in Letterature straniere

Tu non sei Ernest Hemingway

(Potete tranquillamente saltare questa prima parte, e andare direttamente → al vero Hemingway.)

Alcune di settimane fa, mentre il dito scorrere svagatamente sulla colonna di Facebook, mi è caduto l’occhio su una melensa filastrocca.

Normale, è di quelle cose che si trovano nel lento fluire del cazzeggio, fra auguri di buon compleanno e perle di saggezza.

Stavo per andare oltre, ma il dito si è bloccato quando in fondo ho letto una firma: Ernest Hemingway.

Hemingway! Niente di meno!

La poesiola, in sé, non è né meglio né peggio della solita mercanzia. Ma quella firma così sfacciata mi è sembrata troppo stridente, la mancanza – inevitabile – di riferimenti bibliografici diventava quasi uno sberleffo.

Ho provato a guggolare:

“tu non sei” hemingway

ed ho ritrovato lo stesso testo, con la stessa firma, in una ventina buona di pagine, sempre circondato da nuvolette rosa Mi piace! Mi piace! Mi piace!

Come tutte le bufale che si rispettano, anche questa è rimbalzata per le larghe bande della rete più veloce di un neutrino sotto il Gran Sasso.

Be’ ragazzi, non c’è niente di male se pubblicate la foto del gatto scattata col telefonino. Facebook è stato inventato proprio per questo. Ma è veramente necessario scriverci sotto Robert Capa?


Quando Gabriel García Márquez scoprì di avere un cancro, e si diffuse la falsa notizia della sua prossima morte, in rete cominciò a circolare un testo intitolato La Marioneta. Marquez se ne ebbe a male, e in un’intervista dichiarò: “Quello che potrebbe uccidermi è che qualcuno creda che io abbia scritto una cosa così kitsch. È la sola cosa che mi preoccupa”.

(La Marioneta è opera di uno scrittore poco noto di nome Johnny Welch, e per una beffa del destino l’unico motivo per cui oggi è frequentemente citato è questa falsa attribuzione.)

Hemingway è morto parecchio tempo prima di Facebook, per questo possiamo trarre spunto dall’episodio per una considerazione un po’ cinica. Facebook ha questo merito, se è un merito: ci ha permesso di indagare in modo più ampio la natura del kitsch.

Il kitsch è appunto questo: roba data in pasto al pubblico in attesa di un Mi piace. È sempre stato così, solo che fino ad oggi il Mi piace era implicito – in genere trovava posto nel cartellino del prezzo (“Guarda, una gondola – i Bronzi di Riace – Padre Pio in plastica dorata… Be’, non è neanche caro… Dici che piacerà alla zia? Sì, è il genere di cose che le piace.”)

E ci dice anche qual è un target particolarmente sensibile al kitsch. Una poesia che comincia con le parole

Tu non sei i tuoi anni,
né la taglia che indossi…

si rivolge ad adolescenti di ogni età, adolescenti quindicenni o cinquantenni oppressi dal senso della propria inadeguatezza, che si guardano allo specchio e si trovano troppo magri/e o troppo grassi/e, troppo o troppo poco un mucchio di cose diverse, tutte tremendamente imbarazzanti.

Il resto della poesia è il messaggio rassicurante che tutti gli adolescenti insicuri si scambiano sui diari scolastici, da quando esistono i diari scolastici: “Sii te stesso/a!”


Ernest Hemingway
Complete Poems
Edited by Nicolas Gerogiannis
Revised Edition University of Nebraska Press 1992

Ernest Hemingway
88 Poesie
a cura di Vincenzo Mantovani
Mondadori 1982 – 1993

Confesso. Conosco un pochino la narrativa del Grande Bevitore, ma non mi ero mai preso la briga di vedere le sue poesie. Credo che ben pochi le conoscano. C’è un’unica edizione completa in inglese, ed un’unica traduzione italiana, esaurita e disponibile solo sul mercato dell’usato.

La buffa vicenda della poesiola ↑ che circola su Facebook è stata l’occasione per colmare questa lacuna.

Non mi ero perso molto. La poesia non era la vena di Hemingway; e lui doveva anche esserne consapevole, vista la brevità del corpus. Molte, più che poesie, si potrebbero definire epigrammi, aforismi, in qualche caso invettive; altre sono semplici scherzi letterari. Il linguaggio, più che scabro, è cattivo; sembra di trovare una voglia – questa sì – un po’ adolescenziale di esibire un’acredine esasperata (in passato molti editori senza scrupoli hanno pubblicato brevi scelte di testi privilegiando quelli con parecchie oscenità).

C’è assai più lirismo nei bozzetti malinconici che si alternano alle narrazioni dei 49 Racconti che nella maggior parte di questi componimenti scabri e aggressivi, a volte (le poesie dell’età senile) intollerabilmente prolissi.

Delle ottantotto poesie riunite dai critici, molte appartengono al periodo di redazione di A Farewell to Arms, e sono in relazione con il tema del romanzo, con variegati ricordi del tempo di guerra. Poiché il ragazzo del ‘99 di Oak Park ha vestito la divisa sul fronte italiano, la cosa è di un certo interesse per noi, che ancora abbiamo nelle orecchie i versi liberi di Giuseppe Ungaretti.


Ecco alcuni brevi testi.

Il primo non ha bisogno di commento.

D’Annunzio

Half a million dead wops

And he got a kick out of it

The son of a bitch.

Chicago, 1920-1922

D’Annunzio

Mezzo milione di mangiaspaghetti morti

E che gusto ci ha provato

Quel figlio di puttana.


Largo agli Arditi!

Il titolo ci fa capire che Ernest conosceva l’italiano parlato, ma non si curava molto dell’ortografia.

Riparto D’Assalto

Drummed their boots on the camion floor,

Hob-nailed boots on the camion floor.

Sergeants stiff,

Corporals sore.

Lieutenant thought of a Mestre whore —

Warm and soft and sleepy whore,

Cozy, warm and lovely whore;

Damned cold, bitter, rotten ride,

Winding road up the Grappa side.

Arditi on benches stiff and cold,

Pride of their country stiff and cold,

Bristly faces, dirty hides —

Infantry marches, Arditi rides.

Grey, cold, bitter, sullen ride —

To splintered pines on the Grappa side

At Asalone, where the truck-load died.

Paris, 1922

Reparto d’assalto

Battevano gli scarponi sul fondo del camion

Scarponi chiodati sul fondo del camion.

Impettiti i sergenti,

I caporali indolenziti.

I tenenti pensavano a una puttana di Mestre…

Insonnolita, morbida e calda,

Fresca, profumata e ribalda:

Freddo cane, scarrozzata schifosa,

Sul fianco del Grappa per una strada tortuosa.

Arditi sulle panche rigidi e infreddoliti,

L’orgoglio della patria, rigidi e infreddoliti,

guance ispide, visi induriti…

Marce di fanti, carovane di arditi.

Uno di quei viaggi monotoni e brutti…

Sul versante del Grappa fino ai pini distrutti

Ad Asalone, dove morirono tutti.


Una poesia in cui il primo verso vale come titolo. Quei nomi che agli uomini dell’epoca erano, da soli, carici di sanguinante valore evocativo, quei nomi che un’intera generazione non si stancò mai di ripetere col cuore gonfio di commozione, quei nomi che riempiono le poesie di tutti i reduci, Ungaretti in testa:

Arsiero, Asiago,

Half a hundred more,

Little border villages,

Back before the war,

Monte Grappa, Monte Corno,

Twice a dozen such,

In the piping times of peace

Didn’t come to much.

Paris, ca. 1922

Arsiero, Asiago,

E un’altra cinquantina,

Paeselli di frontiera,

Prima della carneficina,

Monte Grappa, Monte Corno,

Due dozzine così,

Nei bei giorni di pace

Manco sapevi che fossero lì.


L’accostamento, non originalissimo, del suono della mitragliatrice (qui indicata nel titolo con un’ortografia parzialmente francese, nell’ultimo verso con il corretto nome francese) a quello di una macchina da scrivere, si riscatta nell’immagine dei soldatini che avanzano al ritmo staccato della Corona tipo 3 che fu, pare, la prima macchina da scrivere posseduta dal Poeta:

Mitrailliatrice

The mills of the gods grinds lowly

But this mill

Chatters in mechanical staccato

Ugly short infantry of the mind,

Advancing over difficult terrain

Make this Corona

their mitrailleuse.

Chicago, 1921

Mitragliatrice

Girano lentamente le macine degli dei;

Ma questa macina

Solfeggia un meccanico staccato.

Piccoli e brutti, i fanti della mente

Avanzano su un terreno accidentato,

Facendo di questa Corona

La loro mitrailleuse.


Finiamo con un testo, anch’esso carico di ungarettiana malinconia: Francia, suicidi di giovani sconosciuti:

Montparnasse

There are never any suicides in the quarter among people one knows

No successful suicides.

A Chinese boy kills himself and is dead.

(they continue to placehis mail in the letter rack at the Dome)

A Norwegian boy kills himself and is dead.

(no one knows where the other Norwegian boy has gone)

They find a model dead

alone in bed and very dead.

(it made almost unbearable trouble for the concierge)

Sweet oil, the white of eggs, mustard and water, soap suds

and stomach pumps rescue the people one knows.

Every afternoon the people one knows can be found at the café.

Montparnasse

Non ci sono mai suicidi nel quartiere tra la gente che si conosce

Suicidi riusciti.

Un ragazzo cinese s’ammazza ed è morto.

(continuano a mettergli la posta nel casellario al Dome)

Un ragazzo norvegese s’ammazza ed è morto.

(nessuno sa dov’è andato l’altro norvegese).

Una modella, la trovano morta,

sola nel suo letto e morta assai.

(e non parliamo dei fastidi che tutto questo ha dato alla concierge)

Olio d’oliva, bianco d’uovo, senapismi, schiuma di sapone

E sonde gastriche salvano la gente che si conosce.

La gente che si conosce la si trova ogni pomeriggio al caffè.

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Commento

  1. Bellissimo intervento (e interessantissimo sito). E si potrebbe continuare: ” tu non sei William Shakespeare, tu non sei Luigi Pirandello, tu non sei etc. etc.” Ma so per certo che sei la grassa e disillusa inquilina del piano di sotto.

    • La poesia in questione pare appartenere ad una certa Erin Hanson, una ventenne australiana che ha un suo blog di poesie. Firma i suoi componimenti con le iniziali, il che fa capire come sia nato l’errore che poi si è propagato sul web. Più che per l’oltraggio – apprezzo di più la poesia della ragazza, nella sua semplicità che quelle del vero Hemingway – direi che è lei che dovrebbe protestare per l’erronea attribuzione.

Webmention

  • Tu non sei Jorge Luis Borges | Maurizio Pistone 23 ottobre 2015

    […] Gianluca su Tu non sei Ernest Hemingway […]