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Attualità politica

Considerazioni finali sulle elezioni del 27 e 28 marzo

1. Grillo

Inutile stare a piangere su Grillo.

In ogni elezione, da trent’anni a questa parte, c’è stata una certa dose di… possiamo chiamarlo “qualunquismo di sinistra”? Insomma, quella roba che “tanto sono tutti uguali”, “fanno tutti schifo allo stesso modo”.

C’è stata quasi sempre una qualche lista che è “contro tutti”, “contro i professionisti della politica” ecc. Una volta è stata una qualche lista di sinistra estrema, un’altra volta i radicali, oggi è stato Grillo, la prossima volta vedrete che sarà qualcun altro. È un dato costante, non possiamo cambiarlo ed è inutile rovinarsi il fegato.


2. Chi ha vinto?

Ormai l’elettorato ragiona in termini bipolari. Non c’è più spazio per il proporzionalismo. Prima si decide se votare di qua o di là, poi, all’interno di uno dei due schieramenti, si decide quale lista votare. Non si può ragionare per somme algebriche delle singole liste. Andare a fare chissà quale ragionamento sugli spostamenti all’interno delle coalizioni è ozioso.

Per questo Berlusconi ha ragione di essere contento. Lo schieramento di destra ha vinto, e lui è lo schieramento di destra. Berlusconi non è il PDL. Berlusconi è Berlusconi, cioè una bizzarra chimera che tiene insieme scissionisti e ultranazionalisti, liberisti e statalisti, ultracattolici ed ex radicali, ultramoderati ed eversori. La nomenclatura delle liste non ha per lui la minima importanza – per ora. Ce l’avrà per i suoi successori, quando gli alleati oggi tenuti insieme a forza si prenderanno a sprangate.

Casini invece si trova col culo per terra. Il suo progetto è fallito: non perché ha avuto l’un per cento in più o in meno, ma perché l’idea di rappresentare un Centro che fa da ago della bilancia non ha funzionato. Mi dispiace per lui, ma si deve mettere in testa che oggi, in Italia, il Centro non esiste.


3. Il territorio

Il dato più importante delle ultime elezioni è il dato territoriale (lascio perdere qui Campania e Calabria, dove temo che il voto sia fortemente influenzato da altri fattori). Non nord e sud, non questa o quella regione. Berlusconi ha adottato la strategia di Mao Tse Tung: le campagne che accerchiano le città.

In Piemonte la Bresso ha stravinto in provincia di Torino, ha straperso in tutte le altre.

Nel Lazio ha vinto la Polverini, ma nella circoscrizione di Roma la Bonino ha fatto il 51%, a Roma città (la città del Papa!) ha fatto il 54%.

(Prima di sputare addosso alla radicale abortista e bestemmiatrice, ricordiamoci sempre che alle ultime comunali quel picio di Rutelli era riuscito a far vincere Alemanno in una città che alle politiche e alle provinciali aveva votato per il centrosinistra.)

Il Lombardia Formigoni ha stravinto, ma a Milano è solo un pelino sopra il 50%.

Il Veneto va trinfalmente alla Lega, ma Venezia (che non è solo la città delle gondole, ma comprende il grande complesso industriale di Mestre) ha di nuovo un sindaco di centrosinistra.

Anche in Puglia Vendola ha vinto a Bari e Taranto col 51%, a scalare nelle città minori.

Perfino nella provincia dell’Aquila, dove ha vinto la destra, nelle quattro circoscrizioni dell’Aquila città la Pezzopane (PD) è andata tra il 53 e il 57%

Insomma, Berlusconi è riuscito a vincere usando l’arma della divisione. E la divisione territoriale non è che l’aspetto elettorale della divisione sociale. È riuscito a convincere le diverse categorie sociali che potranno scaricare il peso della crisi su qualcun altro. Ha detto ai lavoratori autonomi che la crisi la pagheranno i lavoratori dipendenti (i “fannulloni”). Ha detto ai lavoratori dipendenti che la crisi la pagheranno gli immigrati. Ha detto ai marsicani che il terremoto lo pagheranno gli aquilani. Agli immigrati non ha detto niente perché non votano. Ma il giorno che dovessero votare, vedrete che riuscirà a vendere qualcosa anche a loro.

La strategia ha funzionato nei centri minori, dove di immigrati ce ne sono pochi, ed gli operai sono divisi in tante minuscole aziende, senza nessun tipo di coesione sociale. Non ha funzionato nei grandi centri, dove l’immigrazione è più forte, ma meglio metabolizzata, e dove il peso della crisi sui ceti più deboli è più visibile – non più forte: più visibile.

Ma alla fine, tirando le somme, la strategia ha funzionato.

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