Per un nuovo ’68 degli insegnanti #1

Etica

È di pochi giorni fa la notizia che tutti (o quasi) i Länder tedeschi hanno emanato tassative direttive per ridurre o addirittura eliminare la bocciature dalle scuole. Motivo: le bocciature costano.

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Non conosco a sufficienza il sistema scolastico tedesco per poter valutare la portata (e la veridicità) di questa notizia. Diciamo che prendo spunto da questa, e faccio finta che sia vera, come espediente retorico, proprio perché viene da fuori Italia, per di più da un paese dove il governo federale è retto da una grande coalizione di centro destra e centro sinistra a guida democristiana. Questo dovrebbe togliere la voglia di perdersi in beghe di bottega o risse di tifoserie politiche.

Insomma, qui non si tratta di litigare su Berlinguer o Moratti o Fioroni o Gelmini (o Gentile o Don Milani). Si tratta di prendere atto che una iniziativa di questo genere esprime con brutale chiarezza  quando più o meno apertamente, con decisioni più o meno ufficiali, si sta verificando in gran parte del mondo – come ognuno sa, anche in Italia.

Alla base di quelle scelte non c’è una dottrina politica o pedagogica, non c’è il buonismo o il mammismo, non c’è il non uno di meno né la pecorella smarrita né la contestazione studentesca. C’è la brutale forza dei numeri: le bocciature costano.

È questa la fine del ’68, che tanti hanno bellicosamente annunciato, ma solo la soporifera unanimità della Grande Coalizione tedesca ha compiutamente realizzato.

Il ’68, come tutti i grandi fenomeni storici, è stato tante cose insieme, anche tante cose contraddittorie insieme. Ma tra queste tante cose c’era un’idea forte. L’idea che la conoscenza, la cultura fosse il grande motore del movimento sociale. L’idea che la scuola potesse essere il cardine della trasformazione. Su tutto questo è calata una pietra tombale su cui sta scritto: COSTA TROPPO.

È una pura coincidenza che io dica queste cose proprio nel momento in cui viene annunciata la formazione di un nuovo ministero (e, probabilmente, la risurrezione del MIUR, non più Ministero della Pubblica Istruzione). Avrò occasione fra poco di dire alcune cose in polemica diretta con certe prese di posizione della signora Gelmini, ma prima voglio sintetizzare in poche frasi il mio appello.

Auspico un nuovo, grande movimento di rivolta – questa volta non degli studenti, ma degli insegnanti. Auspico che una grande forza di massa imponga all’attenzione dell’opinione pubblica la necessità di ripartire dalla scuola. Auspico che si rialzi la bandiera della grande utopia liberale e umanitaria della cultura come forza vivificatrice dell’intera società, della scuola come principale strumento di emancipazione dei ceti poveri. Auspico che questo movimento affronti sì anche i problemi materiali e rivendicativi della condizione dei docenti, ma sia in primo luogo un movimento con una forte motivazione etica.

Credevo fosse il Seicento, invece era oggi!

L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità. Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.

(Promessi Sposi, cap. I)

Nelle vie della mia città …

Nelle vie della mia città vedo appesi ai portoni piccoli cartelli bianchi con una scritta incerta: “Si affitta solo a piemontesi”.

Nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle sale d’aspetto, è diffusa la preoccupazione per questa inattesa invasione, che sembra inarrestabile. Sono meridionali, tanti. Poveri, stracciati, un po’ disperati. Prima arrivano i giovani, più arditi, anche un po’ aggressivi; poi, appena si sono sistemati, fanno venire le loro sterminate famiglie, e si sistemano con i materassi per terra, in sei, otto per stanza.

I discorsi dei buoni cittadini sono pieni di preoccupazione. Si sa come sono i meridionali. Non hanno voglia di lavorare, hanno sempre il coltello in tasca, fanno un mucchio di figli che poi lasciano in mezzo alla strada perché non sanno come mantenerli. C’è una grande insicurezza; una volta si usciva di casa senza neanche chiudere la porta; oggi rischi di rientrare e trovare il meridionale che ti svuota l’alloggio, e magari ti dà una bastonata, o peggio. Le donne hanno paura ad uscire da sole; ed anche gli uomini sanno in che in certi quartieri non è il caso di farsi vedere dopo una certa ora.

Certo, molti lavorano, ma sono ancora peggio, perché tolgono lavoro a tanti nostri giovani, accettano salari da fame, accettano condizioni di lavoro tremende, pericolose, malsane; e così fanno una concorrenza sleale, danneggiano anche noi.

Quelli che sono sistemati da qualche tempo, mandano anche i figli a scuola. Le maestre sono preoccupate, non sanno come trattare con questi bambini che parlano in modo strano, non sanno esprimersi né in italiano né in piemontese, ma solo nel loro incomprensibile dialetto, che dividono le classi in due gruppetti rivali, diffidenti.

Questa è la grande istanza che emerge dalla sensibilità popolare. È una sensibilità diffusa, radicata, condivisa. Non è possibile ignorarla. Ma…

MA…

Ma nessun partito, né grande né piccolo, né di destra né di centro né di sinistra, cerca di trasformare questo sentimento così diffuso, questa domanda così forte, in voti. Non è su questi temi che si combattono le campagne elettorali. La televisione, che esiste da pochi anni, e che ancora pochi hanno, ma ha già un peso fortissimo sulla coscienza comune, non apre ogni telegiornale con la notizia del barese assassino, la banda degli scassinatori napoletani, il siciliano che guidando ubriaco ha travolto e ucciso una bimba. Non si formano le ronde per liberare le strade dai lucani e dai sardi (e pure dai veneti, che non sono meridionali, ma poco ci manca). Non si formulano progetti di legge per espulsioni in massa. Le forze di sinistra non proclamano solennemente che la loro, non quella della destra, è la ricetta sicura per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata dal meridionale che delinque.

Orwell e dell’Utri

Un corrispondente ha risposto al mio articolo Ve lo meritate Veltroni sostenendo che Prodi “non ha mai avuto un voto”; la prima volta “è salito al potere dopo elezioni vinte dallo stesso Berlusconi”; quanto alle elezioni del 2006, il cui ricordo è un po’ più fresco, i voti sono per lo meno “dubbi”.

È un modo di pensare chiaramente spiegato da Orwell. Ogni cambiamento del presente impone di cambiare il passato – perché ogni passato che non corrisponde al presente è un “mito”. Berlusconi ha vinto le elezioni del 2008 (ma che vinte, “stravinte”, col suo 47,3%). Di conseguenza, non è possibile che qualche volta le abbia perse! (Tutto sommato, a guardare in questi anni i telegiornali, si è avuto spesso l’impressione che nulla sia mai cambiato nel governo del Paese).

Dell’Utri ha subito annunciato che dopo il 13 aprile sarà necessario cambiare i libri di storia. Se è possibile rovesciare il risultato delle elezioni di 12 anni fa, il cui ricordo dovrebbe essere ancora abbastanza fresco nella mente di chi vi ha partecipato, figuriamoci i pallidi fantasmi della Resistenza. Berlusconi è al governo: quindi Berlusconi ha “sempre” avuto la maggioranza. I fascisti sono tornati al potere: di conseguenza non sono “mai” stati sconfitti, e il 25 Aprile è solo un tragico ma limitato episodio di brutale violenza.

Sarà interessante vedere anche i riflessi internazionali di questa dottrina. Il precedente governo di destra è stato caratterizzato da una forte alleanza con l’America di Bush, segnata dalla partecipazione all’avventura irachena. La vulgata storiografica era, di conseguenza, che gli Americani da soli hanno vinto la II Guerra Mondiale, vicenda segnata da due soli fatti d’arme significativi: El Alamein e lo sbarco in Normandia. Churchill e De Gaulle sono finiti in una piccolissima nota a piè di pagina. Tito, si sa, era un mostro interessato solo a distruggere gli Italiani. Le stesse armate sovietiche se la sono cavata per un pelo perché erano rifornite ed equipaggiate dagli Americani. Vedremo se le cose cambieranno con il nuovo corso Putin-Aeroflot. Chissà se nei prossimi mesi leggeremo che in Russia i comunisti non sono mai stati al potere, che il KGB ha sempre ambito a collaborare amichevolmente con il nostro paese, che i grossi Tupolev russi da sempre sognavano di atterrare a Malpensa, ma ne erano tenuti lontani dal perfido TPS (alleato delle Coop rosse e dei magistrati di sinistra, s’intende).

Nel Sessantotto

Too much and for too long, we seemed to have surrendered personal excellence and community values in the mere accumulation of material things. Our Gross National Product, now, is over $800 billion dollars a year, but that Gross National Product — if we judge the United States of America by that — that Gross National Product counts air pollution and cigarette advertising, and ambulances to clear our highways of carnage. It counts special locks for our doors and the jails for the people who break them. It counts the destruction of the redwood and the loss of our natural wonder in chaotic sprawl. It counts napalm and counts nuclear warheads and armored cars for the police to fight the riots in our cities. It counts Whitman’s rifle and Speck’s knife[1]. And the television programs which glorify violence in order to sell toys to our children. Yet the gross national product does not allow for the health of our children, the quality of their education or the joy of their play. It does not include the beauty of our poetry or the strength of our marriages, the intelligence of our public debate or the integrity of our public officials. It measures neither our wit nor our courage, neither our wisdom nor our learning, neither our compassion nor our devotion to our country, it measures everything in short, except that which makes life worthwhile. And it can tell us everything about America except why we are proud that we are Americans.

Con troppa convinzione, e per troppo tempo, abbiamo rinunciato alla nostra promo­zione personale e ai valori della nostra comunità in favore della semplice accumula­zione di beni materiali. Il nostro Prodotto Nazionale Lordo è ora di 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel Prodotto Nazionale Lordo, in base al quale giudichiamo le condi­zioni degli Stati Uniti d’America, comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le ambulanze che liberano le autostrade dalle stragi del traffico. Comprende serrature speciali per le nostre porte, e prigioni per quelli che le rompono. Comprende l’abbattimento delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nel caos urbanistico. Comprende il napalm e le testate nucleari e le auto blindate usate dalla polizia contro le rivolte urbane. Comprende le armi usate per stragi e delitti. E i programmi televisivi che trasudano violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini. Invece, il Prodotto Nazionale Lordo non calcola la salute dei nostri bambini, la qualità della loro educazione e la gioia dei loro giochi. Non include la bellezza della nostra poesia e la durata dei nostri matrimoni, l’intelligenza del dibattito politico o l’onestà dei pubblici amministratori. Non valuta né l’ingegno né il coraggio, né la saggezza, la cultura, l’altruismo, l’amore per il nostro paese. In poche parole: misura tutto, tranne quello che rende la vita degna d’essere vissuta. Ci dice tutto sull’America, tranne il motivo per cui siamo orgogliosi di essere Americani.

 

Robert Kennedy, Discorso all’Università del Kansas, 18 Marzo 1968


[1] Charles Whitman e Richard Speck furono protagonisti di drammatici fatti di cronaca alla metà degli anni ‘60
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Ve lo meritate Veltroni

Romano Prodi è quel disastro di comunicatore che ben sappiamo. Ma è stato uno dei grandi uomini di governo dell’Italia. A distanza di dieci anni ha battuto due volte Berlusconi, che i servitorelli dell’informazione presentavano e continuano a presentare come una specie di supermèn. Entrambe le volte si è trovato ad operare in condizioni difficilissime, ed ha fatto il massimo che si poteva per salvare l’Italia dalla bancarotta. Entrambe le volte è stato buttato giù da partitini alleati quando la sua azione era stata appena abbozzata. Entrambe le volte ha ricevuto dai suoi sostenitori un appoggio che dire tiepido è poco.

Alle ultime elezioni il suo nome non compariva neppure sulla scheda. Mentre dall’altra parte c’era Berlusconi Presidente dappertutto, il (più o meno centro)-sinistra si è presentato con una nuvoletta di simboli che non so cosa potevano rappresentare per gli elettori. Non aveva ancora messo piede a Palazzo Chigi che già era d’obbligo partecipare al coro: Delusione! Gli sono state imposte misure squinternate, un indulto che purtroppo è andato in porto, una legge anti-romeni che fortunatamente qualcuno è riuscito a peggiorare al punto da renderne impossibile l’approvazione – il primo caso nella storia di una legge che cade in Parlamento non per un voto contrario, ma per la sua troppo evidente stupidità. Intanto Santoro mandava in televisione per tre quarti d’ora operai lumbàrd che urlavano Prodi vattene.

Adesso abbiamo Veltroni, un grande comunicatore, un abilissimo tattico. La scelta di presentarsi da solo alle elezioni è stata indubbiamente temeraria, ma alla fine forse funzionerà. Ha messo fuori De Mita, e per questa sola cosa meriterebbe di vincere. Ma naturalmente, ci deve dar sotto con la demagogia. Mille euro di qua, castrazione chimica di là. È possibile che vinca; cosa farà quando sarà al governo, non lo sa nessuno, e sinceramente, non mi sento molto tranquillo.

Fioroni

Non mi sarei mai aspettato, un anno e mezzo fa, di trovarmi a rimpiangere il ministro Fioroni.

Preciso che non sento la minima affinità ideologica e antropologica verso un democristiano di provincia dallo sguardo bovino, precipitato per puri motivi cencelliani dalle terze file della politica laziale al posto che fu di Francesco de Sanctis, Michele Coppino e Benedetto Croce. Eppure è una bella lezione di vita vedere che un uomo dalle modeste risorse, del tutto privo di esperienza specifica, dotato solo di un po’ di onesto buon senso, ha fatto per lo più bene, mentre fini intellettuali ed acclamate mèneger hanno combinato enormi disastri.

Come aveva dichiarato fin dall’inizio, non è mai stato attirato dalle riforme epocali, dalle grandi architetture di contenitori. Ha solo cercato di far funzionare la scuola. Ha rimesso in vigore l’unica buona idea della gestione Berlinguer, quell’esame di Stato che la lombarda intrepida castigatrice di mercanti cinesi aveva, come primo atto della sua gestione, gettato sotto le scarpe delle Mamme d’Italia (direte: questo era nel programma dell’Unione. Vero. Come erano nel programma dell’Unione la legge sul conflitto di interessi, l’abolizione delle leggi penali fai-da-te, e tante altre buone cose).

Certo, Fioroni non è mai stato un combattente. Si è sempre barcamenato tra burocrati della pedagogia ed esperti lalologi, ha bruciato i suoi granelli d’incenso davanti alle icone del Didattichese. Il suo capolavoro è stato ristabilire gli esami di riparazione dicendo e facendo dire che non sono esami di riparazione.

Difficile prevedere che cosa sarebbe riuscito a fare nella sua annunciata restaurazione del Merito, così bistrattato dal supermercato delle Competenze e dei Progetti e delle Cose che Servono. Un’impresa così grande e nobile richiede gli sforzi concordi di un’intera generazione di ministri e di docenti, non si poteva affidare ad un Governo in balia delle disavventure giudiziarie delle mogli di un paio di Ministri (quando c’era Lui, almeno, si metteva mano alle istituzioni per risolvere i guai personali del Presidente, non quelli delle signore e dei consuoceri).

È del tutto improbabile che l’ormai ex-ministro torni ad occupare quel posto. È più probabile che ricada nella penombra di piccole presidenze di Enti di modesto interesse locale. Ma io, nel poco tempo che passerò ancora nella scuola, e nella prossima lunga stagione della quiescenza, ricorderò la faccia larga e un po’ tonta di uno che per meno di due anni ci ha fatto sperare che non è fatale andare sempre Peggio.

Benedetto e Galileo

Joseph RATZINGER

La crisi della fede nella scienza

tratto da Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti, Paoline, Roma 1992, p. 76-79.

“Nell’ultimo decennio, la resistenza della creazione a farsi manipolare dall’uomo si è manifestata come elemento di novità nella situazione culturale complessiva. La domanda circa i limiti della scienza e i criteri cui essa deve attenersi si è fatta inevitabile. Particolarmente significativo di tale cambiamento del clima intellettuale mi sembra il diverso modo con cui si giudica il caso Galileo. Questo fatto, ancora poco considerato nel XVII secolo, venne – già nel secolo successivo- elevato a mito dell’illuminismo. Galileo appare come vittima di quell’oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. Bene e male sono separati con un taglio netto. Da una parte troviamo l’Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l’avversario della libertà e della conoscenza. Dall’altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo; ecco la forza del progresso e della liberazione dell’uomo dalle catene dell’ignoranza che lo mantengono impotente di fronte alla natura. La stella della Modernità brilla nella notte buia dell’oscuro Medioevo (1). Secondo Bloch, il sistema eliocentrico – così come quello geocentrico – si fonda su presupposti indimostrabili. Tra questi, rivestirebbe un ruolo di primo piano l’affermazione dell’esistenza di uno spazio assoluto; opzione che tuttavia è stata poi cancellata dalla teoria della relatività. Egli scrive testualmente: «Dal momento che, con l’abolizione del presupposto di uno spazio vuoto e immobile, non si produce più alcun movimento verso di esso, ma soltanto un movimento relativo dei corpi tra loro, e poiché la misurazione di tale moto dipende dalla scelta del corpo assunto come punto di riferimento, così ?qualora la complessità dei calcoli risultanti non rendesse impraticabile l’ipotesi? adesso come allora si potrebbe supporre la terra fissa e il sole mobile» (2). Curiosamente fu proprio Ernst Bloch, con il suo marxismo romantico, uno dei primi ad opporsi apertamente a tale mito, offrendo una nuova interpretazione dell’accaduto.Il vantaggio del sistema eliocentrico rispetto a quello geocentrico non consiste perciò in una maggior corrispondenza alla verità oggettiva, ma soltanto nel fatto che ci offre una maggiore facilità di calcolo. Fin qui, Bloch espone solo una concezione moderna della scienza naturale. Sorprendente è invece la valutazione che egli ne trae:«Una volta data per certa la relatività del movimento, un antico sistema di riferimento umano e cristiano non ha alcun diritto di interferire nei calcoli astronomici e nella loro semplificazione eliocentrica; tuttavia, esso ha il diritto di restar fedele al proprio metodo di preservare la terra in relazione alla dignità umana e di ordinare il mondo intorno a quanto accadrà e a quanto è accaduto nel mondo» (3). Se qui entrambe le sfere di conoscenza vengono ancora chiaramente differenziate fra loro sotto il profilo metodologico, riconoscendone sia i limiti che i rispettivi diritti, molto più drastico appare invece un giudizio sintetico del filosofo agnostico-scettico P. Feyerabend. Egli scrive: «La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione» (4). Dal punto di vista delle conseguenze concrete della svolta galileiana, infine, C. F. Von Weizsacker fa ancora un passo avanti, quando vede una «via direttissima» che conduce da Galileo alla bomba atomica.Con mia grande sorpresa, in una recente intervista sul caso Galileo non mi è stata posta una domanda del tipo: «Perché la Chiesa ha preteso di ostacolare lo sviluppo delle scienze naturali?», ma esattamente quella opposta, cioè: «Perché la Chiesa non ha preso una posizione più chiara contro i disastri che dovevano necessariamente accadere, una volta che Galileo aprì il vaso di Pandora?». Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. […] Qui ho voluto ricordare un caso sintomatico che evidenzia fino a che punto il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica”.

(1) Cfr. W. Brandmüller, Galilei und die Kirche oder das Recht auf Irrtum, Regensburg 1982.(2) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920; Cfr F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 110.(3) E. Bloch, Das Prinzip Hoffnung, Frankfurt/Main 1959, p. 920s.; F. Hartl, Der Begriff des Schopferischen. Deutungsversuche der Dialektik durch E. Bloch und F. v. Baader, Frankfurt/Main 1979, p. 111.(4) P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, FrankfurtM/Main 1976, 1983, p. 206.

Direi che i problemi cominciano dal titolo. Non ha senso parlare di “fede” nella scienza, perché la scienza non è Verità, ma un metodo.

Oggi anche i bambini sanno che l’Universo non ha un centro; di conseguenza tanto il sistema eliocentrico, quanto il sistema geocentrico, sono sbagliati. Ma se vogliamo, non fu quello l’”errore” di Galileo; fu se mai quello di essere l’ultimo erede della tradizione culturale rinascimentale, di ispirazione neoplatonica, e quindi di non vedere bene i confini tra la fisica e la metafisica.

Oggi questi confini sono ben chiari; e sappiamo che la scienza è progressiva acquisizione di conoscenze, che vengono superate da altre conoscenze, e continua formulazione di teorie, che vengono riviste e inserite in un sistema teorico più ampio e potente. L’universo non è fatto come credeva Galileo; ma senza Galileo non avremmo avuto Newton (che tanta ala vi stese) e senza Newton niente Einstein. Né d’altra parte avremmo avuto Galileo senza Tolomeo, che non era un sempliciotto che credeva che la Terra fosse al centro dell’Universo; ma era l’ultimo erede di una tradizione scientifica straordinaria, e costruì un modello matematico capace di spiegare con precisione tutti i fenomeni celesti osservabili ad occhio nudo. Naturalmente, nel suo modello non entravano né le fasi di Venere, né le stelle di neutroni: perché non le aveva mai viste.

Ma d’altra parte, come ha ben detto l’ex Professore di Ratisbona, il problema non è qual è, o se c’è, il centro dell’Universo. Il problema è se la scienza possa essere libera. Perché senza Einstein, dice, non avremmo avuto la bomba atomica. E la bomba atomica è il Male.

Dobbiamo dare atto all’attuale Vescovo di Roma di aver espresso, con la massima chiarezza, i motivi per cui la chiesa Cattolica continua a considerare, oggi come ai tempi di Pio IX, la libertà della ricerca scientifica un male in sé. Non le possibili applicazioni della scienza; ma la ricerca scientifica in quanto tale deve essere sottoposta al controllo di un’autorità inflessibile e infallibile che la indirizzi secondo criteri assoluti di Bene e Male. Oggi, come quattrocento anni fa, la Chiesa non ha preso le parti di Tolomeo contro Galileo; ha preso le parti di una scienza asservita alla religione contro la libertà di pensiero.

Grazie a Dio, l’attuale Successore di Pietro non ha gli strumenti per far valere, al di fuori delle mura vaticane, questa sua posizione; e speriamo che quelli che vorrebbero agire in sua vece dentro le Università italiane vengano isolati dalla comunità degli studiosi.