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Scuola e povertà

Stando ad un corrispondente di it.cultura.sinistra, Franceschini a Ballarò avrebbe detto che “in Italia ci sono pochissimi laureati perchè il modello berlusconiano è di un successo fatto di soldi e tv e potere.”

Io ho risposto che quella frase mi sembrava una cagata – chi ha visto quella trasmissione mi farà sapere se Franceschini l’ha davvero pronunciata.

Richiesto di dare un mio parere sulla questione, prima ho detto che non me la sentivo di rispondere con una frase di due righe – i famosi cinque secondi televisivi. Poi ci ho pensato un po’ su, e in un paio di giorni ho messo insieme questa lunga sbrodolatura.

Non sono sicuro di saper dare una risposta esauriente. Ma tanto per cominciare metterei il fenomeno con relazione con il processo di impoverimento della società italiana, e l’esaurimento della classe media colta; processo di discesa sociale che dura ormai da quasi una generazione, e che secondo la Banca d’Italia ha avuto il punto più basso nel ’93, per poi stagnare fino ad oggi.

(L’indicazione di quella data, da parte della Banca d’Italia, è stata comprensibilmente suggerita dal desiderio di non entrare in una imbarazzante polemica; ma è vero che si tratta di una degenerazione sociale di cui il berlusconismo è molto più una conseguenza che una causa.)

La crisi del ceto medio e del lavoro dipendente qualificato, e l’emergere di quella che pomposamente si chiama Piccola Impresa, ma più propriamente sarebbe da indicare come Italia bottegaia, ha spostato le prospettive di ascesa sociale dei poveri dalla carriera nelle professioni verso le arti dell’arrangiarsi: l’evasione fiscale, contributiva ecc. Il lavoro dipendente è comunemente connotato come la banale ricerca del posto fisso, traguardo da raggiungersi più con relazioni di tipo familare-clientelare che con le capacità e le competenze: insomma, una roba da femmine e bamboccioni. La campagna terroristica contro i sindacati (responsabili di tutti i mali), i dipendenti pubblici – tra cui gli insegnanti (fannulloni!), i salariati garantiti in genere (scaldasedie, mentre l’Italia che lavora si alza alle quattro del mattino) è solo la manifestazione folkloristica di una società che nei bassi livelli vede una feroce selezione darwiniana, mentre nei livelli medio-alti è ultragarantita da solide relazioni paramafiose.

La scuola è strapazzata da questa situazione, e nella visione comune è stretta fra la vecchia illusione del “pezzo di carta” e la cinica consapevolezza che poi, alla fine, quello che conta veramente è la raccomandazione. Se a questo aggiungiamo il furibondo odio bottegaio verso il culturame e gli intellettuali (questo sì, abbondantemente alimentato dai modelli televisivi) il cerchio si chiude.


La crisi della scuola è in una relazione sinergica con questa degenerazione sociale. I tentativi di riforma, che si sono succeduti attraverso i governi – tentativi sempre più “epocali”, risolutivi, ma con una sempre più marcata impostazione ideologica e dilettantesca, fino all’ultimo deprimente pasticcio gelminiano – sono falliti perché hanno toccato solo la superficie del problema (si può  essere contemporaneamente “epocali” e superficiali: la storia d’Italia è piena di insignificanti “svolte storiche”).

Ho già raccontato più volte che mio padre era un chimico, ed aveva passato la vita a escogitare mescole di gomma. Quando venne a sapere che avevo avuto una cattedra in un (allora) noto ITIS per chimici industriali di Torino, mi disse con ammirazione: “Quella è una scuola da dove escono dei periti che in certe cose ne sanno più di un laureato”.

L’ascesa economica dell’Italia nel dopoguerra poggiava sulle solide basi di una Scuola superiore di forte contenuto culturale e professionale – non il Liceo gentiliano di cui alcuni continuano a ruminare. Periti, ragionieri, geometri, erano figure forti, prodotte da una scuola altamente selettiva, ma che almeno in parte rispondeva al dettato costituzionale dei “capaci e meritevoli”. A quell’epoca non circolava ancora la leggenda che la scuola è irreparabilmente indietro, indietro, rispetto al “mondo del lavoro”, e le aziende si rivolgevano agli Istituti Tecnici per avere non solo bravi diplomati da assumere immediatamente, ma trovare competenze professionali e dotazioni tecniche di cui non disponevano in proprio.

Questa scuola fu solo marginalmente sfiorata dal ’68 (che paradossalmente non ha mai elaborato una riforma della scuola). Ciò che ha scosso, non allora, ma nei decenni successivi, le fondamenta della scuola superiore, è stata, in primo luogo, la deindustrializzazione (a che serve una scuola per Periti Chimici se in Italia l’industria chimica è il cimitero degli elefanti?). In secondo luogo l’attacco alle professioni in quanto tali. Quella che sugli schermi televisivi è la demolizione dei magistrati, dei medici, degli insegnanti, dei “tecnocrati” e degli “intellettuali” ecc., nella dura realtà è il dissanguamento del ruolo dei tecnici intermedi, sempre più sospinti verso un sottoproletariato divorato dalla precarietà.

In Italia le cose sono quasi sempre fatte per burla, e se si fa qualcosa, si fa il contrario di quel che si dice. Questa è una rara eccezione. Trent’anni fa si è cominciato a dire con sempre maggiore insistenza che in Italia salari e stipendi sono troppo alti, e i lavoratori dipendenti sono troppo tutelati. Nei decenni seguenti s’è attuato un attacco sistematico, brutale, coerente e continuativo contro salari e diritti. A quest’attacco non poteva non seguire una progressiva squalificazione e dequalificazione della scuola. Quando sui giornali cominciò a prendere vita il mito del Nord-Est, cominciò anche a circolare la battuta: se vuoi comprarti una Ferrari a venticinque anni, devi lasciare la scuola a quindici. L’idea di costruirsi un futuro a scuola, con lo studio, divenne oggetto di derisione. E si capisce. Se assumi un tecnico capace, c’è poco da fare, devi pagarlo da tecnico. Se assumi uno stronzo qualunque, poi dargli una paga di merda.

La scuola e la politica hanno contrastato molto debolmente questo processo. Le uniche vere riforme della scuola superiore che si sono realizzate nel dopoguerra (i Programmi Brocca per i Licei e i tecnici, il Progetto 92 per i professionali), pur con i loro lati indubbiamente positivi, nascevano da una visione troppo ottimistica della realtà sociale e scolastica: l’utopia di coniugare sapere e saper fare, cultura e lavoro, scienza e umanesimo, era una grande idea, ma viaggiava un po’ come una mongolfiera su un panorama sociale sempre più degradato. La riforma universitaria del 3+2 (riforma “europea”, pensate un po’!) ha avuto un effetto opposto a quello desiderato. Invece di “democraticizzare” un’Università ancora troppo d’élite, ha svuotato di contenuti la Scuola superiore, ridotta ad un lunghissimo prolungamento della scuola media; e con le stolide chiacchiere della scuola vicino al mondo del lavoro, della competizione che è il sale della vita ecc. ha portato le Università a dotarsi di corsi di studio sempre più frammentati, parcellizzati, improbabili.


Insomma, ecco la famosa risposta in cinque secondi: In Italia la scuola è a pezzi per via dei bassi salari!

Una risposta su “Scuola e povertà”

Quando leggo i Suoi articoli, per me è un totale effetto déjà vu, perché in Russia succede la stessissima cosa, con la differenza che siamo passati al sistema 4+2 invece di 3+2, e nessuno rischia ancora di lasciare l’università dopo il quarto anno, visto che non è ancora chiaro che lavori si possa svolgere in questo caso. Ma qui c’è lo stesso disprezzo verso il “culturame” e inoltre la convinzione diffusissima che i docenti universitari siano dei poveri “sfigati” che non sono riusciti a trovare un lavoro migliore, destinati a lavorare per quattro soldi o che siano dei “fannulloni” e “stronzi” che, ovviamente, prendono bustarelle.

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