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Il mercato del lavoro for dummies

La teoria oggi di moda riguardo al mercato del lavoro ha il fascino delle cose semplici. Se c’è disoccupazione, stagnazione, allora bisogna ridurre i salari, ridurre le garanzie dei lavoratori, ridurre la rigidità dell’occupazione. Gli operai pur di lavorare saranno disposti ad accettare condizioni di lavoro meno favorevoli, almeno nell’immediato. Gli imprenditori vedranno in ciò maggiori garanzie per i loro investimenti, fabbriche più governabili, lavoratori più “produttivi”, e faranno maggiori investimenti. Più investimenti, più occupazione; più occupazione, più salario; più salario, più consumi, e quindi più investimenti ecc.; quindi, in breve tempo, anche le condizioni di vita degli operai miglioreranno notevolmente.

Semplice, no?

Questa teoria ha il fascino e l’automatismo di un’altra, il keynesismo for dummies.

Se l’economia ristagna, allora è compito dello Stato rilanciare la domanda, aumentando la spesa pubblica. Certo, questo all’inizio comporterà un aumento del deficit del bilancio dello Stato, che non è mai una bella cosa. Ma se aumenta la spesa pubblica, aumenterà la domanda globale; le industrie aumenteranno la produzione, investimenti, occupazione; cresceranno anche i profitti, e quindi inevitabilmente il gettito fiscale. Il deficit del bilancio sarà colmato in pochi anni, e tutta la società sarà rivitalizzata.

Semplice anche questo!

Già che siamo in giornata di semplificazioni, vediamo un’altra teoria semplicissima, la prima versione del tremontismo – no, non il tremontismo “for dummies”, perché in questo caso la dumminess è alla fonte.

Allora, Giulio Tremonti, uno che cento ne dice e nessuna ne pensa, nella campagna elettorale del 1994 ripeteva trionfante e persuasivo: Fino ad ora si è detto: prima bisogna ripianare il deficit dello Stato, poi si potranno diminuire le tasse. Ma che prima e che dopo! La prima cosa da fare è ridurre le tasse. Se l’imprenditore deve pagare meno tasse, non avrà tanta paura a fare investimenti, avrà maggiori risorse per tentare nuove imprese, assumere nuovo personale ecc. Quindi (ormai l’avrete capito) ecco l’economia che “gira” come una trottola, schizzando benessere su tutta la società, ed anche il bilancio dello Stato, alla fine, ammetterà di averci guadagnato.


Cos’hanno in comune queste tre teorie? La fiducia assoluta che un impulso iniziale, una volta dato l’avvio ad una macchina meravigliosa che va sotto il nome di “moltiplicatore”, metterà in moto una valanga inarrestabile, un automatismo prodigioso che risolverà tutti i nostri problemi.

Ma queste teorie hanno anche un altro punto in comune: che una volta messe alla prova, non funzionano sempre. Spesso funzionano, ma non sempre. Anzi, a voler essere pignoli, sono forse più le volte che non funzionano che le volte che funzionano.

Andando in ordine inverso, il tremontismo for dummies – almeno in Italia – è stato cassato all’origine proprio da Temonti e dagli altri ministri della sua parte politica, che una volta al governo si sono ben guardati dal ridurre le tasse – a parte qualche regalino ai propri orticelli elettorali.

Anche il keynesismo for dummies ha avuto una clamorosa smentita proprio in Italia, dove una lunghissima epoca di spesa pubblica “allegra” o “creativa” che dir si voglia ha lasciato un debito pubblico avvilente, mentre una dopo l’altra le grandi imprese si riducevano ad ammassi di ferraglia.

Quanto la mercato del lavoro for dummies, be’, ce l’abbiamo sotto gli occhi. Prima piano piano, in modo quasi impercettibile, poi più decisamente, infine con la forza di una frana appenninica, salari, condizioni di lavoro, tutele sindacali, occupazione, nel giro di un buon quarto di secolo hanno visto un’erosione, una deprivazione, un degrado, un crollo che è sotto gli occhi di tutti. La forza propulsiva di questo mercato, tutto favorevole agli imprenditori, non s’è vista. Ormai quando qualcuno dice che in Italia l’economia “non gira” perché i salari sono troppo alti ecc. farebbe ridere, se non ci fosse da piangere.


Mettiamoci il cuore in pace: nei sistemi complessi (e l’economia di una Paese è un sistema complessissimo) non c’è un solo “moltiplicatore” che può spiegare tutto. Anzi, affidarsi ad un solo meccanismo semplice in una situazione complessa molto spesso porta a conseguenze rovinose.

Spiegare i sistemi complessi in base ad unico principio semplice è l’essenza dell’ideologia; tentare di applicare quest’ideologia – contro ogni evidenza dei fatti – per “governare” i sistemi complessi è l’essenza dell’utopia.

Poiché nessuno rinuncia volentieri alle proprie illusioni, chi segue un’utopia (anche l’utopia delle mercato del lavoro for dummies) dirà che la cosa non funziona non perché non funziona, ma perché i salari non sono ancora abbastanza bassi, le tutele non sono ancora abbastanza destrutturate, la flessibilità non è ancora abbastanza flessibile. Di fronte al fallimento delle utopie, gli utopisti diranno sempre: più utopia!

Poi tocca ai non utopisti raccogliere i cocci.


Allora, una non-utopia del mercato del lavoro per non-dummies, su che cosa potrebbe basarsi? Per non fare la figura del pirla, e smentire tutto quello che ho detto finora, vi dico subito che non ho la soluzione in tasca. Ho solo qualche osservazione.

Primo, che la teoria del mercato del lavoro per dummies ha il grosso difetto di essere una teoria puramente quantitativa (quanto lavoro, e quanto costa), mentre oggi il problema drammatico sembra essere quello della qualità del lavoro. “Produttività” del lavoro (mi sembra di averlo già detto in un => recente articolo) non significa raccogliere dodici cassette di pomodori invece che dieci nello stesso tempo. Produttività del lavoro significa tutto quello che dà valore al prodotto oltre al lavoro bruto. Produttività del lavoro significa formazione, istruzione, investimenti, tecnologia, ecc. cioè tutto quello che da vent’anni non facciamo altro che sperperare. Produttività del lavoro significa, checché ne dicano i dummies di tutto il mondo, lavoro meglio retribuito.

Secondo, che tutti i moltiplicatori delle teorie elencate sopra, per vari motivi, di tipo economico e politico, non hanno funzionato tra l’altro perché hanno moltiplicato non gli investimenti, ma i redditi di una minoranza che ha accumulato enormi risorse trasformandole in inespugnabili rendite di posizione. Agevolazioni fiscali, spesa pubblica, bassi salari, hanno permesso ad un’oligarchia politico-finanziaria di trasformare enormi risorse in puro potere, e non in investimenti produttivi.

Terzo, che i sistemi politici oggi dominanti del mondo agiscono prevalentemente nella direzione di tutelare gli interessi di quell’oligarchia; e che in un mondo dominato dalle rendite di posizione questo spesso significa vedere il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori come un pericolo, non come un beneficio sociale, neanche come una possibilità di investimento.

Insomma, se c’è una morale in tutto questo, è che non ci sono ricette bell’e pronte per il mercato del lavoro dell’avvenire, che in un sistema complesso bisogna intervenire con un accorto dosaggio di tutte le strategie disponibili, e che in fondo quello che manca veramente nel mondo occidentale – e in Italia in particolare – è qualcosa che non saprei definire altrimenti che come una maggiore dose di democrazia economico-sociale.

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