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Attualità politica

Il limite della decenza

Da quasi vent’anni assistiamo in Italia ad un esperimento sociologico di enorme portata. Si tratta di una trasformazione pilotata di quello che una volta si chiamava il “comune senso del pudore”, e più propriamente dovrebbe essere il “limite della decenza”, cioè quel confine tra le cose considerate accettabili e non accettabili dalle persone per bene.

La cosa è cominciata con questioni di soldi: dopo le prime timide difese “non sono stato io”, “è stato un mio subordinato, io ne ero all’oscuro”, si è passati alla rivendicazione arrogante “l’ho fatto io, ma l’ho fatto per il Partito”, condita con l’ammiccamento “tanto lo fanno tutti”. Quella che era una colpa, non lo è più; e se qualcuno non ne fosse convinto, è cominciata la celebrazione dell’eroismo di quei lìder che hanno avuto il coraggio di sfidare i moralismi (ipocriti, sicuramente) dei benpensanti, e i rigori (sospetti, s’intende) della Magistratura, per affrontare francamente la questione dei Costi della Democrazia.

L’esperimento è riuscito così bene che la cosa non si è fermata lì. Naturalmente qui è venuto in soccorso un terreno molto fertile, il basso senso morale della società italiana, sempre propensa a pensare che chi fa quel che deve o è un fesso, o è un furbo che non si è fatto scoprire. Sempre più gravi violazioni – non della Legge, di cui nessuno si cura – ma appunto del Comune Senso del Pudore, vengono rivendicate come efficaci scorciatoie del Fare, che si oppone alle Chiacchiere. Il confine tra il lecito e l’illecito si sposta sempre più in basso; ed era inevitabile che si arrivasse alle vicende boccaccesche di questi ultimi giorni. Anzi, tutto questo gran parlare di gratificazioni sessuali è un modo per coprire con grasse risate qualunque altra discussione: anziché discutere se il Ministro delle Finanze è in grado di mettere sotto controllo il deficit (l’esperienza di parecchi anni passati dimostrerebbe di no) è assai più divertente (ed utile) discutere se veramente il Ministro delle Pari Opportunità s’è guadagnata la poltrona stando in ginocchio o in piedi.

Ma c’è un limite a tutto: non è vero che ogni cattiva azione diventa lecita; rimane un peccato imperdonabile. Non si può, non si deve assolutamente parlare male del Papa.

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Scuola

Il ciabattino di Socrate e la pescivendola di Lenin

Si può (almeno tentare di) insegnare tutto a tutti?

Socrate era convinto di no. Solo il ciabattino sa fare le scarpe, e chi non le sa fare è meglio che non ci ficchi il naso. Così, solo chi è andato alla scuola dei sofisti(1) può governare lo Stato. Diverse carriere scolastiche, diverse competenze, diversi ruoli nella vita sociale.

Invece Lenin(2) era convinto che il punto d’arrivo fosse mettere una pescivendola al governo dello Stato. Naturalmente, una pescivendola può governare lo Stato solo se le sue competenze non si limitano allo sventramento delle triglie. L’utopia democratica, che qui Lenin esprime, è che anche una pescivendola possa imparare a governare lo Stato.

Questo è da sempre, e sarà sempre, il grande dilemma riguardo all’istruzione. In Italia, queste due posizioni si sono confrontate in modo nettissimo negli anni ’60. Don Milani, un prete saldamente radicato nello spirito tridentino, diceva: Ugo Foscolo non ama i poveri – naturalmente la conseguenza è che i poveri non hanno nessun motivo per studiare Ugo Foscolo. L’istruzione deve seguire due filoni distinti alla radice. Un’istruzione rivolta ai poveri, animata da spirito caritativo (solo i poeti che “amano i poveri”, solo gli argomenti che risultino familiari ai figli dei contadini); ed una per i ricchi, che tanto si sa, saranno sempre ricchi(3).

In quegli stessi anni, l’utopia democratica portava alla nascita della Scuola Media Unica. Fino ad allora, vi erano stati dopo la scuola elementare due indirizzi ben distinti: la Scuola Media, per quelli che prevedevano di proseguire gli studi, e un Avviamento Professionale, per chi si fermava lì. La Scuola Media Unica rispondeva alla grande utopia liberale e democratica di un’istruzione di base uguale per tutti, a partire dalla quale i “capaci e meritevoli” possono raggiungere, qualunque sia la classe sociale d’origine, tutti i gradi dell’istruzione e quindi tutte le professioni.

Naturalmente, l’utopia democratica funziona se l’esistenza delle inevitabili disparità individuali non porta ad un livellamento delle competenze verso il basso. Non si può fare una scuola su misura degli ignoranti solo per evitare che gli ignoranti si sentano esclusi o “in ansia”(4). Il principio caritativo dell’istruzione è esattamente il contrario del principio democratico; ed una scuola autenticamente democratica non può che essere una scuola selettiva.


(1) Socrate ce l’aveva con i sofisti per lo stesso motivo per cui Gesù ce l’aveva con i farisei: più ci si assomiglia, più c’è la necessità di sottolineare le differenze.
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(2) quanto segue non ha, naturalmente, nulla a che fare con la storia della Rivoluzione Bolscevica e dell’Unione Sovietica.
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(3) Gesù Cristo diceva ai ricchi: avrete sempre i poveri intorno a voi. La conseguenza logica è che i poveri avranno sempre i ricchi sopra di loro.
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(4) questo messaggio è concepito in seguito ad una discussione sull’“ansia” degli studenti che vedono sospeso il loro giudizio allo scrutinio finale.
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Letteratura italiana Racconti brevi

Dialogo d’un Pessimista e di Giacomo Leopardi

Un Pessimista e Giacomo Leopardi s’incontrano per caso su di un colle, di fronte ad una siepe.

Gava via ste ronze ch’a ‘mbreujo!”(*) esclama il Pessimista, rivolto al zappatore in fondo al campo.

Giacomo Leopardi non ribatte. Sa ch’è vano dialogare con un Pessimista.

***

Come ognuno avrà capito, in questi giorni sono impegnato nel colloqui d’Esame.

__________

(*) Togli via codesti rovi, che ingombrano!

 

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Scuola

Per un nuovo ’68 degli insegnanti #4

Contenuti

(Per intendere quello che ho detto e che dirò, si sappia che io prendo come riferimento quasi esclusivamente la Scuola Superiore, l’unica che conosco per esperienza diretta).

Per anni abbiamo avuto tentativi di riforme basate sui contenitori. Ma il grosso problema della scuola italiana è quello dei contenuti. In tutta la pletora normativa che si è riversata addosso agli insegnanti, con autentico accanimento sadico, la cosa che sembra completamente scomparsa sembrano essere i programmi. Molti addirittura sono convinti che non esistano neanche più. Pensate: non sono mai stati pubblicati sul sito del Ministero, dove invece (se uno ha la pazienza di districarsi in quel caos) si può trovare la più insignificante delle circolari. Si sa vagamente che i Programmi saranno sostituiti da Curricoli, o come diavolo verranno chiamati, o gli OSA: gli ultimi che ho visto, poco prima della fine della gestione Moratti, erano caratterizzati dalla meschina, pletorica pedanteria dei dilettanti (“se fossi io a fare i programmi ci metterei questo… e questo… e questo…”).

Finita l’epoca delle grandi utopie (le grandi sperimentazioni, a partire dai programmi Brocca) si è passati ad un estenuante e dispersivo bricolage, un po’ gestito individualmente dagli insegnanti (questo in realtà si è sempre fatto), un po’ improvvisato dai Collegi Docenti, sempre alla ricerca di novità per la clientela, di aggiornamenti al Nuovo. La sciagurata autogestione del Fondo d’Istituto ha trasformato gli insegnanti in cottimisti, un tanto all’ora, un tanto al corsicino, un tanto a Progetto. Togli un’ora di qua, metti un’ora di là; si inventano assurde “compresenze” per giustificare l’ora in più di questo, tanti euro all’ora, qualche specchietto per le allodole per la clientela, come se ai genitori importasse che si fa un’ora alla settimana in meno di Estrazione di Turaccioli per fare, in compresenza tra l’insegnante di Latte ai Gomiti e quello di Fumo negli Occhi, un progetto di 33 ore annuali di Tecnologia della Masticazione, o di Educazione alla Benevolenza.

Questo è l’ultimo punto d’arrivo della scuola italiana. La Scuola dei Progetti non ha più un progetto.

A questo punto devo precisare una cosa. Da quando intervengo su questi temi, in diversi gruppi di discussione, ricevo la qualifica di “gentiliano”. È vero che io ho fatto (per sei anni) il Liceo Classico, e ho incoraggiato (non obbligato) mio figlio a frequentare lo stesso Istituto che ha visto maturare i miei brufoli. Ma quando penso ad un modello alto di scuola, penso ad un tipo di istituto che ho conosciuto anni dopo, da insegnante: l’Istituto Tecnico Industriale.

Gli ITIS, non il liceo gentiliano, sono stati il fiore all’occhiello della scuola italiana. Erano il giusto equilibrio fra conoscenza e competenza, fra teoria e pratica, fra visione generale del mondo e preparazione al lavoro, fra scuola di massa e scuola di formazione di un’élite capace e responsabile. Soprattutto, erano scuole che giravano intorno ad un progetto razionale, coerente e lungimirante. L’idea di dare una conoscenza complessiva di un settore produttivo, che permettesse sì di andarci a lavorare, ma non con mansioni puramente esecutive, non come manovalanza usa e getta. Lavorare sapendo quello che si fa, e perché si fa. Il lavoro come conoscenza, e la conoscenza come lavoro.

Gli Istituti Tecnici (i migliori, per lo meno) avevano alla loro base una cosa che in Italia si è persa: l’etica del lavoro. Un vero umanesimo, dove il lavoro non è un semplice strumento per soddisfare i bisogni ed i consumi più elementari, ma è esso stesso il soddisfacimento di un bisogno fondamentale dell’uomo. Questa, in fondo è l’essenza del comunismo.

Dato che auspico un nuovo ’68, è chiaro che non sto parlando solo di una riforma della scuola, ma di una vera rivoluzione che deve partire dalla scuola. Certo, gli anni ci hanno insegnato che non si può cambiare il mondo: non sarà la scuola italiana che porterà la pace in Palestina, l’acqua in Africa, l’onestà in Parlamento. Ma vorrei che gli insegnanti cominciassero tutte le mattine il loro lavoro con questo pensiero: devo insegnare ai miei ragazzi che se una cosa va fatta, va fatta bene. Va fatta sapendo quel che si fa. Va fatta che abbia un senso. Va fatta perché va fatta.

Dite che è poco, come Rivoluzione.

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Scuola

Per un nuovo ’68 degli insegnanti #3

Merito

Visto che il tema del dibattito attuale è il merito, e continuo a parlare di “forte motivazione etica”, cominciamo da qui, dagli insegnanti che vorrebbero fare di più e meglio.

Qui si confrontano due visioni completamente opposte del mestiere dell’insegnante. La prima vuole porre l’accento sulla coscienza personale. L’insegnante è il primo che può giudicare quello che può e deve fare in una determinata situazione – a scuola, le situazioni sono tutte diverse, e non sono possibili soluzioni preconfezionate. L’insegnante prende, di volta in volta, le decisioni che ritiene le più opportune – rischiando di sbagliare, s’intende. Ma, come diceva Biagi, sbaglia in proprio, e si assume le proprie responsabilità. Nel rispetto delle norme vigenti (tra l’altro, nel rispetto dei programmi vigenti), ha un ampio margine di discrezionalità; è quella “libertà didattica” che dev’essere molto importante, visto che è tutelata perfino dalla Costituzione.

Il problema di questo sistema è che la libertà, la responsabilità non sono valori quantificabili. Il “merito” non può avere altro premio che quello della propria coscienza, e della stima di quei pochi che ne condividono i valori. Certo, vi deve essere un’adeguata retribuzione delle diverse mansioni, non tutte uguali, che un insegnante può svolgere nella scuola oltre all’attività didattica strettamente intesa; ma l’attività didattica di per sé non è valutabile in modo “oggettivo”. È possibile individuare e anche sanzionare i “cattivi” insegnanti, cioè quelli che si rendono responsabili di vere ed evidenti manchevolezze; ma non è “oggettivamente” misurabile la bravura di un insegnante bravo – neanche di quello che tutti considerano tale. La pubblica fama è un dato oggettivo; ma non esiste un famometro infallibile.

L’altro sistema, è quello della misurazione del “merito”, e degli incentivi. Quelli che sostengono questo sistema, non hanno mai saputo spiegare in modo convincente quale sarebbe il metodo di misurazione di questo “merito”. Ma ammettiamo che lo sia. Se è così, tutta l’attività dell’insegnante è sottoposta ad un processo di valutazione, cioè all’attenzione di valutatori. Quali che siano i criteri di valutazione, sono stati decisi in sedi diverse da quelle in cui si svolge l’attività didattica.

Togliamoci, per favore, dalla testa che i “criteri” di valutazione del merito siano qualcosa che “esiste”. Non siamo arrivati a quest’età per credere a queste fantasie platoniche. Se esiste un criterio di valutazione, è perché qualcuno l’ha deciso. E se esiste una valutazione è perché qualcuno, in base a questo criterio, valuta. La grande forza dei numeri! Una fregatura, come ogni dogma.

Ebbene, immaginiamo un sistema dove il “merito” viene valutato “oggettivamente” e dà luogo ad un “incentivo”. Risultato? Ognuno di noi, invece di pensare a che cosa fare per fare meglio il proprio lavoro, in quella data situazione, in base alle proprie convinzioni e alla propria esperienza, cercherà di fare la cosa che gli assicurerà una migliore valutazione. Il che significa:

  1. evitare il più possibile di prendere decisioni;
  2. evitare come la peste di assumersi delle responsabilità.

Decisioni e responsabilità verranno scaricate sui “valutatori”, e sui loro bei criteri “oggettivi”, fissati da non si sa chi. E immagino che a loro volta i valutatori si preoccuperanno di essere valutati. Risultato: un sistema incapace di prendere decisioni, in cui nessuno si assume la responsabilità di niente.

Naturalmente il primo sistema, quello che si basa sulla professionalità, non si instaura per decreto. Occorre una grande forza culturale. Bisogna che nella scuola esistano dei valori forti e condivisi, su quello che deve essere l’insegnamento; che su questi valori si discuta, perché solo attraverso la discussione possono radicarsi, ma che non possano essere negati. In ogni caso, non può esistere un sistema scolastico che non ponga alla sua base il valore supremo della conoscenza. Sembra incredibile, ma anche su questo ormai siamo ridotti a discutere.

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Scuola

Per un nuovo ’68 degli insegnanti #2

Professionisti

Quando parlo di forte motivazione etica, non intendo un generico altruismo. Non mi interessa l’insegnante missionario. Mi interessa l’insegnante professionista. Ma essere professionisti non significa solo avere conoscenze e padroneggiare procedure. Significa avere chiara visione dello scopo della propria attività. Dedicare, a questo scopo, non necessariamente la vita (non siamo martiri o asceti), ma le proprie energie lavorative. E soprattutto, assumersi le proprie responsabilità. Fare quello che va fatto. Questo è il più grande diritto e il più grande dovere degli insegnanti. Essere dei veri professionisti. Tutto il resto viene di conseguenza; anche il riconoscimento sociale ed economico.

Occorre rivendicare interamente la propria responsabilità professionale. Da diverse parti si tende a svuotare questa professione, a renderla sempre di più un piccolo ingranaggio di una grande macchina burocratica. Fortunatamente non si sentono più tanto i discorsi deliranti di chi voleva sostituire gli insegnanti con macchine ecc.; ma molti (purtroppo anche molti insegnanti) vorrebbero la progressiva parcellizzazione delle attività. Per esempio separare la didattica dalla valutazione. È una boiata pazzesca. La valutazione è parte integrante della didattica. Separare l’insegnamento dalla didattica sarebbe come se in medicina si separasse la diagnosi dalla terapia. A nessuno verrebbe in mente una stupidaggine del genere. E se a qualcuno venisse in mente, i primi ad insorgere sarebbero – giustamente – i medici.

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Scuola

Per un nuovo ’68 degli insegnanti #1

Etica

È di pochi giorni fa la notizia che tutti (o quasi) i Länder tedeschi hanno emanato tassative direttive per ridurre o addirittura eliminare la bocciature dalle scuole. Motivo: le bocciature costano.

http://tinyurl.com/3nel6d

http://tinyurl.com/3zjqx6

Non conosco a sufficienza il sistema scolastico tedesco per poter valutare la portata (e la veridicità) di questa notizia. Diciamo che prendo spunto da questa, e faccio finta che sia vera, come espediente retorico, proprio perché viene da fuori Italia, per di più da un paese dove il governo federale è retto da una grande coalizione di centro destra e centro sinistra a guida democristiana. Questo dovrebbe togliere la voglia di perdersi in beghe di bottega o risse di tifoserie politiche.

Insomma, qui non si tratta di litigare su Berlinguer o Moratti o Fioroni o Gelmini (o Gentile o Don Milani). Si tratta di prendere atto che una iniziativa di questo genere esprime con brutale chiarezza  quando più o meno apertamente, con decisioni più o meno ufficiali, si sta verificando in gran parte del mondo – come ognuno sa, anche in Italia.

Alla base di quelle scelte non c’è una dottrina politica o pedagogica, non c’è il buonismo o il mammismo, non c’è il non uno di meno né la pecorella smarrita né la contestazione studentesca. C’è la brutale forza dei numeri: le bocciature costano.

È questa la fine del ’68, che tanti hanno bellicosamente annunciato, ma solo la soporifera unanimità della Grande Coalizione tedesca ha compiutamente realizzato.

Il ’68, come tutti i grandi fenomeni storici, è stato tante cose insieme, anche tante cose contraddittorie insieme. Ma tra queste tante cose c’era un’idea forte. L’idea che la conoscenza, la cultura fosse il grande motore del movimento sociale. L’idea che la scuola potesse essere il cardine della trasformazione. Su tutto questo è calata una pietra tombale su cui sta scritto: COSTA TROPPO.

È una pura coincidenza che io dica queste cose proprio nel momento in cui viene annunciata la formazione di un nuovo ministero (e, probabilmente, la risurrezione del MIUR, non più Ministero della Pubblica Istruzione). Avrò occasione fra poco di dire alcune cose in polemica diretta con certe prese di posizione della signora Gelmini, ma prima voglio sintetizzare in poche frasi il mio appello.

Auspico un nuovo, grande movimento di rivolta – questa volta non degli studenti, ma degli insegnanti. Auspico che una grande forza di massa imponga all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di ripartire dalla scuola. Auspico che si rialzi la bandiera della grande utopia liberale e umanitaria della cultura come forza vivificatrice dell’intera società, della scuola come principale strumento di emancipazione dei ceti poveri. Auspico che questo movimento affronti sì anche i problemi materiali e rivendicativi della condizione dei docenti, ma sia in primo luogo un movimento con una forte motivazione etica.

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Cultura e società

Credevo fosse il Seicento, invece era oggi!

L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.

(Promessi Sposi, cap. I)

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Cultura e società

Nelle vie della mia città …

Nelle vie della mia città vedo appesi ai portoni piccoli cartelli bianchi con una scritta incerta: “Si affitta solo a piemontesi”.

Nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle sale d’aspetto, è diffusa la preoccupazione per questa inattesa invasione, che sembra inarrestabile. Sono meridionali, tanti. Poveri, stracciati, un po’ disperati. Prima arrivano i giovani, più arditi, anche un po’ aggressivi; poi, appena si sono sistemati, fanno venire le loro sterminate famiglie, e si sistemano con i materassi per terra, in sei, otto per stanza.

I discorsi dei buoni cittadini sono pieni di preoccupazione. Si sa come sono i meridionali. Non hanno voglia di lavorare, hanno sempre il coltello in tasca, fanno un mucchio di figli che poi lasciano in mezzo alla strada perché non sanno come mantenerli. C’è una grande insicurezza; una volta si usciva di casa senza neanche chiudere la porta; oggi rischi di rientrare e trovare il meridionale che ti svuota l’alloggio, e magari ti dà una bastonata, o peggio. Le donne hanno paura ad uscire da sole; ed anche gli uomini sanno in che in certi quartieri non è il caso di farsi vedere dopo una certa ora.

Certo, molti lavorano, ma sono ancora peggio, perché tolgono lavoro a tanti nostri giovani, accettano salari da fame, accettano condizioni di lavoro tremende, pericolose, malsane; e così fanno una concorrenza sleale, danneggiano anche noi.

Quelli che sono sistemati da qualche tempo, mandano anche i figli a scuola. Le maestre sono preoccupate, non sanno come trattare con questi bambini che parlano in modo strano, non sanno esprimersi né in italiano né in piemontese, ma solo nel loro incomprensibile dialetto, che dividono le classi in due gruppetti rivali, diffidenti.

Questa è la grande istanza che emerge dalla sensibilità popolare. È una sensibilità diffusa, radicata, condivisa. Non è possibile ignorarla. Ma…

MA…

Ma nessun partito, né grande né piccolo, né di destra né di centro né di sinistra, cerca di trasformare questo sentimento così diffuso, questa domanda così forte, in voti. Non è su questi temi che si combattono le campagne elettorali. La televisione, che esiste da pochi anni, e che ancora pochi hanno, ma ha già un peso fortissimo sulla coscienza comune, non apre ogni telegiornale con la notizia del barese assassino, la banda degli scassinatori napoletani, il siciliano che guidando ubriaco ha travolto e ucciso una bimba. Non si formano le ronde per liberare le strade dai lucani e dai sardi (e pure dai veneti, che non sono meridionali, ma poco ci manca). Non si formulano progetti di legge per espulsioni in massa. Le forze di sinistra non proclamano solennemente che la loro, non quella della destra, è la ricetta sicura per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata dal meridionale che delinque.

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Cultura e società

Orwell e dell’Utri

Un corrispondente ha risposto al mio articolo Ve lo meritate Veltroni sostenendo che Prodi “non ha mai avuto un voto”; la prima volta “è salito al potere dopo elezioni vinte dallo stesso Berlusconi”; quanto alle elezioni del 2006, il cui ricordo è un po’ più fresco, i voti sono per lo meno “dubbi”.

È un modo di pensare chiaramente spiegato da Orwell. Ogni cambiamento del presente impone di cambiare il passato – perché ogni passato che non corrisponde al presente è un “mito”. Berlusconi ha vinto le elezioni del 2008 (ma che vinte, “stravinte”, col suo 47,3%). Di conseguenza, non è possibile che qualche volta le abbia perse! (Tutto sommato, a guardare in questi anni i telegiornali, si è avuto spesso l’impressione che nulla sia mai cambiato nel governo del Paese).

Dell’Utri ha subito annunciato che dopo il 13 aprile sarà necessario cambiare i libri di storia. Se è possibile rovesciare il risultato delle elezioni di 12 anni fa, il cui ricordo dovrebbe essere ancora abbastanza fresco nella mente di chi vi ha partecipato, figuriamoci i pallidi fantasmi della Resistenza. Berlusconi è al governo: quindi Berlusconi ha “sempre” avuto la maggioranza. I fascisti sono tornati al potere: di conseguenza non sono “mai” stati sconfitti, e il 25 Aprile è solo un tragico ma limitato episodio di brutale violenza.

Sarà interessante vedere anche i riflessi internazionali di questa dottrina. Il precedente governo di destra è stato caratterizzato da una forte alleanza con l’America di Bush, segnata dalla partecipazione all’avventura irachena. La vulgata storiografica era, di conseguenza, che gli Americani da soli hanno vinto la II Guerra Mondiale, vicenda segnata da due soli fatti d’arme significativi: El Alamein e lo sbarco in Normandia. Churchill e De Gaulle sono finiti in una piccolissima nota a piè di pagina. Tito, si sa, era un mostro interessato solo a distruggere gli Italiani. Le stesse armate sovietiche se la sono cavata per un pelo perché erano rifornite ed equipaggiate dagli Americani. Vedremo se le cose cambieranno con il nuovo corso Putin-Aeroflot. Chissà se nei prossimi mesi leggeremo che in Russia i comunisti non sono mai stati al potere, che il KGB ha sempre ambito a collaborare amichevolmente con il nostro paese, che i grossi Tupolev russi da sempre sognavano di atterrare a Malpensa, ma ne erano tenuti lontani dal perfido TPS (alleato delle Coop rosse e dei magistrati di sinistra, s’intende).