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Per un nuovo ’68 degli insegnanti #2

Professionisti

Quando parlo di forte motivazione etica, non intendo un generico altruismo. Non mi interessa l’insegnante missionario. Mi interessa l’insegnante professionista. Ma essere professionisti non significa solo avere conoscenze e padroneggiare procedure. Significa avere chiara visione dello scopo della propria attività. Dedicare, a questo scopo, non necessariamente la vita (non siamo martiri o asceti), ma le proprie energie lavorative. E soprattutto, assumersi le proprie responsabilità. Fare quello che va fatto. Questo è il più grande diritto e il più grande dovere degli insegnanti. Essere dei veri professionisti. Tutto il resto viene di conseguenza; anche il riconoscimento sociale ed economico.

Occorre rivendicare interamente la propria responsabilità professionale. Da diverse parti si tende a svuotare questa professione, a renderla sempre di più un piccolo ingranaggio di una grande macchina burocratica. Fortunatamente non si sentono più tanto i discorsi deliranti di chi voleva sostituire gli insegnanti con macchine ecc.; ma molti (purtroppo anche molti insegnanti) vorrebbero la progressiva parcellizzazione delle attività. Per esempio separare la didattica dalla valutazione. È una boiata pazzesca. La valutazione è parte integrante della didattica. Separare l’insegnamento dalla didattica sarebbe come se in medicina si separasse la diagnosi dalla terapia. A nessuno verrebbe in mente una stupidaggine del genere. E se a qualcuno venisse in mente, i primi ad insorgere sarebbero – giustamente – i medici.

3 risposte su “Per un nuovo ’68 degli insegnanti #2”

sono una corsista del Prof Ettore Martinez (Farid) e nuova utente nel ng.
Ho letto con attenzione il suo articolo, lo condivido in pieno. I docenti devono educare con la propria disciplina utilizzando la metodologia che sveglia, che provoca i discenti. Pertanto i docenti devono essere valutati anche per la didattica consona ai tempi attuali e alla tipologia dei discenti. Lucia Nuvoli

Sono oramai in pensione da due anni, ma la “passione” per l’insegnamento non mi è ancora passata. Pure ho deciso di lasciare con due anni di anticipo per un motivo che vi propongo: sentivo dentro di me la fatica di innovare, la fatica di proporre attività in grado di calamitare la curiosità da parte degli alunni. Trovavo gli interessi dei miei ragazzi sempre più lontani dai miei. Ne ho dedotto che ero invecchiato dentro, quindi ho deciso di mettere in atto quel “testamento biologico” che in ambiti ben più importanti è vergognosamente impedito.
In buona sintesi: bravo Pistone. Non è una missione concordo perfettamente. Ma è un lavoro che devi fare col cuore. Se non ci credi, se non sei appagato dallo sguardo di un giovane che mostra di capirti, allora è meglio scegliere un’altra strada. In bocca al lupo colleghi, la via è dura ma colma di sottili soddisfazioni.
adriano burattin

Ciao Maurizio, sono un insegnante di scuola secondaria superiore da solo due anni e nonostante tutto quello che si dice sulla scuola io sono felice di essere un insegnante curricolare con studenti che vanno dai 15 ai 19 anni. Sono felice quando “li plasmo” alla mia disciplina (insegno scienze dell’alimentazione e microbiologia), quando mi fanno gli occhi stralunati quando spiego la didattica o anche quando spiego che bisogna guadagnarsela la pagnotta nella vita come io che sono stato operaio per anni, quando dico loro che bisogna rispettare tutte le istituzioni a cominciare dalla scuola, se non altro per il fatto che veniamo pagati dai sacrifici dei loro genitori che lavorando pagano poi le imposte. IL SACRIFICIO CHE DEVONO FARE SOLO LORO se vogliono essere promossi nella mia materia perchè anche se li boccio, io non ho niente da perdere: torno a fare l’operaio (non sono di ruolo) che tanto qui ne cercano da tutte le parti….
Riguardo il tuo primo messaggio, non posso che essere totalmente d’accordo e per dimostrartelo riporterò un aforisma di Andrej SaKarov:
“la morale è la fedeltà totale agli obiettivi etici che ogni uomo si pone”.
Ciao stefano padovan

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