Il keynesismo for dummies, e i cinque primati dell’economia italiana

1. Da decenni circola nel nostro paese una pseudo dottrina economica che potremmo chiamare “keynesismo for dummies”.

Secondo questa dottrina, qualunque spesa pubblica, alimentata dal deficit di bilancio, “sono comunque soldi che girano”, e che “fanno girare l’economia”.

È una dottrina che ha il grande fascino della semplicità.

Di questa dottrina esistono due versioni: una di destra, ed una di sinistra, altrettanto diffuse, e sostenute dai loro seguaci con pari energia.

È appena il caso di dire che John Maynard Keynes non si è mai sognato di dire una simile frescaccia. La teoria di Keynes è sintetizzata in una formula matematica, che si chiama “moltiplicatore”, e che si fonda su alcuni concetti non del tutto immediati, come la “propensione al consumo”, la “propensione al risparmio” ecc.

È inutile che ora mi metta a spiegare questa formula, perché “tanto la gente non capisce”.

Mi limiterò ad alcune riflessioni molto pratiche sulla versione “for dummies” del keynesismo.


2. Il keynesismo for dummies ha una cosa in comune con le grandi teorie macroeconomiche (parlo di teorie economiche vere, tra cui anche il keynesismo non for dummies). Le teorie macroeconomiche parlano di grandissimi aggregati, per esempio la spesa pubblica, il prelievo fiscale, la domanda ecc., e quindi devono essere prese con grandi cautele, perché è sempre in agguato il pericolo di sommare banane con carciofi e fare le statistiche di Trilussa. Il keynesismo for dummies, come il vero keynesismo, si basa su una grandissima semplificazione, per cui tutti i soldi spesi dallo Stato vanno a finire nelle tasche dei cittadini, i quali decidono in modo abbastanza omogeneo di spenderne una percentuale più o meno grande per soddisfare i loro bisogni, e questi sono appunto i “soldi che girano”.

Quando si applicano modelli così generali a situazioni concrete, bisogna sempre vedere se questo tipo di semplificazione porta a risultati conseguenti.

Se voglio studiare i movimenti di un’automobile che corre su una strada, può essere utile, almeno in certi casi, considerare tutta la massa del veicolo concentrata nel suo baricentro, ed applicare a questo le leggi del moto inerziale ecc.

Se applico lo stesso tipo di modello ad uno sciame di api impazzite, difficilmente ottengo un risultato utile.


3. L’Italia un pochino assomiglia ad uno sciame di api impazzite. Ma soprattutto è un colabrodo. Fra tutti i paesi industrializzati, l’Italia ha una lunga serie di primati. Cominciamo con tre:

  • 1. il più elevato debito pubblico;
  • 2. la più alta evasione fiscale;
  • 3. la più forte corruzione.

Il debito pubblico non è, come credono i k-dummies, una fissazione da ragionieri. Debito pubblico significa pagamento degli interessi sul debito, un flusso costante di denaro che esce dalle casse dello Stato (e quindi dalle tasche dei contribuenti) e va verso i detentori dei titoli – che per oltre la metà sono collocati all’estero.

Evasione fiscale e corruzione sono fenomeni di massa – lasciamo perdere il piagnisteo populista dei “grandi evasori” che giustificherebbero l’esistenza dei “piccoli”. Si tratta, come e più del pagamento degli interessi sul debito, di un enorme flusso di ricchezza finanziaria a cui non corrisponde la creazione di ricchezza reale. Che siano flussi legali (interessi) o illegali (evasione e corruzione), dal punto di vista economico sono ugualmente situazioni di “rendita”: concetto che forse appartiene a teorie economiche un po’ vecchiotte, ma che descrive abbastanza bene la situazione.

Insomma, tutti quei soldi che “girano” e che dovrebbero “far girare l’economia”, a forza di girare prima o poi vanno a finire nei tre pozzi senza fondo degli interessi sul debito, dell’evasione fiscale e della corruzione. Una piccola parte tornerà forse a girare, ma sappiamo tutti che il grosso sarà perduto per sempre.

Da un’intera generazione assistiamo al mistero di un’economia in cui lo Stato spende, ma chissà perché (dicevano i commentatori televisivi di una volta) “il cavallo non beve”. Girano i soldi, ma l’economia non gira. Il deficit riversa sull’economia un torrente di soldi, ma un torrente ben più grosso ne esce, muovendosi in senso ostinato e contrario verso cavità carsiche insondabili. E più è abbondante la corrente in entrata, più è forte il flusso in uscita. Cosa che i k-dummies – e anche parecchi keynesisti non dummies – non riescono a spiegarsi. Perché se si parla solo di grandi aggregati – soldi spesi dallo Stato – e non si va a guarda in modo un po’ più analitico dove vanno a finire i singoli flussi di denaro, le grandi generalizzazioni, anche le formule matematiche si perdono nelle cavità carsiche.


4. Avevo parlato di primati italiani. Vediamone altri due:

  • 4. il più forte consumo di suolo;
  • 5. i più bassi salari.

Forse è meno intuitivo capire la relazione fra questi primati e gli altri tre, e soprattutto con il keynesismo – for dummies o non for dummies che sia.

Ma spero che sia chiaro a tutti che anche questi due appartengono ad un sistema Italia che da una generazione intera ha deciso di attuare strategie al ribasso.

Consumo di suolo vuol dire, nella specificità italiana, una intensissima attività edilizia, con tecnologie grezze, e scarsa attenzione all’effettiva domanda del mercato. L’Italia è il paese delle palazzine incompiute, degli scheletri di cemento, dei cartelli VENDESI che intristiscono fra le erbacce, dei capannoni industriali che per decenni non hanno mai ospitato industrie. È così da parecchio prima dell’ultima crisi, ma in questi ultimi anni il fenomeno si è accentuato, sia per l’inevitabile sopraggiungere di una crisi di sovrapproduzione, sia per il prevalere di motivazioni speculative rispetto a quelle produttive. La trasformazione di un terreno agricolo in edificato viene considerata di per sé un guadagno; una costruzione anche invenduta o addirittura incompiuta viene considerata una riserva sicura di valore; alcuni sperano che un capannone industriale inutilizzato possa essere dato in garanzia per ottenere un finanziamento. Un’infinità di piccoli investitori, disorientati per le oscillazioni dell’economia, e scarsamente informati, tengono alta una domanda di tipo speculativo, soprattutto quando si tratta di trovare una collocazione a capitali di origine dubbia. Vi possono essere oscillazioni congiunturali a questo fenomeno, come oggi, ma il quadro sostanzialmente non cambia.

D’altra parte, l’edilizia è l’attività in cui maggiormente si manifestano fenomeni di lavoro nero e di evasione fiscale e contributiva, creando con gli altri settori dell’economia sommersa un circolo chiuso che è molto difficile rompere.

I bassi salari non sono, o lo sono solo in parte, conseguenza della crisi delle industrie, e della concorrenza dei lavoratori stranieri. Le cause principali sono la progressiva svalutazione delle competenze, il migrare delle attività verso impieghi a bassa tecnologia (di nuovo: l’edilizia in primo luogo), la mancanza di progettualità e di innovazione e quindi lo scarso incentivo ad assumere personale capace ed a valorizzare l’esperienza. Si crea un esercito industriale di riserva per tenere bassi i salari; ma l’abbassamento dei salari, oltre un certo limite, porta ad un degrado della qualità del lavoro. Mi chiedo come facciano, certe aziende, a mantenere un minimo standard di qualità, con la continua rotazione di personale avventizio. Ma se non c’è la qualità, si rimedia abbassando i prezzi, e quindi i salari, e licenziando. Alla fine l’azienda, spolpata e rosicchiata come un osso di pollo, chiude, e buonanotte.

È ben difficile che in un’economia reale di questo genere, i famosi “soldi che girano” riescano a “far girare l’economia”.

Insomma, questi cinque primati non sono incidenti di percorso, sono aspetti strutturali del “sistema Italia”, tra di loro si tengono stretti, e solo una decisa azione su tutti e cinque i fronti, in un’ottica di sistema, può sperare di cambiare la situazione.


5. Ogni sistema complesso tende a raggiungere, e a mantenere, una situazione di equilibrio. Questo vale anche per i sistemi economici. Alla base dell’economia keynesiana, c’è l’assunto che un sistema di mercato tende ad una situazione di equilibrio tra domanda ed offerta; ma non c’è nessuna garanzia che questa situazione di equilibrio corrisponda al livello di piena occupazione (in Keynes per “piena occupazione” si intende il pieno impiego di tutte le risorse, non solo del lavoro).

Insomma, una volta che un sistema si è stabilizzato in su un equilibrio a basso livello, con masse di disoccupati senza reddito, fabbriche chiuse con magazzini pieni di merce invenduta, risparmiatori sempre a due passi dal crollo, consumi asfittici, investimenti fermi, enorme risorse potenziali inutilizzate, be’, questa situazione può durare a lungo, molto a lungo, e opporre resistenza a qualunque sforzo di rianimazione.

Nel keynesismo teorico, si esce dalla crisi con un investimento pubblico che viene “moltiplicato” dalla propensione al consumo di coloro che, direttamente o indirettamente, ne sono i beneficiari.

Nel keynesismo reale le cose sono un po’ più complesse. Il keynesismo reale, di cui il principale esempio è stato il New Deal, l’intervento della politica si è sviluppato su più fronti. In primo luogo, grandi interventi di pianificazione territoriale. Poi una forte politica sociale, con sussidi di disoccupazione, la costruzione di un sistema pensionistico e di assistenza sanitaria per tutti. Una fiscalità fortemente progressiva. Lo sviluppo dell’istruzione pubblica, ed una decisa politica di tutela dei diritti, a partire dai diritti delle minoranze. Il sostegno all’agricoltura, e la riconversione di milioni di agricoltori rovinati dallo sviluppo della meccanizzazione. Lo sviluppo dei sindacati, che non sono visti come forze antisistema, ma come soggetti contrattuali indispensabili per impostare una politica dei redditi.

Certo, a partire da un certo punto anche le spese militari. Con la loro coda a lunga scadenza, dell’enorme impulso al progresso scientifico e tecnologico.

Questa politica, iniziata alla metà degli anni ’30, è durata negli Stati Uniti fino all’inizio degli anni ’80, con il più formidabile sviluppo economico, e il più tumultuoso miglioramento del tenore di vita di un’intera popolazione che si sia mai visto nella storia dell’umanità. E con il debito pubblico al 30% del PIL.

Le cose sono cambiate con l’era Reagan, quando si è deciso che l’interesse egoistico di pochi deve prevalere sull’interesse collettivo di molti. Che i ricchi devono essere liberi di arricchirsi ancora di più, e non è compito dello Stato occuparsi dell’estendersi della povertà. Che se decine di milioni di Americani sono privi di assistenza sanitaria, di una scuola decente, di una casa, è inutile che si lamentino, hanno solo da diventare ricchi anche loro.

Di tutto questo, del grande programma del New Deal, del keynesismo reale, non c’è traccia nelle moderne teorie, di destra e di sinistra, dei “soldi che fanno girare l’economia”. C’è invece un permanere di scelte al ribasso. Essere “moderni” significa avviarsi con decisione lungo la linea di minor resistenza che porta al declino. È stata la scelta dei governi della destra, che festeggiavano tra lustrini e prescrizioni mentre condoni edilizi e fiscali devastavano il territorio ed affossavano lo stato. È purtroppo la scelta attuale di un governo che crede di aiutare i disoccupati riducendo i diritti degli occupati, che taglia i senatori ma non l’evasione fiscale, che litiga con i sindacati ma non con i corrotti. Un governo che promette il riassetto del territorio, ma fa finta di non sapere che la prima cosa da fare è ripristinare il divieto di costruire sulle sponde dei corsi d’acqua. Un governo che ha dato 80 euro ai salari più bassi, ma non ha il coraggio di dire che la funzione principale delle tasse è la redistribuzione del reddito, in modo da impedire che il mercato esasperi pericolosamente le disuguaglianze sociali.

Da trent’anni si dice che la povertà è provocata dalla crisi. Che bisogna uscire dalla crisi per risollevare le sorti dei poveri, delle periferie, degli emarginati. Un governo che voglia essere veramente di sinistra dovrebbe mettere al primo posto del suo programma la dichiarazione che l’ingiustizia sociale è la prima causa della crisi, e che per uscire dalla crisi la cosa più importante è combattere l’ingiustizia.