Parole, parole, parole

Per il messaggio precedente sono stato ripreso, anche con la testimonianza da linguisti illustri. Ohibò! “Stronzo!” si può dire! si può dirissimo! È nobile vocabolo longobardo (“escremento di cane di forma cilindrica” lo definisce il prof. Bonfante nel suo Latini e Germani in Italia).

Anche “cancro” è parola antichissima, “ti venga un cancro” è un’espressione forte, ma normalmente usata nel linguaggio corrente.

Quindi il Ministro La Russa ha fatto bene a dire a un tizio mai visto né conosciuto “Ed io spero che le venga un cancro…”!

Viviamo in un clima di violenza verbale senza precedenti. Io frequento abitualmente un gruppo di discussione,
it.istruzione.scuola, in cui alcuni tizi di destra imperversano con kilometrici messaggi, alternando sconclusionate lodi al Berlusca a tiritere di insulti ai non berlusconiani. È una specie di matra autoipnotico, in cui auguri di pronta ma dolorosa morte sono condimento indispensabile alle loro sputacchianti esternazioni. Oggi apro le gnùs, e uno di questi se ne esce con due messaggi. In uno estende l’augurio di tumore mortale a tutti i “komunisti” (e vi risparmio gli epiteti appiccicati a questo termine); nell’altro augura alle donne malmenate a Milano nel corso di una manifestazione femminista di essere, nientemeno! prontamente portate in caserma dai tutori dell’Ordine e stuprate per le vie brevi.

Due messaggi su due, il 100% della comunicazione, era di questo tenore.

Non venitemi a parlare di “linguaggio quotidiano”, di “non politicamente corretto”, di “trasgressione”… Siamo troppo vicini all’ex Jugoslavia per non sapere che dall’augurio di stupro allo stupro etnico, dall’augurio di morte alle fosse comuni, dalla trasgressione verbale alla macelleria etnica il passo è breve. Chi abitualmente augura la morte a destra e a manca protetto da un nick non troverà molto strano distribuire generosamente la morte ai vicini di casa protetto dalla divisa di una qualche improvvisata milizia.

La notizia non è che Fini ha detto che Calderoli è uno stronzo…

… io lo faccio tutti i giorni, ma nessuno ci bada.

La notizia è che il Presidente della Camera l’ha detto mentre era in visita ufficiale ad una scuola elementare, davanti a dei bambini che erano lì apposta per sentire il Presidente della Camera.

Tentativo di dire qualcosa di serio sui dialetti e la scuola

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[La solita proposta strampalata di una parlamentare padagnola ha suscitato, nei gruppi di discussione sulla scuola e la lingua italiana, una polemica un po’ sconclusionata sui dialetti e le culture locali. Poiché si tratta di argomenti a me molto cari, mi dispiace, come sempre, che tutto finisca in vacca perché il tema viene proposto da chi cerca solo la rissa con provocazioni razziste.
Ho cercato quindi di affrontare la questione in modo un po’ più serio.
]

Nella sua ultima opera, Il linguaggio d’Italia, Giacomo Devoto ha dato la sintesi della sua straordinaria carriera di ricercatore nel campo della storia linguistica italiana. È un libro di grandissima densità e quindi non sempre di agevole lettura, ma ricchissimo di informazioni e affascinante per il rigore dell’argomentazione.

La storia della lingua italiana del ‘900 è condensata in un succinto capitoletto, all’interno del quale (in meno di due paginette) si trovano alcune sorprendenti osservazioni sull’influenza del sistema scolastico sull’evoluzione linguistica.

Il Devoto parte dalla riforma Gentile del 1923 (che l’autore non qualifica mai come "fascista"). La cosa più significativa in questa riforma è l’importanza data ai dialetti nella scuola elementare, con l’intento di "allontanarsi in modo drastico dalla visione autoritaria". Ne sono testimonianza quei libretti, di cui io ho trovato alcuni esemplari sulle bancarelle, di "esercizi di traduzione dal piemontese all’italiano"; libretti che il Devoto chiama "libri di lettura che facessero da ponte fra il parlare genuino e lo scritto".

Ma si noti. I dialetti non sono visti dal Devoto come uno strumento di collegamento tra il mondo in cui vive il bambino e il mondo della scuola – il dialetto come prima lingua veicolare – ma come strumento di educazione del gusto e della "creatività". Ed effettivamente, quei libretti contengono non conversazioni quotidiane, riferimenti a termini di uso comune, ma testi con una qualche pretesa di dignità letteraria: pagine d’autore, poesie e canzoni popolari selezionate in base ad una certa validità di gusto. È l’educazione al bel parlare ed al bello scrivere che si matura attraverso il modello di una cultura tradizionale – che come ogni tipo di cultura tende all’equilibrio e alla dignità delle forme.

Questa riforma gentiliana durò pochissimo. Dopo un paio d’anni il regime fascista "deviato verso una organizzazione dello stato in senso rigorosamente accentratore" mise al bando i dialetti.

Le conseguenze, per il Devoto, furono nefaste. La creatività, non avendo più "il modello o il termine di confronto dei dialetti" rimase senza guida; la successiva imponente espansione del sistema scolastico rese drammatica la mancanza di un legame tra un insegnamento grammaticale-normativo, mai assimilato veramente da nessuno scolaro, e lo spontaneismo anarchico.

La conclusione è ottimistica – ma notate, il testo è del ’74, il processo di degenerazione da allora è spaventosamente avanzato.

Di fronte a questa lingua letteraria, fondata su modelli temperati e aperti, il dialetto non è destinato ad essere né un marchio di inferiorità, né un simbolo romantico di gentili età scomparse, né un malinteso simbolo di degenerazioni autonomistiche o separatistiche. Esso rimane valido come legittimo termine di confronto, permanente, antidogmatico nei confronti della lingua letteraria. È una alternativa, liberatrice, alla spersonalizzazione e banalizzazione irradiante dalla lingua letteraria, generalizzata nell’uso.

Lucia Mondella e le licenze poetiche

“F. C.” non è convinto di quanto ho sostenuto a proposito della frase del Manzoni

« Il signor curato è malato e bisogna differire, » rispose in fretta la donna. Se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa

(tinyurl.com/yubkgq)

e  mi ha scritto:

Sappiamo che i poeti spesso piegano le regole grammaticali ai bisogni della poesia (ritmo e musicalità), e qualche volta anche la semantica.
A mio dire Manzoni, usando questa forma, ha voluto dire che – se giustificati da motivazioni artistiche – si può infrangere una certa regola. La seguente frase
“Se Lucia non avesse fatto quel segno, la risposta sarebbe probabilmente stata diversa”
non suona bene come l’originale, si perde il ritmo. Manzoni ha usato bene i verbi, ma ha voluto che questa volta il ritmo prevalesse sulla logica. Anche se non si tratta di versi, ma di “semplice” prosa.
Secondo me il messaggio è questo:
“Se scrivi un’opera d’arte in cui il modo di scrivere conta molto, allora si può fare un errore grammaticale e lasciare al contesto il significato” (niente di nuovo rispetto alla licenza poetica)

Non ho mai amato il termine “licenza poetica”. Che significa?

Significa che il grammatico non sa spiegare il poeta. Ma sarà perché il poeta ha fatto qualcosa di irregolare, di sporco, si è sbrodolato la cravatta di sugo, ma non importa, tanto è un grande poeta anche con la cravatta sbrodolata – o non sarà invece che il grammatico non ce l’ha fatta col suo povero calepino a capire quello che voleva dire il poeta?

Spero che non perdiamo tempo a discutere sul fatto che la grammatica è un debole tentativo dei pedanti di star dietro alla lingua viva.

Dici una cosa giustissima: la lingua è ritmo, anche in prosa. Il Manzoni, che in poesia fu capaci di scrivere versi innominabili come

Ei fu. Siccome immobile

in prosa invece fu un grandissimo maestro di ritmo.

Ma il Manzoni non fu mai un esteta. In lui la lingua è sempre strumento per il significato. Anche il ritmo è in funzione del significato. Per lui la lingua vuol dire sempre qualcosa; una lingua che non dice, che si limita a cantare, per lui, rigoroso illuminista, sarebbe apparsa una colpevole frivolezza. In questo senso vi è la supremazia della lingua: perché solo la lingua giusta può dire le cose giuste. Nel Manzoni tutto si riconduce ad un principio morale, anche la lingua. “Se Lucia non diceva” non è una sgrammaticatura. Quella frase è la frase giusta al punto giusto per dire la cosa giusta. È la frase più perfettamente aderente al senso. Se non comprendiamo la scelta grammaticale, vuol dire che non abbiamo capito il senso.


Il Conte Attilio, persuaso d’aver ragione, chiede al dottore di sostenere le sue ragioni “con la sua buona tabella”. Subito dopo Don Rodrigo rincara la dose: “…voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo.” La grammatica del Manzoni non è una “tabella” che serve solo, in mani abili, a giustificare qualunque cosa – anche le “licenze poetiche”. La grammatica del Manzoni non è una formuletta indifferente: è lo strumento per definire la verità. E se la verità non sta dentro la regoletta dei pedanti, tanto peggio per loro.

Chi è il Mister?

Negli anni ’60 del secolo scorso, una famosa squadra di calcio, l’Inter, fece venire dall’Argentina un grandissimo allenatore, Helenio Herrera, detto “il mago”. Herrera pretendeva dai suoi giocatori il massimo rispetto, anzi, voleva essere considerato un’autorità assoluta; ed a volte usava modi curiosi. Non voleva essere chiamato signor Herrera, o señor Herrera, come sarebbe stato logico, visto che veniva da un paese di lingua spagnola. Voleva l’appellativo di Mister: ma non Mister Herrera, come si usa in inglese, semplicemente il Mister, e basta. Finita la carriera del signor Herrera, questo curioso termine è rimasto nell’uso calcistico italiano, e da noi anche nelle più piccole squadrette giovanili l’allenatore è il Mister. Molti credono che questo sia un termine inglese; ma non è vero. In inglese “allenatore” si dice coach, e la parola “Mister”, usata in questo modo, non ha nessun significato.


Riprendo questo breve trafiletto, da me scritto per una grammaticuzza di prossima pubblicazione presso una nota Casa editrice scolastica, in seguito ad un trèd su news:it.istruzione.scuola, dove si indica (metaforicamente, s’intende) l’insegnante come l’“allenatore” di una squadra.

Body Rental

Scopro ora su it.cultura.linguistica.inglese l’esistenza di un rapporto di lavoro dal nome imbarazzante: body rental (“Affitto del corpo”). Non significa quello che avete capito, ma una specie di contratto di consulenza, che pare sia molto usato nelle società di informatica:

it.wikipedia.org/wiki/Body_Rental

Naturalmente, cercando su Gùggol l’espressione “body rental”, vengono fuori solo pagine in italiano – in inglese il significato è esattamente quello che avete capito.

L’autore del messaggio chiedeva, papale papale, come si traduce “body rental” in inglese.