Dobbiamo difendere la millenaria civiltà romana e cristiana

Partiamo pure dalla civiltà cristiana, anche se io non sono un cristiano.

Un punto fermo del cristianesimo, da sempre, per lo meno da San Paolo, è l’idea dell’unità del genere umano. L’idea stessa di “razza” è estranea al cristianesimo; vi sono sì diversi popoli, diverse culture, ma l’unico modo per affrontare il tema della diversità è riconoscere che le cose che abbiamo in comune sono più e più importanti di quelle che ci dividono.

Non mi credete? Allora andate a leggere un po’ di encicliche papali, a partire dalla Maximum Illud di Benedetto XV.

Parliamo adesso della civiltà romana, anche se non sono un romano, ma un torinese – ma anche Torino è una città romana, con le sue vie ad angolo retto, le due porte, una a nord e una ad est, i suoi licei classici e le sue grandi piazze d’armi.

I Romani hanno avuto tutti i difetti di questo mondo, tranne uno: non sono mai stati razzisti. L’Impero Romano è stata la più grande realtà multietnica e multiculturale della storia. E questa è stata la sua grande forza.

Lo strumento principale dell’espansione della civiltà romana è stata l’estensione sistematica della cittadinanza agli stranieri. La cittadinanza romana non veniva concessa per motivi di solidarietà e uguaglianza, concetti completamente estranei alla cultura romana (neanche il più balengo dei leghisti riuscirebbe a dare l’appellativo di “buonista” all’Impero Romano), ma era concepita proprio come mezzo per il rafforzamento dello Stato.

Fin quando l’Impero Romano ha accolto nuove popolazioni nei suoi confini, ed ha trasformato gli stranieri in cittadini, è stato forte.

Ad un certo punto, ha cominciato a dire, ai Goti e ad altre popolazioni nordiche, “potete venire, ma non siete cittadini romani, rimanete stranieri in terra romana”. Tempo cinquant’anni, e l’Impero Romano non esisteva più.

Se i fasci non sono d’accordo, possono andarsene in Gotland, e rimanerci.

Il grande No

Κωνσταντίνος Καβάφης

Kostantinos Kavafis, Alessandria d’Egitto 1863 – 1933

Il No di Metaxas a Mussolini il 28 Ottobre 1940. Il No al referendum del 5 Luglio 2015.

Senza entrare nel merito delle due vicende storiche, questa parola greca, ΟΧΙ, era entrata nella storia e nella memoria di quel paese attraverso i versi del suo più grande poeta moderno.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO

Σὲ μερικοὺς ἀνθρώπους ἔρχεται μιὰ μέρα

ποὺ πρέπει τὸ μεγάλο Ναὶ ἢ τὸ μεγάλο τὸ Ὄχι

νὰ ποῦνε. Φανερώνεται ἀμέσως ὅπιος τὄχει

ἔτοιμο μέσα του τὸ Ναί, καὶ λέγοντάς το πέρα

πηγαίνει στὴν τιμὴ καί στὴν πεποίθησί του.

Ὁ ἀρνηθεὶς δὲν μετανοιώνει. Ἂν ρωτιοῦνταν πάλι,

ὄχι θὰ ξαναέλεγε. Κι ὅμως τὸν καταβάλλει

ἐκεῖνο τ᾿ ὄχι – τὸ σωστὸ – εἰς ὅλην τὴν ζωή του.

Per certi di noi arriva quel giorno

che c’è da dire il grande Sì, o il grande No.

Subito si fa avanti quello che il Sì ce l’ha già bell’e pronto,

in saccoccia: lo dice, e si fa strada

nella stima e nella considerazione di sé.

Chi s’è negato, non se ne pente. Gli chiedessero di nuovo,

ancora direbbe di no. Eppure lo manda in rovina

quel No – benedetto No! – per tutta la sua vita.

(Traduzione mia. Il titolo in italiano è nell’originale.)

Un commento pascoliano ad Orazio

[a proposito di: L’asclepiadeo maggiore [e l’arte di abbindolare i gonzi]]

da: Giovanni Pascoli, Lyra, 2ª edizione Giusti Editore 1899 p. 208

XXI. – Convivio intimo. – Il convivio è presso Leuconoe il cui animo non è sereno, come serena la bellezza. Così mi giova interpretare il nome della fanciulla, da λευκός e νοῦς, come valesse: se fosse anche nell’animo, candida sarebbe in tutto. Leuconoe è piena di suoi presentimenti e consulta i Chaldaei, i matematici che leggevano l’avvenire nelle costellazioni. Ha forse ella con sé i pinaces dove è computata la fine della vita di lei e di lui? Li mostra ella forse alla fine del simposio che non è riuscito a cacciare la nuvola dalla fronte candida? Nei simposii poteva aver luogo una specie di divinazione, per es., col cottabo e coi tali. E il parlare dell’avvenire con tristezza, abbiamo veduto nel prec. v. 131, e altrove, che era naturale e solito. E il simposio poteva essere nel natalizio o di Leuconoe o di Orazio, onde il discorso sui Chaldaei, poiché la loro arte consisteva (Cic. div. II, 87) in praedictione et in notatione cuiusque vitae ex natali die. Da tutto questo e dal verso 6, deduco che la poesia è conviviale come le precedenti, di cui la prima ([I-XVIII2]) ha lo stesso metro. « Non cercare con codesti illeciti computi sino a quando vivremo io e tu. Meglio è prendere quello che viene. O più d’un inverno ci sia serbato o l’ultimo sia questo, non ci pensare; filtra il vino e poiché la vita è breve non far lunga la speranza. Mentre parliamo è già passato un po’ della nostra parte di vita. Afferra l’oggi e non credere al domani ». Il convivio è d’inverno, anche questo; e figurato presso il mare che fa sentire il suo cupo brontolìo. Anche nel precedente si parla di burrasca. Anche nell’Ora tetra, Epod. [XIII3], mugghia il mare. Ciò deriva da Archilocho e Alcaeo, lupi marini? …


[Note mie]

1 Carm. I, 9 “Vides ut alta stet nive candidum…” al v. 13 “Quid sit futurum cras, fuge quaerere…”

2 Carm. I, 18 “Nullam, Vare, sacra vite prius severis arbore…”

3 Ep. XIII “Horrida tempestas caelum contexit et imbres…”

L’asclepiadeo maggiore

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. ut melius, quidquid erit, pati.
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Hor. Carm. I 11

Non chiederti, Leucy, quale sorte toccherà a me, e quale a te. E non stare a fare i tarocchi di Babilonia. Non è cosa che ci è dato sapere. Meglio prendere la vita come viene.

Forse conosceremo altri inverni. Forse questo, che manda il mar Tirreno a sbattere contro i sassi, è l’ultimo che ci ha dato il Padreterno. Fatti furba. Versa il vino, e nel giro di pochi attimi taglia il lungo filo della speranza. Mentre ci perdiamo in chiacchiere, il tempo dispettoso se ne va. Vivi alla giornata, non fare nessun conto sul domani.


Questo è, evidentemente, un maldestro esercizio di traduzione, di cui sono tutt’altro che soddisfatto, e che spero riuscirò a migliorare.

Nella primissima versione avevo tradotto Leuconoe con Bianchina: e sono stato giustamente impallinato.

Non che Bianca mi entusiasmi…

[var. 29 gennaio 2015]

Ho deciso: tolgo Bianca, e metto Leucy.

Esiste, giuro.


Nella prima versione il titolo del post era L’asclepiadeo maggiore, e l’arte di abbindolare i gonzi.

Il banale fatto di cronaca che lo aveva ispirato ormai è totalmente dimenticato.

[var. 27 febbraio 2015]

Ho rimosso, su richiesta dell’autore, alcuni commenti. Riporto qui una delle mie risposte a questi.

Il nome della signora mi ha dato molti problemi.
Non so se lei segue it.cultura.linguistica.italiano, riporto qui un mio messaggio in riposta a chi, giustamente, criticava la mia scelta:
“Hai ragione, Bianchina sembra un’utilitaria degli anni ’60.
Non so come si possa tradurre Leuconoe, la lettura usuale leukos “bianco” + nous “mente” non è sicura, in ogni caso intraducibile.
Leuconoe in greco è un demo dell’Attica, ma non c’entra niente. In latino leukon significa “airone bianco”, e prima di Bianchina avevo pensato a “Gabbianella”: scartato. Pensi che “Garzetta” funzionerebbe?
Un nome greco oggi sa di liceo classico; ma all’epoca era una moda banale, come oggi i nomi (pseudo)inglesi. Leuconoe all’epoca era giusto un nome da olgiattina. Che ne dici di Whitney?
No, non va. Non si capisce neanche se è un nome da maschio o da femmina.”

[var. 4 agosto 2017]

Allora diciamolo che se la sono voluta

“… Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui… fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate… Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro…”

I Promessi Sposi I

Scontro di civiltà

Da quando esiste la guerra, esiste una regola che contempla poche eccezioni. Vince chi riesce a trascinare l’avversario sul proprio terreno, chi riesce ad imporre all’avversario la propria modalità di fare la guerra.

Questo vale in senso propriamente strategico, come tecnica militare, ma vale ancora di più in senso politico.

Ottant’anni fa, i nazisti scatenarono una guerra razzista. Combattevano per la supremazia della razza ariana sulle altre razze.

Alla fine i nazisti sono stati sconfitti. A conti fatti, possiamo dire che la loro sconfitta era inevitabile, anche se credevano (e facevano credere) di avere un esercito invincibile.

Ma hanno perso anche perché i loro avversari non hanno combattuto la guerra dei nazisti.

Quelli che hanno combattuto contro il nazifascisti, non si sono mai sognati di fare la guerra contro la razza ariana. Non si sono mai sognati di battersi sul terreno della guerra razzista. Hanno combattuto per la libertà contro la tirannide. E anche per questo – soprattutto per questo – hanno vinto.

I terroristi jihadisti, i nazisti del nostro tempo, vogliono scatenare una guerra di religione. La guerra della religione islamica contro tutte le altre religioni – anche contro tutti i mussulmani che non la pensano come loro, s’intende.

L’errore più grave che si potrebbe fare sarebbe quello di accettare questa guerra. Fare una guerra di religione. Proprio quella che vogliono loro. La guerra dei cristiani contro i mussulmani.

Ma l’Europa le sue guerre di religione le ha già fatte cinque secoli fa; e non è stata una bella pagina della storia europea. Le Crociate le abbiamo fatte nove secoli fa; e le abbiamo perse.

Se si fa una guerra dei cristiani contro i mussulmani, sinceramente non so bene chi potrebbe vincere. Con tutti i mezzi materiali a nostra disposizione, non è questa la guerra per cui siamo preparati.

La nostra guerra deve essere la guerra della libertà contro l’oppressione, la guerra della cultura contro l’ignoranza. La libertà anche per i mussulmani, la cultura anche della tradizione mussulmana.

(Anche la guerra per la libertà di stampa, s’intende. Anche per la libertà di stampare e leggere un giornale “bête et méchant”.)

Questa è la guerra che possiamo vincere. Come settant’anni fa.

La libertà di stampa, e quelli che si adeguano

Per molti, non solo per voci, diciamo così, “della strada”, ma anche per un giornale famoso e prestigioso come il Financial Times, quelli di Charlie Hebdo “se la sono cercata” pubblicando vignette “stupide” ed “offensive”.

Questo dimostra che i terroristi conoscono l’Europa molto meglio di tanti europei.

La libertà di stampa è l’anima dell’Europa. È il principio per cui, se non ti piace un giornale, sei libero di non leggerlo: ma non puoi ammazzare i giornalisti, o metterli in prigione, come è capitato pochi giorni fa in Turchia. Senza questo principio, senza il rispetto rigoroso e inflessibile di questo principio, l’Europa non è più l’Europa.

Se in questo principio inseriamo un criterio di maggiore o minore “opportunità”, è finita. Ammettiamo che la libertà di stampa è una libertà limitata; che c’è qualcuno che ti può dire che una certa notizia, una certa vignetta, se non la pubblichi è meglio. Così, a scanso di grane.

Se cominciamo a dire che la libertà di stampa vale per i giornali “buoni”, e vale un po’ meno per i giornali “cattivi”, abbiamo cancellato gli ultimi duecento anni di storia europea.

Per questo i terroristi hanno attaccato un giornale satirico dichiaratamente “bête et méchant”. Sapevano perfettamente quello che facevano. Hanno attaccato la libertà di stampa distruggendo un giornale che molti (non io, ma non è questo che conta) considerano “inopportuno” e “irresponsabile”.

Invece quelli che dicono che certe cose, se non le pubblichi, è meglio, se non vuoi passare dei guai, è ora che si facciano crescere la barba e tolgano dal frigo il prosciutto e le lattine di birra: si sono già adeguati.

Be’, ci siamo già passati, un’ottantina di anni fa. Poi ne siamo usciti. Con fatica, ma ne siamo usciti.

È ora di ristudiare quella vecchia storia.

Provincialismo

“Non parteciperemo alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. D’altra parte, abbiamo solo un paio di navi e qualche aereo, e il Mediterraneo è grande.”

Queste parole sarebbero poco opportune in bocca ad un sindachello in camicia verde della profonda Padania.

Ma quando a pronunciarle e il Ministro degli Esteri dell’ex dominatrice dei mari, della potenza che col vessillo dei tre leopardi mandava le proprie navi a pattugliare gli oceani del mondo intero, cascano le braccia dallo sconforto.

È sempre sgradevole vedere un’ex grande signora adattarsi ai modi sgangherati di una comare di provincia. E quanto più è grande la caduta, tanto più amaro è lo sconforto. Per di più, qui non si tratta della toilette da indossare al matrimonio di una lontana pronipote – una parente povera, che non merita la mise delle grandi occasioni –, ma di una questione che riguarda la vita e le morte di decine di migliaia di disperati.

Il rifiuto di partecipare all’operazione di salvataggio, la sempre più petulante richiesta di defilarsi da un’Europa in cui l’inglese è pure la lingua di scambio più diffusa, avranno giustificazioni contabili di un certo peso, ma non tali da nascondere l’involgarimento dei costumi, la perdita di ogni bussola morale.

Come unica consolazione, potranno dire di non essere i soli.

In un’Europa distratta e provincialotta, e tutta intenta a rimirare le profondità di 28 ombelichi, chissà che non tocchi di nuovo all’Italia salvare il decoro di un intero continente.

Con buona pace degli inglesi, e dei sindachelli ecc.

Ricordi sul fascismo (10-16 aprile 2014)

Mio padre era nato nel 1919, mia madre nel 1920. Si trovarono dunque a vivere i loro vent’anni in piena II guerra mondiale. Mio fratello è nato nel ‘43 in una cittadina sulla collina di Torino, dove i miei erano “sfollati” per sfuggire ai bombardamenti. Solo mio padre affrontava tutti i giorni il viaggio per andare a Torino a lavorare (io, come mio nonno paterno, mio padre e mio fratello abbiamo avuto una giovinezza caratterizzata da una magrezza quasi patologica: per questo siamo sempre stati giudicati inabili al servizio militare; non così da parte di mia madre: mio nonno ha fatto la I guerra mondiale in Albania, mio zio come alpino in Jugoslavia, e dopo l’8 settembre è finito in campo di concentramento in Polonia).

Insomma, nei ricordi della mia famiglia, il fascismo si presentava come una enorme insensata tragedia.

Il crollo del consenso dovuto alla catastrofica conduzione della guerra dava alla generazione giovane di allora la sensazione di essere gli unici sani di mente in un mondo di pazzi, che per anni avevano accolto con entusiasmo le strampalate promesse di uno psicopatico e di un buffone.

Inevitabilmente, le rievocazioni famigliari dell’era fascista erano condite dalla narrazione di situazioni paradossali, meschinità vergognose – anche di loro stretti conoscenti –, e terminavano con un giudizio perentorio: “il fascismo era solo propaganda: tutte balle”.

Tale giudizio era rafforzato dall’informazione storica diffusa nei decenni successivi; ogni rievocazione del Ventennio comprendeva qualche spezzone di filmati con discorsi del Duce dal balcone, giovani Avanguardisti e Piccole Italiane in marcia coi gagliardetti, e gerarchi impettiti con la nappina del fez che ballonzola sulla fonte. Insomma, una comica meglio di Stanlio e Ollio. Di questo clima, i Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti sono una rievocazione quasi commovente nella sua intensità.

Io sono sempre stato di sinistra, più o meno estrema; i miei, sono stati sempre dei moderati, e non hanno partecipato alla Resistenza. Mio padre ha votato liberale per tutta la sua vita – e così mio zio, l’Alpino, tornato a guerra abbondantemente finita, dopo la Jugoslavia, la prigionia in Polonia, e pure un bel po’ di prigionia in un campo sovietico, poiché per i rossi era pur sempre un soldato di un esercito nemico. Ma questa distanza tra le due estreme di quello che un tempo si chiamava l’Arco Costituzionale dava al mio antifascismo di famiglia un tono quasi ecumenico. Si poteva dissentire su tutto, ma che il fascismo sia stato una montagna di merda non si discuteva.

Aggiungiamo, per terminare questa breve ricostruzione, che in tutti quelli di quella generazione che ho conosciuto vi è la coscienza, confusa ma ferma, che, una volta entrati nella II Guerra Mondiale, per quanto l’esito sia stato doloroso, a conti fatti perdere come abbiamo perso è stata una enorme botta di culo. Settant’anni di arrampicamenti revisionistici sui vetri non sono riusciti a tirare fuori uno straccio di argomento decente per convincermi che la scelta della guerra fosse inevitabile. E perdere per perdere, meglio con gli Americani che distribuiscono cioccolata e sigarette, e una generazione di antifascisti in grado di rimettere in piedi la baracca.

Anzi, forse meglio così in ogni caso. Mussolini poteva starne fuori, come Oliveira ‘O Vicho’ Salazar, e Francisco Franco. Sarebbe morto nel suo letto, ed una torma di ecclesiastici in pompa magna e di vecchi nostalgici in camicia nera l’avrebbero accompagnato all’ultimo riposo. Ma non mi sembra ugualmente che Franco e Salazar siano molto rimpianti, nei loro paesi.

Soprattutto, ci saremmo trascinati fino all’epoca della decolonizzazione un ipertrofico e costosissimo Impero piacentiniano e razzista; e Dio solo sa quante lacrime e quanto sangue ci sarebbe costata la nemesi dell’hybris mussoliniana.


Non ho mai avuto alcun interesse alle discussioni sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo”.

In primo luogo, perché questo significherebbe riaprire il processo al fascismo. Ma non è più tempo. Il processo al fascismo è già stato fatto, parecchi anni fa, e si è concluso con un giudizio che ormai è passato agli atti. Qualunque discorso sul fascismo non può prescindere da questo.

In secondo luogo, una discussione sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo” non ha senso, perché di fascismo ce n’è stato uno solo. Non due. Uno.

Io sono convinto che il fascismo abbia avuto una grande svolta, negli anni intorno al 1938, con le leggi razziali e l’alleanza giugulatoria con il nazismo. Dopo, il fascismo non è più stato quello di prima. Ma il fatto è che questa svolta è stata compiuta da tutto il fascismo. Non ho notizia di personalità importanti che abbiano manifestato opposizione a questa svolta – a parte qualche noticina nel segreto di un diario personale, qualche mugugno a mezza voce.

La fuga c’è stata nel ‘43, quando tutti si sono accorti (con un bel po’ di ritardo) che ormai la guerra era perduta. Ed era il caso di cominciare a pensare a salvare la pelle. Ma è stata una storia squallida: per quelli che hanno cercato di salvare la pelle, come per quelli che non avendo più l’opportunità di accoppare gli Abissini, ed essendo lontani dal posto in cui Tedeschi ed Inglesi continuavano ad accopparsi, tanto per non perdere l’abitudine hanno cominciato ad accoppare gli Italiani.

Ed anche per i tantissimi che hanno cominciato a tenere, come si dice, “un basso profilo”.

Ma ormai la storia non era più la loro storia. La storia era degli altri.


Chiuso senza ripensamenti il fascicolo processuale, possiamo ora studiare il fascismo semplicemente per capire come sono realmente andate le cose, senza doverci più preoccupare di dover portare argomenti all’accusa o alla difesa.

O per lo meno, così dovrebbe essere, perché mi rendo perfettamente conto che in realtà non si raggiungerà mai perfettamente una simile serenità   per lo meno, non nell’arco della mia generazione. Ma questa non è la mia preoccupazione.


“Capire come sono andate veramente le cose” significa però in primo luogo mettersi in testa che di cose ce ne sono state. E grosse.

Dire che “il fascismo era solo propaganda”, come dicevano i miei vecchi, è un modo per esorcizzare un passato imbarazzante, scrollarsi dalle spalle un peso troppo gravoso da portare. Come tutti i giudizi riduttivi, “italiano brava gente”, “una dittatura temperata dall’inosservanza della legge” ecc. Uno strano accidente della storia, che ha avuto conseguenze disastrose, ma che alla fine “non ci appartiene”.

Ridurre il fascismo ad una comica tragedia, ad una tragica farsa, ad una grande rappresentazione a cui tutti si adeguavano per quieto vivere, è una troppo comoda rimozione.


Capire come sono andate le cose significa in primo luogo capire qual era la logica interna di quel periodo. Capire cosa pensava la gente. Capire come vivevano quel periodo, che tipo di rappresentazione mentale si erano fatti di sé e del mondo in cui vivevano.

Questo implica in un certo senso cercare di condividere il loro punto di vista, per quanto questo punto di vista sembri lontano.

La cosa è molto difficile, perché noi sappiamo come è andata a finire. E quindi, capire cos’avevano in testa quelli che ancora non lo sapevano, richiede un forte sforzo di immaginazione. Per quanto possibile, dobbiamo anche noi dimenticarci che sappiamo come è andata a finire.

In questo momento mi sto occupando di un tizio (non ha molta importanza per ora chi sia questo tizio) che non ha mai saputo come è andata a finire. È andato in Africa a conquistare l’Impero, ed è morto prima che l’Impero fosse fondato. Pieno di belle speranze e di entusiasmo, in sella al suo muletto, respirando l’aria frizzante dell’Altopiano.

Devo dire che la sindrome di Stoccolma comincia mordere. Non riesco a non trovarlo simpatico.

È il personaggio ideale per capire la mentalità dell’epoca. Non è stato contaminato dalla conclusione. Una caritatevole sciabolata in pieno corpo gli ha risparmiato di vedersi crollare il mondo addosso, quando il Fondatore dell’Impero ha usato l’Impero come una fiche da giocare sul tavolo verde del grande Risiko. Non gli è toccato dover scegliere tra la fedeltà alla Patria e la fedeltà al Duce. Non gli è toccata soprattutto una vecchiaia squallida e rancorosa, condannato a rimuginare il passato, a spiegare l’inspiegabile, a difendere l’indifendibile.

Poiché lui non ha saputo come è andata a finire, è più facile per lo storico entrare nella finzione narrativa di non sapere come andrà a finire. Come entrare nel bosco con Cappuccetto Rosso e non sapere che il lupo ci mangerà.

10-16 aprile 2014