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Per un nuovo ’68 degli insegnanti #3

Merito

Visto che il tema del dibattito attuale è il merito, e continuo a parlare di “forte motivazione etica”, cominciamo da qui, dagli insegnanti che vorrebbero fare di più e meglio.

Qui si confrontano due visioni completamente opposte del mestiere dell’insegnante. La prima vuole porre l’accento sulla coscienza personale. L’insegnante è il primo che può giudicare quello che può e deve fare in una determinata situazione – a scuola, le situazioni sono tutte diverse, e non sono possibili soluzioni preconfezionate. L’insegnante prende, di volta in volta, le decisioni che ritiene le più opportune – rischiando di sbagliare, s’intende. Ma, come diceva Biagi, sbaglia in proprio, e si assume le proprie responsabilità. Nel rispetto delle norme vigenti (tra l’altro, nel rispetto dei programmi vigenti), ha un ampio margine di discrezionalità; è quella “libertà didattica” che dev’essere molto importante, visto che è tutelata perfino dalla Costituzione.

Il problema di questo sistema è che la libertà, la responsabilità non sono valori quantificabili. Il “merito” non può avere altro premio che quello della propria coscienza, e della stima di quei pochi che ne condividono i valori. Certo, vi deve essere un’adeguata retribuzione delle diverse mansioni, non tutte uguali, che un insegnante può svolgere nella scuola oltre all’attività didattica strettamente intesa; ma l’attività didattica di per sé non è valutabile in modo “oggettivo”. È possibile individuare e anche sanzionare i “cattivi” insegnanti, cioè quelli che si rendono responsabili di vere ed evidenti manchevolezze; ma non è “oggettivamente” misurabile la bravura di un insegnante bravo – neanche di quello che tutti considerano tale. La pubblica fama è un dato oggettivo; ma non esiste un famometro infallibile.

L’altro sistema, è quello della misurazione del “merito”, e degli incentivi. Quelli che sostengono questo sistema, non hanno mai saputo spiegare in modo convincente quale sarebbe il metodo di misurazione di questo “merito”. Ma ammettiamo che lo sia. Se è così, tutta l’attività dell’insegnante è sottoposta ad un processo di valutazione, cioè all’attenzione di valutatori. Quali che siano i criteri di valutazione, sono stati decisi in sedi diverse da quelle in cui si svolge l’attività didattica.

Togliamoci, per favore, dalla testa che i “criteri” di valutazione del merito siano qualcosa che “esiste”. Non siamo arrivati a quest’età per credere a queste fantasie platoniche. Se esiste un criterio di valutazione, è perché qualcuno l’ha deciso. E se esiste una valutazione è perché qualcuno, in base a questo criterio, valuta. La grande forza dei numeri! Una fregatura, come ogni dogma.

Ebbene, immaginiamo un sistema dove il “merito” viene valutato “oggettivamente” e dà luogo ad un “incentivo”. Risultato? Ognuno di noi, invece di pensare a che cosa fare per fare meglio il proprio lavoro, in quella data situazione, in base alle proprie convinzioni e alla propria esperienza, cercherà di fare la cosa che gli assicurerà una migliore valutazione. Il che significa:

  1. evitare il più possibile di prendere decisioni;
  2. evitare come la peste di assumersi delle responsabilità.

Decisioni e responsabilità verranno scaricate sui “valutatori”, e sui loro bei criteri “oggettivi”, fissati da non si sa chi. E immagino che a loro volta i valutatori si preoccuperanno di essere valutati. Risultato: un sistema incapace di prendere decisioni, in cui nessuno si assume la responsabilità di niente.

Naturalmente il primo sistema, quello che si basa sulla professionalità, non si instaura per decreto. Occorre una grande forza culturale. Bisogna che nella scuola esistano dei valori forti e condivisi, su quello che deve essere l’insegnamento; che su questi valori si discuta, perché solo attraverso la discussione possono radicarsi, ma che non possano essere negati. In ogni caso, non può esistere un sistema scolastico che non ponga alla sua base il valore supremo della conoscenza. Sembra incredibile, ma anche su questo ormai siamo ridotti a discutere.

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