in Lingua italiana

Montecassino, la lingua normata, la dislocazione a sinistra

L’abbazia di Montecassino, uno dei semi da cui è germogliata l’identità italiana ed europea, ha avuto nei secoli una storia molto tormentata. Fondata nel 529 da san Benedetto, fu distrutta dai longobardi nel 577. Dopo un secolo e mezzo di abbandono, fu ricostruita nel 717, per essere nuovamente distrutta dai saraceni nell’883. Passò un’altra ottantina d’anni, e su impulso della crescente influenza di Cluny si decise di ricostruirla di nuovo.

Occorreva non solo riunire la comunità dei monaci, e rimettere in piedi gli edifici, ma anche recuperare le proprietà terriere che permettevano il sostentamento della casa madre e dei monasteri dipendenti.

Fu un’opera lunga e minuziosa, che ci ha lasciato quattro documenti detti “placiti cassinesi”. Il primo, datato 960, è famoso perché contiene una frase considerata la prima testimonianza del volgare italiano:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti

La formula è ripetuta in modo molto simile negli altri tre atti. Essa deve attestare che, a memoria d’uomo (sao), certi beni fondiari (kelle terre) erano stati di proprietà del monastero (le possette parte Sancti Benedicti) per un tempo sufficientemente lungo (trenta anni) da poter stabilire un diritto stabile di proprietà. Il testimone pronuncia questa frase indicando su una mappa i confini esatti dei fondi: per kelle fini que ki contene (nei confini che qui sono segnati).


Quello che è stato notato dai linguisti, è che tale formula non appare come la semplice registrazione del parlato, ma come una formula fissa, che risponde esattamente alla funzione giuridica per cui viene espressa. Si tratta quindi di un’espressione già normata, che pur usando la lingua del volgo non è quella “spontanea espressione della viva voce del popolo” che tanto piace ai romantici. Insomma, le prime parole della lingua italiana compaiono insieme ad un’operazione consapevole di regolarne l’uso. Al contrario di quello che dice il proverbio, la “grammatica” nasce, o per lo meno, è documentata, nello stesso momento della “pratica”.


Vediamo ora la struttura grammaticale della frase.

  • Sao ko è la principale, con la congiunzione subordinante;
  • kelle terre uhm… messo così, sembra il soggetto della dipendente… o forse no?

lasciando perdere l’inciso, apprendiamo ora che:

  • trenta anni compl. di tempo;
  • le ?
  • possette: predicato verbale;
  • parte Sacti Benedicti: ma che avevate capito? è questo il soggetto!

E allora le?

Be’, è quella formula che i linguisti chiamano con una brutta espressione “dislocazione a sinistra”.

Se vogliamo mettere a posto l’analisi logica, dobbiamo dire che kelle terre è il compl. oggetto di possette, messo in prima posizione per renderlo più evidente; e le è il pronome pleonastico che lo richiama.

Quindi mettiamoci il cuore in pace. Quella struttura sintattica, che molti si ostinano a condannare come “tipica del parlato”, una degenerazione della lingua d’oggi, è la prima forma documentata e normata della lingua italiana. È uno dei caratteri per cui l’italiano è una lingua, non una variante del latino. E nasce con il primo vagito del nostro idioma.

Il resto verrà poi.

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