato il serbatoio da cui le bande di razziatori provenienti dall’Egitto prelevavano giovanissimi schiavi di entrambi i sessi da avviare ai mercati dell’impero ottomano, distruggendo e sterminando tutto ciò che non si poteva o non conveniva portare via. Negli ultimi decenni, due successive guerre civili, condotte con i metodi del più feroce conflitto etnico, sono terminate con l’indipendenza del Sud Sudan (2011). L’attuale conflitto vede contrapposte le forze armate del governo ufficialmente riconosciuto all’estero, e una struttura denominata “Forze di intervento rapido”, bande armate prive di alcun riconoscimento ufficiale, ma assai ben attrezzate e spietatamente determinate. Entrambe le fazioni sono state responsabili in passato di enormi divesatazioni e stragi nella parte meridionale del paese, dove è presente una minoranza cristiana.

L’attuale guerra, cominciata nell’aprile del 2023, è quindi la fase più recente di secolari sofferenze di un paese dominato dall’estrema miseria e da feroci stragi etniche, dove gruppi dirigenti privi di legittimità e di consenso gareggiano fra di loro a chi impone il maggior terrore.

Il Sudan vive nel quasi totale isolamento rispetto al resto del mondo. Non si hanno notizie certe sull’andamento della guerra, né soprattutto sul numero delle vittime. Si parla di decine di migliaia di morti fra la popolazione civile, e di alcuni milioni di sfollati. Ma è la natura stessa del paese a impedire riscontri oggettivi, e i dati, soprattutto nelle campagne e nelle zone più isolate, sono sicuramente molto più alti di quelli che filtrano all’esterno

Mentre le altre due guerre hanno avuto fin dall’inizio una fortissima copertura mediatica, e sono tutt’ora oggetto di opposte valutazioni storiche, politiche e strategiche, il conflitto in Sudan non sembra destare il minimo interesse, né alcuna partecipazione emotiva. Niente foto di bambini, niente storie di abusi, niente denunce di crimini, niente servizi girornalistici, niente testimonianze di personale straniero, niente appelli presso le istituzioni internazionali. La guerra nel Sudan non è in grado né di suscitare emotività, né attirare solidarietà, né di alimentare partigianerie politiche, manifesti di denuncia, dimostrazioni di piazza.

È sempre stato così, e temo che continuerà ad essere così per un futuro indeterminato.

2 commenti su “Tre guerre: Ukraina, Gaza, Sudan”

  1. Bell’articolo. Mi permetto di osservare che almeno la guerra in Ucraina ha già avuto qualche “spin-off”, per esempio il conflitto tra Armenia ed Azerbaigian (di cui si è parlato pochissimo qui) e altro in Asia centrale…

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    • Esatto. Sono eventi di cui è difficile valutare la portata. Sicuramente il voltafaccia sull’Armenia è stato un regalo alle ambizioni panturche di Erdogan. Il quale però non mi sembra disposto a rendere il favore.

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