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Attualità politica

Fini: chi fece la Resistenza stava dalla parte giusta

Il Fascismo fu una dittattura e la destra non può che darne un giudizio negativo. Il presidente della Camera Gianfranco Fini alla festa nazionale di “Azione giovani” a Roma, si esprime con nettezza e prende posizione alla luce delle polemiche suscitate dal ministro della Difesa Ignazio La Russa e dal sindaco di Roma Gianni Alemanno sulle leggi razziali e la Repubblica di Salò. «È doveroso dire che, se non è in discussione la buona fede, non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di uguaglianza e libertá e chi, fatta salva la buona fede combatteva per la parte sbagliata». Il presidente della Camera non ha dubbi: «La destra deve ribadire in ogni circostanza questi concetti e riconoscersi in questi valoriche sono a pieno titolo antifascisti, proprio per superare il passato, non per archiviarlo, ma per costruire una memoria che consente al nostro popolo di andare avanti».

Il Fascismo fu una dittatura

Fini sottolinea che la vicenda del Fascismo deve essere colta come una pellicola nel suo complesso e non fotogramma per fotogramma: «Il giudizio non può che essere complessivo, non si possono dare giudizi parziali, partendo dalle affermazioni di quegli storici che dicono che il fascismo ha modernizzato l’Italia, oppure che ha fatto l’Inps o ancora che Mussolini nel 1938 a Monaco salvò la pace. Da parte della destra il giudizio complessivo deve essere negativo a partire dalla soppressione della libertà operata dal fascismo. Non possiamo negare la storia: il fascismo fu dittattura».

In secondo luogo, secondo Fini, il fascismo negò un altro valore fondamentale: quello dell’uguaglianza, «accettando le ragioni della superiorità di razza, del razzismo biologico. Di qui l’infamia delle leggi razziali, questa aberrazione, questo male assoluto che sta nella negazione a priori del valore dell’uguaglianza. Negare alla radice il principio dell’uguaglianza non può che determinare il risultato finale di una tragedia. L’ultimo atto del film è poi stata la dichiarazione di guerra, che ha messo l’Italia in ginocchio, che ha determinato una catastrofe che i nostri padri e i nostri nonni non hanno dimenticato. L’Italia, sì, modernizzata nel 1945 era rasa al suolo. Questi dati sono fattuali, sono elementi di verità storica da cui non si può prescindere».

Le utopie e i passi avanti del ’68

Passando alla contestazione studentesca di quarant’anni fa, Fini si è chiesto: «Fu tutto negativo? Non si può dire. Ma è sbagliato dire che il ’68 rappresentò la stagione della libertà». Il leader di An ha ammesso che il ’68 «ha tolto tante ragnatele, archiviato una stagione che sa tanto di muffa. Merito o colpa del 68? Non mi appassiona il discorso. Di certo fu negativo lo slogan “vietato vietare”. Il ’68 aveva fatto degenerare il valore della libertà in licenza, anarchia, assenza di regole. Fu una forma colossale per esprimere la propria imbecillità. Non c’è la libertà se non c’è una regola, se non c’è un’autorità. Dove ha fallito il ’68? Nel pensare a un mondo utopico dove ci fosse la libertà senza il principio di autorità». In ogni caso, «ritrovato l’equilibrio, che nel ’68 non c’era, la società qualche passo in avanti l’ha fatto». 

(Il Sole 24 Ore on-line)

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Cultura e società Storia

Nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA (1943)

 

1 – La Nazione Italiana è un organismo politico ed economico nel quale compiutamente si realizza la stirpe […]

73 – Presupposto della politica demografica è la difesa della famiglia, nucleo essenziale della struttura sociale dello Stato.

La Repubblica la attua […] col divieto di matrimonio di cittadini italiani con sudditi di razza ebraica, e con la speciale disciplina del matrimonio di cittadini italiani con sudditi di altre razze o con stranieri […]

89 – La cittadinanza italiana si acquista e si perde alle condizioni e nei modi stabiliti dalla legge, sulla base del principio che essa è titolo d’onore da riconoscersi e concedersi soltanto agli appartenenti alla stirpe ariana italiana.

In particolare la cittadinanza non può essere acquistata da appartenenti alla razza ebraica e a razze di colore.

90 – I sudditi di razza non italiana non godono del diritto di servire l’Italia in armi, né, in genere, dei diritti politici: godono dei diritti civili entro i limiti segnati dalla legge, secondo il criterio della loro esclusione da ogni attività, culturale ed economica, che presenti un interesse pubblico, anche se svolgentesi nel campo del diritto privato.

In quanto non particolarmente disposto vale per essi, in quanto applicabile, il trattamento riservato agli stranieri […]

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Attualità politica Cultura e società Scuola

La nuova scuola

Grembiulini.

Maestro unico.

Classi numerose.

Molta disciplina.

E soprattutto, un libro di testo che non è mai cambiato negli ultimi millequattrocento anni.

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Racconti brevi

Bretelle nere

Portiamo gli amici in visita ad una bella chiesetta romanica delle nostre campagne.

Per ritirare la chiave, si deve passare in una casa vicina. Entro nella corte, chiamo un paio di volte, forte, più forte, mi risponde una voce impastata con un greve accento napoletano.

Si affaccia alla porta, dietro una tenda svolazzante, un uomo molto anziano, non molto alto, ma dall’aria robusta. Alla mia richiesta risponde un po’ aggrottato che devo dargli un “dogumento”. Esibisco la carta d’identità. Alla vista del papiro bèsg si addolcisce. “Lei di dov’è? Tedesco?” “No, italiano”. “Ah, allora la può tenere, qui passano sempre molti tedeschi, io chiedo il documento perché non capisco quello che dicono, così vedo chi sono, ma se è italiano la può tenere”.

***

La visita alla chiesetta è, come sempre, affascinante, ma non è questo l’argomento del racconto.

***

Torno a restituire la chiave. Chiamo forte, busso. Mi risponde un’altra voce, ancora più confusa e marcatamente dialettale della prima. Mi dice di aspettare.

Arriva con fatica dietro la tenda un’ombra, bofonchiando qualcosa. Apre. Mi appare un altro anziano, anche lui tarchiato, dall’aria robusta. Ha una folta chioma bianchissima. Indossa una camicia biancastra con le maniche arrotolate, su cui spiccano due larghe bretelle nere che reggono i pantaloni. Gli manca la mano destra. La mano sinistra, con sgradevoli unghie lunghe e sporche, e il moncherino, grondano acqua.

Dice scusandosi che da quando gli è morta la moglie deve fare “l’uomo e la donna”, e si sta lavando la maglietta. Gli sporgo la chiave. A quel punto lui riesce ad agganciarmi. “Lei di dov’è?” “Di Torino”. “Ah, Torino. Avevo un grande amico di Torino. Adesso è morto. Squadrista!”

Ormai avviato nella conversazione, cerca di spostare la chiave dalla mano sinistra a quella destra, ma non ha la mano destra, allora la stringe tra il moncherino e il petto, sulla camicia bagnata.

Continua il suo racconto, di cui non riesco a cogliere bene tutte le parole. “Gli anni più belli. Quindici anni a Torino, al Comando della Milizia. Avevo un altro amico, un capitano della Milizia. Anche lui è morto. Guerra di Spagna. Anch’io sono partito volontario per la Spagna. Prima ero stato in Africa” L’espressione si fa sempre più triste, e la parlata sempre più confusa. “Anche sei anni di prigionia. Gli Inglesi”. Fa una smorfia di disgusto. “Mio nonno mi diceva sempre: impara a conoscere i cani, così ti sai difendere”.

Mentre si perde a rievocare i saggi insegnamenti del nonno, gli amici, in macchina, mostrano evidenti segni di impazienza. Lo saluto, e lui si scusa sorridendo di avermi trattenuto.

Durante il viaggio di ritorno, cerchiamo di ricostruire l’età dell’anziano combattente. Almeno novantadue anni, concludiamo.

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Lingua italiana

Chi è il Mister?

Negli anni ’60 del secolo scorso, una famosa squadra di calcio, l’Inter, fece venire dall’Argentina un grandissimo allenatore, Helenio Herrera, detto “il mago”. Herrera pretendeva dai suoi giocatori il massimo rispetto, anzi, voleva essere considerato un’autorità assoluta; ed a volte usava modi curiosi. Non voleva essere chiamato signor Herrera, o señor Herrera, come sarebbe stato logico, visto che veniva da un paese di lingua spagnola. Voleva l’appellativo di Mister: ma non Mister Herrera, come si usa in inglese, semplicemente il Mister, e basta. Finita la carriera del signor Herrera, questo curioso termine è rimasto nell’uso calcistico italiano, e da noi anche nelle più piccole squadrette giovanili l’allenatore è il Mister. Molti credono che questo sia un termine inglese; ma non è vero. In inglese “allenatore” si dice coach, e la parola “Mister”, usata in questo modo, non ha nessun significato.


Riprendo questo breve trafiletto, da me scritto per una grammaticuzza di prossima pubblicazione presso una nota Casa editrice scolastica, in seguito ad un trèd su news:it.istruzione.scuola, dove si indica (metaforicamente, s’intende) l’insegnante come l’“allenatore” di una squadra.

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Lingua italiana

Body Rental

Scopro ora su it.cultura.linguistica.inglese l’esistenza di un rapporto di lavoro dal nome imbarazzante: body rental (“Affitto del corpo”). Non significa quello che avete capito, ma una specie di contratto di consulenza, che pare sia molto usato nelle società di informatica:

it.wikipedia.org/wiki/Body_Rental

Naturalmente, cercando su Gùggol l’espressione “body rental”, vengono fuori solo pagine in italiano – in inglese il significato è esattamente quello che avete capito.

L’autore del messaggio chiedeva, papale papale, come si traduce “body rental” in inglese.

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Scuola

Promuovetelo!

Il mio amico Alberto Biuso mi ha autorizzato a pubblicare qui questo suo
messaggio, indirizzato alla lista

it.groups.yahoo.com/group/didaweb/

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Quante volte – dal mio primo esame di maturità in un paese della Sicilia – ho visto alcuni genitori prendersela con i professori incapaci di riconoscere il genio dei propri figlioli, convinti che il pargolo fosse perseguitato per non si sa bene quali ragioni di odio personale, arrivando sino alle minacce.

Ho visto anche tanti altri genitori – per fortuna la maggior parte – apprezzare la richiesta di impegno, il rigore nello svolgimento del lavoro, il tentativo di trasmettere ai loro ragazzi la passione culturale e civile (che sono la stessa cosa).

Con questo suo sfogo di padre, Umberto Bossi ha mostrato la sua reale natura. E’ un italiano, come tutti noi. Anzi, un meridionale affetto da ciò che un sociologo definì “familismo amorale”, il privilegiamento – sempre e in ogni caso – delle ragioni della famiglia rispetto a quelle della società. La “Famigghia” è tutto.

Per questo ho firmato con convinzione l’accorato appello per la promozione del suo erede.

Ciao,
Alberto G. Biuso
www.biuso.it

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L’appello è qui:

www.firmiamo.it/promuovetelo

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Attualità politica

Il limite della decenza

Da quasi vent’anni assistiamo in Italia ad un esperimento sociologico di enorme portata. Si tratta di una trasformazione pilotata di quello che una volta si chiamava il “comune senso del pudore”, e più propriamente dovrebbe essere il “limite della decenza”, cioè quel confine tra le cose considerate accettabili e non accettabili dalle persone per bene.

La cosa è cominciata con questioni di soldi: dopo le prime timide difese “non sono stato io”, “è stato un mio subordinato, io ne ero all’oscuro”, si è passati alla rivendicazione arrogante “l’ho fatto io, ma l’ho fatto per il Partito”, condita con l’ammiccamento “tanto lo fanno tutti”. Quella che era una colpa, non lo è più; e se qualcuno non ne fosse convinto, è cominciata la celebrazione dell’eroismo di quei lìder che hanno avuto il coraggio di sfidare i moralismi (ipocriti, sicuramente) dei benpensanti, e i rigori (sospetti, s’intende) della Magistratura, per affrontare francamente la questione dei Costi della Democrazia.

L’esperimento è riuscito così bene che la cosa non si è fermata lì. Naturalmente qui è venuto in soccorso un terreno molto fertile, il basso senso morale della società italiana, sempre propensa a pensare che chi fa quel che deve o è un fesso, o è un furbo che non si è fatto scoprire. Sempre più gravi violazioni – non della Legge, di cui nessuno si cura – ma appunto del Comune Senso del Pudore, vengono rivendicate come efficaci scorciatoie del Fare, che si oppone alle Chiacchiere. Il confine tra il lecito e l’illecito si sposta sempre più in basso; ed era inevitabile che si arrivasse alle vicende boccaccesche di questi ultimi giorni. Anzi, tutto questo gran parlare di gratificazioni sessuali è un modo per coprire con grasse risate qualunque altra discussione: anziché discutere se il Ministro delle Finanze è in grado di mettere sotto controllo il deficit (l’esperienza di parecchi anni passati dimostrerebbe di no) è assai più divertente (ed utile) discutere se veramente il Ministro delle Pari Opportunità s’è guadagnata la poltrona stando in ginocchio o in piedi.

Ma c’è un limite a tutto: non è vero che ogni cattiva azione diventa lecita; rimane un peccato imperdonabile. Non si può, non si deve assolutamente parlare male del Papa.

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Scuola

Il ciabattino di Socrate e la pescivendola di Lenin

Si può (almeno tentare di) insegnare tutto a tutti?

Socrate era convinto di no. Solo il ciabattino sa fare le scarpe, e chi non le sa fare è meglio che non ci ficchi il naso. Così, solo chi è andato alla scuola dei sofisti(1) può governare lo Stato. Diverse carriere scolastiche, diverse competenze, diversi ruoli nella vita sociale.

Invece Lenin(2) era convinto che il punto d’arrivo fosse mettere una pescivendola al governo dello Stato. Naturalmente, una pescivendola può governare lo Stato solo se le sue competenze non si limitano allo sventramento delle triglie. L’utopia democratica, che qui Lenin esprime, è che anche una pescivendola possa imparare a governare lo Stato.

Questo è da sempre, e sarà sempre, il grande dilemma riguardo all’istruzione. In Italia, queste due posizioni si sono confrontate in modo nettissimo negli anni ’60. Don Milani, un prete saldamente radicato nello spirito tridentino, diceva: Ugo Foscolo non ama i poveri – naturalmente la conseguenza è che i poveri non hanno nessun motivo per studiare Ugo Foscolo. L’istruzione deve seguire due filoni distinti alla radice. Un’istruzione rivolta ai poveri, animata da spirito caritativo (solo i poeti che “amano i poveri”, solo gli argomenti che risultino familiari ai figli dei contadini); ed una per i ricchi, che tanto si sa, saranno sempre ricchi(3).

In quegli stessi anni, l’utopia democratica portava alla nascita della Scuola Media Unica. Fino ad allora, vi erano stati dopo la scuola elementare due indirizzi ben distinti: la Scuola Media, per quelli che prevedevano di proseguire gli studi, e un Avviamento Professionale, per chi si fermava lì. La Scuola Media Unica rispondeva alla grande utopia liberale e democratica di un’istruzione di base uguale per tutti, a partire dalla quale i “capaci e meritevoli” possono raggiungere, qualunque sia la classe sociale d’origine, tutti i gradi dell’istruzione e quindi tutte le professioni.

Naturalmente, l’utopia democratica funziona se l’esistenza delle inevitabili disparità individuali non porta ad un livellamento delle competenze verso il basso. Non si può fare una scuola su misura degli ignoranti solo per evitare che gli ignoranti si sentano esclusi o “in ansia”(4). Il principio caritativo dell’istruzione è esattamente il contrario del principio democratico; ed una scuola autenticamente democratica non può che essere una scuola selettiva.


(1) Socrate ce l’aveva con i sofisti per lo stesso motivo per cui Gesù ce l’aveva con i farisei: più ci si assomiglia, più c’è la necessità di sottolineare le differenze.
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(2) quanto segue non ha, naturalmente, nulla a che fare con la storia della Rivoluzione Bolscevica e dell’Unione Sovietica.
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(3) Gesù Cristo diceva ai ricchi: avrete sempre i poveri intorno a voi. La conseguenza logica è che i poveri avranno sempre i ricchi sopra di loro.
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(4) questo messaggio è concepito in seguito ad una discussione sull’“ansia” degli studenti che vedono sospeso il loro giudizio allo scrutinio finale.
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Letteratura italiana Racconti brevi

Dialogo d’un Pessimista e di Giacomo Leopardi

Un Pessimista e Giacomo Leopardi s’incontrano per caso su di un colle, di fronte ad una siepe.

Gava via ste ronze ch’a ‘mbreujo!”(*) esclama il Pessimista, rivolto al zappatore in fondo al campo.

Giacomo Leopardi non ribatte. Sa ch’è vano dialogare con un Pessimista.

***

Come ognuno avrà capito, in questi giorni sono impegnato nel colloqui d’Esame.

__________

(*) Togli via codesti rovi, che ingombrano!