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Michelle Obama agli insegnanti

Insegnanti, siate leader (come Barack)
Michelle Obama
[La Stampa, 16/10/2009]

In questo periodo dell’anno a casa Obama c’è parecchio da fare. Come tanti genitori in tutto il Paese guardo divisa tra orgoglio e ansia le mie bambine che preparano lo zainetto, mi salutano con un bacio e si avviano a un nuovo anno scolastico, per diventare le donne forti e sicure che sono certa saranno. Ma quando le vedo rincasare, tutte eccitate per qualcosa che hanno imparato o per un nuovo incontro, ecco, mi ritrovo a pensare che la maggior parte delle persone che più influenzeranno le loro vite non saranno i compagni di gioco o i personaggi di un libro ma chi si trovano davanti in classe ogni giorno.

Ci ricordiamo tutti quale impressione profonda ci abbia lasciato un insegnante speciale, quello che non ci ha abbandonato alle nostre lacune, quello che ci ha incoraggiato e ha creduto in noi quando dubitavamo delle nostre capacità. Anche dopo decenni ricordiamo come ci faceva sentire e come ci ha cambiato la vita. È comprensibile quindi che gli studi dimostrino come il dato che influenza di più il rendimento degli studenti sia la capacità dei loro docenti.

E quando pensiamo a ciò che fa di un insegnante un ottimo insegnante – energia illimitata e altrettanto sconfinata pazienza, capacità di visione e capacità di lavorare per obiettivi, creatività per aiutarci a vedere il mondo in modo diverso e dedizione al compito di aiutarci a scoprire e sviluppare il nostro potenziale – bene, allora realizziamo che sono le qualità di un grande leader.

Oggi più che mai abbiamo bisogno proprio di questo tipo di leadership nelle nostre aule. Come ripete spesso il presidente, nell’economia globale del XXI secolo una buona educazione non è più soltanto una delle strade possibili: è l’unica strada possibile. E i buoni insegnanti non svolgono un ruolo chiave solo per il successo dei nostri ragazzi ma anche per il successo della nostra economia.

La realtà purtroppo è invece che anno dopo anno noi stiamo perdendo i nostri insegnanti di maggior esperienza. Più della metà dei nostri docenti è figlia del baby boom. Questo significa che nei prossimi quattro anni un terzo dei 3,2 milioni di docenti americani potrebbe andare in pensione. Nel 2014, fra cinque anni appena, il Dipartimento dell’educazione prevede che dovranno essere assunti un milione di nuovi docenti. E non si va incontro solo a una generica penuria di insegnanti, ma a una penuria là dove i buoni insegnanti sono più necessari: le scuole disagiate, povere di mezzi, dove le sfide sociali sono maggiori.

Ecco perché noi abbiamo bisogno di una nuova generazione di leader nelle nostre scuole. Abbiamo bisogno di uomini e donne appassionati e determinati che si dedichino alla missione di preparare i nostri studenti alle sfide del nuovo secolo. Abbiamo bisogno di università che raddoppino gli sforzi per formare gli insegnanti e trovino strade alternative per reclutarli. Dobbiamo incoraggiare i professionisti migliori a dedicare una parte delle loro carriere all’insegnamento. E trattare i docenti come i professionisti che sono, garantendo loro buoni stipendi e ottime opportunità di carriera.

E abbiamo anche bisogno di genitori che proseguano a casa l’operato dei professori e lo completino. Che sappiano porre limiti: all’occorrenza spegnere la tv e i videogiochi, vigilare sullo svolgimento dei compiti, rinforzando l’esempio e le lezioni della scuola. C’è tanto da fare e non sarà un compito facile. Ma sono fiduciosa: una nuova generazione di leader farà la differenza nelle vite degli studenti e nel futuro della nazione.


Gentile signora Obama,
sappia che qui, da questa parte della cattedra, si condividono i suoi sentimenti.

Se tutti noi siamo legati a questo lavoro, nonostante difficoltà vecchie e nuove, è proprio perché in esso sappiamo trovare momenti indimenticabili.

È vero che il lavoro dell’insegnante, come ogni lavoro, è fatto in gran parte di routine. C’è la banale routine didattica: insegnare cose un po’ fruste a ragazzi e ragazze spesso svagati, cercare di mantenere la disciplina in classi numerose e turbolente, dover affrontare la frustrazione di spiegazioni mille volte ripetute e mai comprese. C’è anche la routine burocratica, che negli ultimi anni non fa che aumentare, fino ad assumere aspetti esasperati ed un po’ vessatori, fino addirittura a sottrarre tempo all’insegnamento.

Ma ogni tanto capita il momento magico: quando fra insegnante ed allievi improvvisamente si sente una consonanza di interessi, quando in occhi finora sfuggenti si accende un lampo di curiosità e di interesse, quando un ragazzo finora in difficoltà scopre dentro di sé potenzialità che né lui né noi sospettavamo.

Certo, ci sono anche i lunghi momenti di frustrazione, il senso di fallimento di sforzi inutilmente ripetuti, l’impotenza a contrastare le sollecitazioni negative provenienti dall’ambiente o dai mezzi di comunicazione, l’abbandono da parte di giovani che sprecano un’occasione irripetibile. A tutto questo, ora, dobbiamo anche aggiungere le richieste insistenti di una scuola che dia solo poche nozioni “spendibili”, come si dice oggi, su un mercato del lavoro avaro di occasioni che non siano precarie e di basso livello.

Ma questo non ci ferma, perché, dopo tanti anni, il bilancio umano e professionale che abbiamo accumulato è largamente positivo.

Oggi alla scuola si vorrebbero imporre criteri di puro produttivismo, un’“efficienza” misurata sull’economia del soldo a costo di scelte al ribasso nella didattica, finalità meramente utilitarie. Noi rifiutiamo tutto questo, non perché ne abbiamo paura, ma perché non ci interessa, non è la nostra vocazione: se noi condividessimo quest’impostazione, faremmo un altro mestiere. Anche nelle scuole più vicine al mondo produttivo (io attualmente insegno in un Istituto Professionale Statale) il nostro obiettivo è comunicare in primo luogo l’etica del lavoro e la cultura della responsabilità: le abilità professionali vengono di conseguenza.

Non so se siamo dei leader: ci sforziamo di essere degli insegnanti.

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