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Il fascismo e gli errori della sinistra

Una recensione di Galli della Loggia all’ultimo libro di Roberto Vivarelli, il terzo volume della Storia delle origini del fascismo, plaude ad un sano “revisionismo” nell’impterpretazione del fenomeno fascista.

L’idea centrale della sua ricostruzione […] è che in Italia, tra il 1919 e il 1922, si sia combattuta in realtà una vera e propria guerra civile «tra due opposte passioni politiche», incarnate dai socialisti da un lato e dai fascisti dall’altro: la passione della classe e quella della nazione. Tra la bandiera rossa e il tricolore.
In una simile prospettiva di guerra civile il punto chiave, come è evidente, è l’uscita del conflitto sociale dai binari della legalità; il problema del «chi ha cominciato». E qui una montagna schiacciante di prove vale a mettere sul banco degli accusati il Partito socialista.

Mi dispiace molto per l’illustre politologo, ma il “chi ha cominciato” come chiave di lettura della storia, è una cosa che fa ridere i polli – sempre ed in ogni caso, non solo nello stucchevole genere letterario del “visto da destra / visto da sinistra”.

Non sarò certo io quello che sottovaluta gli errori della sinistra.

La sinistra sa, o crede di sapere, che cosa vuole. Ma non sa come ottenerlo. La sinistra ha un testone pieno di idee, che la fanno barcollare sotto il peso dell’Utopia, e gambette gracili che non sanno bene dove andare. La storia della sinistra è un estenuante calvario tra compromissioni degradanti e impotenti estremismi, tra scissioni e accuse reciproce di tradimento. Io, che sono di sinistra ormai da quasi mezzo secolo, lo so benissimo.

Che l’ascesa del fascismo sia la conseguenza diretta del fallimento della rivoluzione rossa, non è certo una novità.

Ma ridurre il fascismo ad una semplice controrivoluzione conservatrice, significa sminuire l’importanza di quella che è sicuramente una delle grandi invenzioni del XX secolo.

Il fascismo vince la sua battaglia in seguito agli errori della sinistra, ma non è figlio degli errori della sinistra. Il fascismo ha alle spalle una lunga storia, che dobbiamo far iniziare almeno almeno alla vigilia della Grande Guerra, quando per la prima volta dietro le bandiere tricolori dell’Intervento si crea un blocco culturale, politico, ideologico e sociale capace di forzare la mano ad una larghissima maggioranza parlamentare contraria alla guerra: lo stesso blocco che sarà poi la base del fascismo. Ed è un blocco che ha come bersaglio non tanto il socialismo, ma lo stato liberale. La vecchia Fabbrica delle Chiacchiere, a cui si oppone la nuova Giovinezza dei Popoli.

Ed ancora più indietro, dobbiamo risalire a quel torbido modo che, negli ultimi decenni del XIX secolo, si agita in tutta Europa, all’ombra dell’ottimismo, del primo edonismo moderno e della fede nel Progresso.

L’età moderna si caratterizza da una parte come sviluppo delle nuove forze produttive, dall’altra come progressiva estensione dei principi di libertà individuale, di riconoscimento dei diritti del cittadino e del lavoratore, di tolleranza, di emancipazione dalla fame e dall’ignoranza. Nella seconda metà dell’800 sembra ovvio che insieme con il vecchio modo di vita debbano tramontare anche i vecchi sistemi politici, che il futuro sia del Parlamenti e dei grandi giornali, delle libere elezioni e della lotta all’analfabetismo, della circolazione delle idee e della critica dei vecchi sistemi dogmatici, del laicismo e della tolleranza; che i sistemi politici basati sul principio autoritario debbano essere sostituiti da nuovi, basati sull’equilibrio dei poteri.

C’è anche, in tutta Europa, lungo il corso di quasi un secolo, una forte opposizione a quest’evoluzione; si oppone la Chiesa Cattolica; si oppongono movimenti dell’estremismo piccolo-borghese che, proclamando il rifiuto dei principi dell’89, ad un certo punto trovano la bandiera unificante nell’antisemitismo; si oppone la cultura alla moda, antipopolare e antimoderna più per snobismo che per chiara scelta ideologica; si oppongono anche tendenze rivoluzionarie alla ricerca di una rigenerazione millenaristica del mondo. Ma queste forze rimangono in sordina, non trovano una base sociale maggioritaria. Molti affettano disgusto per la volgarità del mondo moderno; ma ben pochi sono disposti a rinunciare ai suoi vantaggi, in nome di Giovanna d’Arco o del potere temporale dei Papi.

La crisi traumatica, lo sappiamo bene, si ha con la Grande Guerra. Ed è Mussolini che trae dal Futurismo la chiave di lettura delle sue implicazioni politiche. Combattere la modernità in nome della conservazione, è una battaglia perdente. Si può combattere la modernità solo in nome della modernità. La modernità tecnologica può essere usata contro la modernità politica. La macchina è inscindibilmente legata alla società di massa; ma nella società di massa non è detto che l’individuo trovi sempre la sua liberazione; al contrario, può venire assorbito all’interno di una nuova struttura organica. Questo è il messaggio della nuova politica; una volta lanciato, saranno i conservatori a seguirlo, non il contrario.

Montati sui camion, con indosso una caricatura di divisa militare, gli squadristi si lanciano cantando contro il vecchio mondo in nome di una rivoluzione autoritaria e modernista; proclamano la supremazia dell’Azione sulla Mediazione, aspirano a costruire una società basata sulla Forza invece che sulla Parola. I tragici errori della sinistra danno all’uso allegro e disinvolto del manganello una giustificazione ed un seguito che i vecchi antidreyfusardi avevano cercato invano. Il cinico opportunismo di Mussolini ha facilmente ragione delle senili incertezze dello Stato liberale, ed il potere casca come una pera nelle mani del Fascio.

Il messaggio, una volta lanciato, ottiene subito grande risonanza internazionale. Era quello che tre generazioni di reazionari avevano cercato invano, e che finalmente si presentava di fronte ai loro occhi. “Parve il rammentarsi comune d’un concerto preso, piuttosto che l’accettazione d’una proposta”.

Il ventennio che segue alla I Guerra Mondiale è segnato dal pullulare in tutta Europa di movimenti di ispirazione fascista, ognuno con una sua caratterizzazione nazionale; in alcuni paesi vanno al potere, nella maggior parte degli altri sono un pesante elemento di condizionamento. Fino alla II Guerra Mondiale, che segnò la fine di tutto – che per poco non fu la fine del mondo intero.

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