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Per un nuovo ’68 degli insegnanti #4

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(Per intendere quello che ho detto e che dirò, si sappia che io prendo come riferimento quasi esclusivamente la Scuola Superiore, l’unica che conosco per esperienza diretta).

Per anni abbiamo avuto tentativi di riforme basate sui contenitori. Ma il grosso problema della scuola italiana è quello dei contenuti. In tutta la pletora normativa che si è riversata addosso agli insegnanti, con autentico accanimento sadico, la cosa che sembra completamente scomparsa sembrano essere i programmi. Molti addirittura sono convinti che non esistano neanche più. Pensate: non sono mai stati pubblicati sul sito del Ministero, dove invece (se uno ha la pazienza di districarsi in quel caos) si può trovare la più insignificante delle circolari. Si sa vagamente che i Programmi saranno sostituiti da Curricoli, o come diavolo verranno chiamati, o gli OSA: gli ultimi che ho visto, poco prima della fine della gestione Moratti, erano caratterizzati dalla meschina, pletorica pedanteria dei dilettanti (“se fossi io a fare i programmi ci metterei questo… e questo… e questo…”).

Finita l’epoca delle grandi utopie (le grandi sperimentazioni, a partire dai programmi Brocca) si è passati ad un estenuante e dispersivo bricolage, un po’ gestito individualmente dagli insegnanti (questo in realtà si è sempre fatto), un po’ improvvisato dai Collegi Docenti, sempre alla ricerca di novità per la clientela, di aggiornamenti al Nuovo. La sciagurata autogestione del Fondo d’Istituto ha trasformato gli insegnanti in cottimisti, un tanto all’ora, un tanto al corsicino, un tanto a Progetto. Togli un’ora di qua, metti un’ora di là; si inventano assurde “compresenze” per giustificare l’ora in più di questo, tanti euro all’ora, qualche specchietto per le allodole per la clientela, come se ai genitori importasse che si fa un’ora alla settimana in meno di Estrazione di Turaccioli per fare, in compresenza tra l’insegnante di Latte ai Gomiti e quello di Fumo negli Occhi, un progetto di 33 ore annuali di Tecnologia della Masticazione, o di Educazione alla Benevolenza.

Questo è l’ultimo punto d’arrivo della scuola italiana. La Scuola dei Progetti non ha più un progetto.

A questo punto devo precisare una cosa. Da quando intervengo su questi temi, in diversi gruppi di discussione, ricevo la qualifica di “gentiliano”. È vero che io ho fatto (per sei anni) il Liceo Classico, e ho incoraggiato (non obbligato) mio figlio a frequentare lo stesso Istituto che ha visto maturare i miei brufoli. Ma quando penso ad un modello alto di scuola, penso ad un tipo di istituto che ho conosciuto anni dopo, da insegnante: l’Istituto Tecnico Industriale.

Gli ITIS, non il liceo gentiliano, sono stati il fiore all’occhiello della scuola italiana. Erano il giusto equilibrio fra conoscenza e competenza, fra teoria e pratica, fra visione generale del mondo e preparazione al lavoro, fra scuola di massa e scuola di formazione di un’élite capace e responsabile. Soprattutto, erano scuole che giravano intorno ad un progetto razionale, coerente e lungimirante. L’idea di dare una conoscenza complessiva di un settore produttivo, che permettesse sì di andarci a lavorare, ma non con mansioni puramente esecutive, non come manovalanza usa e getta. Lavorare sapendo quello che si fa, e perché si fa. Il lavoro come conoscenza, e la conoscenza come lavoro.

Gli Istituti Tecnici (i migliori, per lo meno) avevano alla loro base una cosa che in Italia si è persa: l’etica del lavoro. Un vero umanesimo, dove il lavoro non è un semplice strumento per soddisfare i bisogni ed i consumi più elementari, ma è esso stesso il soddisfacimento di un bisogno fondamentale dell’uomo. Questa, in fondo è l’essenza del comunismo.

Dato che auspico un nuovo ’68, è chiaro che non sto parlando solo di una riforma della scuola, ma di una vera rivoluzione che deve partire dalla scuola. Certo, gli anni ci hanno insegnato che non si può cambiare il mondo: non sarà la scuola italiana che porterà la pace in Palestina, l’acqua in Africa, l’onestà in Parlamento. Ma vorrei che gli insegnanti cominciassero tutte le mattine il loro lavoro con questo pensiero: devo insegnare ai miei ragazzi che se una cosa va fatta, va fatta bene. Va fatta sapendo quel che si fa. Va fatta che abbia un senso. Va fatta perché va fatta.

Dite che è poco, come Rivoluzione.

Una risposta su “Per un nuovo ’68 degli insegnanti #4”

sono sostanzialmente daccordo, come già detto altrove credo che bisogni ricreare un circolo virtuoso alunni-docenti-genitori e questo si possa fare solo facendo esami ogni anno con questionari (possono essere fatti anche in modo da far ragionare gli allievi) somministrati da docenti esterni o personale del ministero NON i docenti che hanno insegnato

in questo modo sono tutti interessati a studiare, far studiare e insegnare

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