Dobbiamo difendere la millenaria civiltà romana e cristiana

Partiamo pure dalla civiltà cristiana, anche se io non sono un cristiano.

Un punto fermo del cristianesimo, da sempre, per lo meno da San Paolo, è l’idea dell’unità del genere umano. L’idea stessa di “razza” è estranea al cristianesimo; vi sono sì diversi popoli, diverse culture, ma l’unico modo per affrontare il tema della diversità è riconoscere che le cose che abbiamo in comune sono più e più importanti di quelle che ci dividono.

Non mi credete? Allora andate a leggere un po’ di encicliche papali, a partire dalla Maximum Illud di Benedetto XV.

Parliamo adesso della civiltà romana, anche se non sono un romano, ma un torinese – ma anche Torino è una città romana, con le sue vie ad angolo retto, le due porte, una a nord e una ad est, i suoi licei classici e le sue grandi piazze d’armi.

I Romani hanno avuto tutti i difetti di questo mondo, tranne uno: non sono mai stati razzisti. L’Impero Romano è stata la più grande realtà multietnica e multiculturale della storia. E questa è stata la sua grande forza.

Lo strumento principale dell’espansione della civiltà romana è stata l’estensione sistematica della cittadinanza agli stranieri. La cittadinanza romana non veniva concessa per motivi di solidarietà e uguaglianza, concetti completamente estranei alla cultura romana (neanche il più balengo dei leghisti riuscirebbe a dare l’appellativo di “buonista” all’Impero Romano), ma era concepita proprio come mezzo per il rafforzamento dello Stato.

Fin quando l’Impero Romano ha accolto nuove popolazioni nei suoi confini, ed ha trasformato gli stranieri in cittadini, è stato forte.

Ad un certo punto, ha cominciato a dire, ai Goti e ad altre popolazioni nordiche, “potete venire, ma non siete cittadini romani, rimanete stranieri in terra romana”. Tempo cinquant’anni, e l’Impero Romano non esisteva più.

Se i fasci non sono d’accordo, possono andarsene in Gotland, e rimanerci.