I senatori con la valigia


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La faccenda del nuovo Senato, che è veramente il pons asinorm della Riforma, non regge assolutamente sotto tutti i punti di vista.

In nome dell’“efficienza” e della “velocità”, l’articolo 70 è stato infarcito di termini perentori: “entro dieci giorni…” “entro quindici giorni…”

Ammesso che questi termini siano giustificati, presup­pongono un Senato di falchi con gli occhi acutissimi pronti a gettarsi alla preda, come i Minutemen della Rivoluzione Americana. Ma 74 consiglieri regionali più 21 sindaci, che dovrebbero occuparsi di tutt’altro, e lavorano da tutt’altra parte, ve li vedete? Entro 10 giorni devono decidere di riunirsi (chi li convoca? Il Presidente del Senato. Consigliere o sindaco pure lui?); lasciano a mezzo tutto quello che stanno facendo (immagino che qualche volta gli capiti anche di occuparsi di cose urgenti e importati, mica li han messi lì a scaldare la sedia); preparano la valigia; prenotano l’aereo o il treno; partono dal monte e dal piano per raggiungere la grande Babilonia; si sistemano in albergo; vanno in Senato e… “su, fammi vedere l’ordine del giorno…”

Ma gliela vogliamo lasciare una settimana di tempo per mettersi in ordine e cominciare a discutere con un minimo di cognizione di causa?

No. Paf, tempo scaduto. Grazie per aver giocato con noi.

Insomma, una totale dissennatezza.


E questa totale dissennatezza è stata messa in piedi per un banale fine propagandistico.

Anche mantenendo il sistema dell’elezione indiretta, bastava dire che i Consigli Regionali eleggono dei Senatori che fanno solo i Senatori. Non sindaci o consiglieri regionali. Senatori.

Ma bisognava pagarli.

Allora, solo per poter dire che su 3 milioni di dipendenti pubblici ce ne sono 100 che lavorano gratis – solo per quest’unico meschinissimo scopo propagandistico, si è messo in piedi un marchingegno complicatissimo che non potrà mai funzionare.

Trump e il 99%

Quando arrivarono le notizie del movimento “Occupy Wall Street”, trovai subito una nota stonata. A parte l’intollerabile maschera del terrorista cattolico (anche lui un “anti-establishment”, perché no!), lo slogan “We are the 99%” mi sembrò fin dall’inizio il suono di una campana a morte.

Dietro questo slogan c’è l’idea che la società sia formata, appunto, da un 99% di “gente comune” e un 1% di “establishment”.

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Il populismo non è solo una prassi politica, è anche una visione del mondo che qualche volta si sforza di essere metodo di analisi.

Da un punto di vista banalmente statistico, è vero che tra i redditi del 99% e quelli dell’1% c’è un abisso. Ma non si fanno le rivoluzioni con le statistiche.

Tutte le società sono strutture molto complesse, a maggior ragione le società contemporanee. La tendenza anglosassone a trovare dati numerici per ogni genere di fenomeni, spinge a ridurre la complessità a semplici valori di reddito; e la teoria del 99% è il massimo della semplificazione. Ma non è una descrizione sensata del funzionamento della società.

Fra i manifestanti c’erano sicuramente molte persone che avevano un buon livello di istruzione, quindi avevano accesso ad un’infinità di analisi economiche, sociologiche ecc. che descrivono la società moderna (non tutte buone analisi, s’intende). Gettare via tutto questo patrimonio di conoscenza possibile in nome di un numero, 99, significa essere spinti dall’emotività all’ideologia, e dall’ideologia all’analfabetismo funzionale.


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È chiaro che c’è un establishment. È chiaro che chi si candida alla Presidenza degli Stati Uniti fa parte dell’establishment; non è sicuramente uno del 99%, non è sicuramente uno che manifestava proclamandosi parte di quel 99%. La Clinton fa parte dell’establishment, questo è un volgare truismo. Ne fa parte ovviamente anche Trump – ne fa parte dalla nascita, a dire il vero, molto di più della Clinton. Semplicemente i due occupano regioni diverse dell’establishment.

Dire che la Clinton e Trump fanno parte dell’establishment, non ci serve a niente se vogliamo capire come funziona l’establishment.

Bocciare la Clinton perché fa parte dell’establishment, e quindi non può rappresentare il 99%, è come bocciarla perché ha 69 anni e quindi non rappresenta i “giovani”. Niente da fare, è una cazzata.

Forse la Clinton non avrebbe risolto i problemi del 99%. Forse è effettivamente troppo legata a quella parte dell’establishment finanziario-politico-industriale-militare che è responsabile della sofferenza del 99%. Ma non puoi fare una scelta che magari può anche essere giusta, per motivazioni stupide, senza capire di cosa stai parlando. Perché alla fine ti troverai a votare per un uomo che ha 70 anni ed appartiene a quella categoria di miliardari evasori che sono ancora più responsabili delle tue sofferenze – e che non esisterebbe se non ci fosse quell’altra metà.

Ma così è fatto il populismo. Dall’ideologia, conseguono le scelte.

Le rivoluzioni vere, non quelle per finta, devono partire da una comprensione sensata della società. Capire per cambiare. Se non capisci, non cambi. È inutile denunciare l’establishment se non capisci come funziona, quali sono i legami funzionali tra l’1% e il 99%. Anzi, non capirai niente finché non ti togli dalla testa questi due numeri del cazzo.

Puoi agitare i forconi, metterti la maschera del bombarolo papista e hackerare i computer delle multinazionali, oppure il passamontagna e sfasciare vetrine; tutto quello che fai non servirà ad altro che a perpetuare quel sistema che non cambi perché non capisci.