Una crisi dal volto umano

Alla fine, dopo mesi a parlare di “temi”, “programmi”, “cose”, “contratti”, la crisi è scoppiata sul “tema” più classico: un nome. Un nome sconosciuto ai più, che tornerà presto nell’oblio, perché in realtà la questione dei nomi era un’altra, riguardava due nomi ben diversi.
È da un po’ che si era capito che l’unico governo uscito dalle urne sarebbe stata un’alleanza Lega – 5Stelle: Ma contemporaneamente, s’era capito che quest’alleanza non si poteva fare, con due leader che proclamavano ai quattro venti “il vincitore sono io”.
“Le società van bene dispari, dicevano i vecchi, e tre sono troppi”.
Il problema più antico del mondo. Due galli in un pollaio.
Alla fine era sembrato che la soluzione fosse quella di rimandare la questione, mettere un qualunque Signor Nessuno a occupare la poltrona di Premier, nell’attesa che l’uno, o l’altro, decidesse che era giunto il momento della resa dei conti.
In questi casi, la vittoria è sempre di chi sa scegliere il momento giusto. Salvini non ha atteso che si facesse il governo. A lui non interessava fare un governo, in cui si sarebbe trovato in minoranza, senza la sponda del resto del centro-destra, a subire l’iniziativa dell’ultimo arrivato che dispensa sorrisi e “scrive la storia”.
Forse per istinto, forse per calcolo, forse per un’imbeccata venuta da fuori, ha trovato più conveniente rompere subito, sul nome di un oscuro professore di 82 anni; e su quel nome scatenare la rabbia anti-sistema della base leghista, di quel ventre rabbioso della destra italiana che non ha mai accettato le istituzioni della Repubblica e le lungaggini di un sistema di garanzie.
Di Maio ora si trova a subire l’iniziativa dell’“alleato”, deve seguirlo in una grottesca “marcia su Roma”, deve gridare più forte che può per attirare su di sé l’attenzione, deve buttarsi avanti per garantirsi una photo opportunity in prima fila.

La sovranità popolare

Nessuno ha votato Paolo Savona.
Nessuno ha votato Giuseppe Conte.
Nessuno ha votato per avere un governo basato su una coalizione Lega – 5Stelle.
Chi ha votato 5Stelle ha votato per avere un governo “senza inciuci” guidato da Luigi Di Maio.
Chi ha votato Lega ha votato per avere un governo della coalizione di centro-destra guidato da Matteo Salvini.

Quello che è successo dopo il 4 marzo non ha niente a che vedere con i progetti e i programmi che si sono discussi prima delle elezioni.
Ma in democrazia è così. Si fanno previsioni, si fanno promesse, si vota, poi vediamo come sono andate le cose, e cerchiamo di regolarci. Possono essere scenari molto diversi da quelli previsti ed augurati, ma si fa la tela con il filo che s’ha. Con calma, e senza farsi il sangue cattivo.

Dopo quasi tre mesi di bizzarro teatrino, alla fine è nata un’alleanza Salvini – Di Maio, in cui l’unica cosa su cui i due sono d’accordo è che Salvini non si fida di Di Maio, e Di Maio non si fida di Salvini. Tant’è vero che si è proposto un premier “terzo”, un Signor Nessuno, noto solo in ristretti ambienti finanziari ed accademici, per fare da burattino, dietro lo schermo di un “contratto” dove c’è tutto e il contrario di tutto, in attesa che i due leader decidano che è arrivato il momento della resa dei conti.

Adesso crolla tutto sul nome di un professore di 82 anni, un Signor Nessuno noto solo in ristretti ambienti accademici e finanziari, una “pietra d’inciampo” che doveva rappresentare una prova di forza, per vedere fino a che punto si poteva tirare la corda.

Signor Salvini e signor Di Maio, adesso mettetevi calmi e cercate di trovare la quadra, se no avvalorate il sospetto che tutto questo sia successo solo perché non vedevate l’ora di tornare a fare campagna elettorale.

L’uomo invisibile dal nome indicibile

Quando si fa un governo, la prima cosa da fare è scegliere il Presidente del Consiglio.

Non è possibile discutere del “programma” se non c’è chi poi dovrà attuarlo, definendo le priorità: prima tagliare le tasse ai ricchi, come vuole Salvini, oppure dare un reddito ai poveri, come vuole Di Maio. Perché fare le due cose insieme non è possibile, e chi lo dice o è un fesso o è un imbroglione.

Quanto al programma, è ridicolo mettere insieme una serie di “punti” (venti e più) come se fosse un menu tassativo; si definisce un orientamento generale, che poi dovrà essere adattato volta per volta alle mutevoli circostanze della politica interna e internazionale – ed è questa la prima responsabilità del Presidente del Consiglio. Pensare di poter prevedere un progetto tassativo di qui a cinque anni, ed attuarlo paro paro, senza modifiche, lo può credere o un dilettante, o un ciarlatano. Perfino nei migliori ristoranti, c’è il solito menu, ma poi ti suggeriscono di prendere il “piatto del giorno”. E se il cuoco è bravo, questa è di solito la scelta migliore.

Insomma, questa discussione ridicola (“prima i “punti”, poi il “nome”) fa sospettare due cose:

  1. o non sanno che pesci pigliare, e tirano a menare il can per l’aia, sperando che chissà, succeda qualcosa di nuovo per sbloccare la situazione;
  2. oppure almeno uno dei due ha già in mente quel benedetto “nome”, ma sta aspettando il momento opportuno per imporlo all’altro, il quale sarà ormai così compromesso nella trattativa da non potersi tirare più indietro.

Ma la cosa che proprio non funziona è avere un Presidente del Consiglio che sia un burattino (un “dipendente”, secondo lo strampalato vocabolario dei 5*), che si muove un po’ di qua, un po’ di là, tirato per i capelli dai due capetti.

In somma, i casi sono due: o ci prendono spudoratamente in giro, o sono dei perfetti incapaci.

O una mescolanza, a vostro piacere, di entrambi i casi.

Nella foto: L’uomo invisibile, 1933.

Seguito a “risposta dovuta”

Poiché la → discussione in proposito del libro di Tino Vittorio è proseguita un pezzetto, con l’intervento di un nuovo interlocutore, per completezza ne riporto alcuni momenti. Preciso che non mi sento minimamente autorizzato a interpretare il pensiero del mio interlocutore, che quindi indico con le sole iniziali, e di cui riporto alcune frasi solo come collegamento alle mie risposte. Qui mi limito ad aggiungere alcune mie riflessioni per completare il mio pensiero, che comunque, per una piena comprensione, richiederebbe la lettura dell’opera di Tino Vittorio.

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