Ricordi sul fascismo (10-16 aprile 2014)

Mio padre era nato nel 1919, mia madre nel 1920. Si trovarono dunque a vivere i loro vent’anni in piena II guerra mondiale. Mio fratello è nato nel ‘43 in una cittadina sulla collina di Torino, dove i miei erano “sfollati” per sfuggire ai bombardamenti. Solo mio padre affrontava tutti i giorni il viaggio per andare a Torino a lavorare (io, come mio nonno paterno, mio padre e mio fratello abbiamo avuto una giovinezza caratterizzata da una magrezza quasi patologica: per questo siamo sempre stati giudicati inabili al servizio militare; non così da parte di mia madre: mio nonno ha fatto la I guerra mondiale in Albania, mio zio come alpino in Jugoslavia, e dopo l’8 settembre è finito in campo di concentramento in Polonia).

Insomma, nei ricordi della mia famiglia, il fascismo si presentava come una enorme insensata tragedia.

Il crollo del consenso dovuto alla catastrofica conduzione della guerra dava alla generazione giovane di allora la sensazione di essere gli unici sani di mente in un mondo di pazzi, che per anni avevano accolto con entusiasmo le strampalate promesse di uno psicopatico e di un buffone.

Inevitabilmente, le rievocazioni famigliari dell’era fascista erano condite dalla narrazione di situazioni paradossali, meschinità vergognose – anche di loro stretti conoscenti –, e terminavano con un giudizio perentorio: “il fascismo era solo propaganda: tutte balle”.

Tale giudizio era rafforzato dall’informazione storica diffusa nei decenni successivi; ogni rievocazione del Ventennio comprendeva qualche spezzone di filmati con discorsi del Duce dal balcone, giovani Avanguardisti e Piccole Italiane in marcia coi gagliardetti, e gerarchi impettiti con la nappina del fez che ballonzola sulla fonte. Insomma, una comica meglio di Stanlio e Ollio. Di questo clima, i Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti sono una rievocazione quasi commovente nella sua intensità.

Io sono sempre stato di sinistra, più o meno estrema; i miei, sono stati sempre dei moderati, e non hanno partecipato alla Resistenza. Mio padre ha votato liberale per tutta la sua vita – e così mio zio, l’Alpino, tornato a guerra abbondantemente finita, dopo la Jugoslavia, la prigionia in Polonia, e pure un bel po’ di prigionia in un campo sovietico, poiché per i rossi era pur sempre un soldato di un esercito nemico. Ma questa distanza tra le due estreme di quello che un tempo si chiamava l’Arco Costituzionale dava al mio antifascismo di famiglia un tono quasi ecumenico. Si poteva dissentire su tutto, ma che il fascismo sia stato una montagna di merda non si discuteva.

Aggiungiamo, per terminare questa breve ricostruzione, che in tutti quelli di quella generazione che ho conosciuto vi è la coscienza, confusa ma ferma, che, una volta entrati nella II Guerra Mondiale, per quanto l’esito sia stato doloroso, a conti fatti perdere come abbiamo perso è stata una enorme botta di culo. Settant’anni di arrampicamenti revisionistici sui vetri non sono riusciti a tirare fuori uno straccio di argomento decente per convincermi che la scelta della guerra fosse inevitabile. E perdere per perdere, meglio con gli Americani che distribuiscono cioccolata e sigarette, e una generazione di antifascisti in grado di rimettere in piedi la baracca.

Anzi, forse meglio così in ogni caso. Mussolini poteva starne fuori, come Oliveira ‘O Vicho’ Salazar, e Francisco Franco. Sarebbe morto nel suo letto, ed una torma di ecclesiastici in pompa magna e di vecchi nostalgici in camicia nera l’avrebbero accompagnato all’ultimo riposo. Ma non mi sembra ugualmente che Franco e Salazar siano molto rimpianti, nei loro paesi.

Soprattutto, ci saremmo trascinati fino all’epoca della decolonizzazione un ipertrofico e costosissimo Impero piacentiniano e razzista; e Dio solo sa quante lacrime e quanto sangue ci sarebbe costata la nemesi dell’hybris mussoliniana.


Non ho mai avuto alcun interesse alle discussioni sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo”.

In primo luogo, perché questo significherebbe riaprire il processo al fascismo. Ma non è più tempo. Il processo al fascismo è già stato fatto, parecchi anni fa, e si è concluso con un giudizio che ormai è passato agli atti. Qualunque discorso sul fascismo non può prescindere da questo.

In secondo luogo, una discussione sul “fascismo buono” e il “fascismo cattivo” non ha senso, perché di fascismo ce n’è stato uno solo. Non due. Uno.

Io sono convinto che il fascismo abbia avuto una grande svolta, negli anni intorno al 1938, con le leggi razziali e l’alleanza giugulatoria con il nazismo. Dopo, il fascismo non è più stato quello di prima. Ma il fatto è che questa svolta è stata compiuta da tutto il fascismo. Non ho notizia di personalità importanti che abbiano manifestato opposizione a questa svolta – a parte qualche noticina nel segreto di un diario personale, qualche mugugno a mezza voce.

La fuga c’è stata nel ‘43, quando tutti si sono accorti (con un bel po’ di ritardo) che ormai la guerra era perduta. Ed era il caso di cominciare a pensare a salvare la pelle. Ma è stata una storia squallida: per quelli che hanno cercato di salvare la pelle, come per quelli che non avendo più l’opportunità di accoppare gli Abissini, ed essendo lontani dal posto in cui Tedeschi ed Inglesi continuavano ad accopparsi, tanto per non perdere l’abitudine hanno cominciato ad accoppare gli Italiani.

Ed anche per i tantissimi che hanno cominciato a tenere, come si dice, “un basso profilo”.

Ma ormai la storia non era più la loro storia. La storia era degli altri.


Chiuso senza ripensamenti il fascicolo processuale, possiamo ora studiare il fascismo semplicemente per capire come sono realmente andate le cose, senza doverci più preoccupare di dover portare argomenti all’accusa o alla difesa.

O per lo meno, così dovrebbe essere, perché mi rendo perfettamente conto che in realtà non si raggiungerà mai perfettamente una simile serenità   per lo meno, non nell’arco della mia generazione. Ma questa non è la mia preoccupazione.


“Capire come sono andate veramente le cose” significa però in primo luogo mettersi in testa che di cose ce ne sono state. E grosse.

Dire che “il fascismo era solo propaganda”, come dicevano i miei vecchi, è un modo per esorcizzare un passato imbarazzante, scrollarsi dalle spalle un peso troppo gravoso da portare. Come tutti i giudizi riduttivi, “italiano brava gente”, “una dittatura temperata dall’inosservanza della legge” ecc. Uno strano accidente della storia, che ha avuto conseguenze disastrose, ma che alla fine “non ci appartiene”.

Ridurre il fascismo ad una comica tragedia, ad una tragica farsa, ad una grande rappresentazione a cui tutti si adeguavano per quieto vivere, è una troppo comoda rimozione.


Capire come sono andate le cose significa in primo luogo capire qual era la logica interna di quel periodo. Capire cosa pensava la gente. Capire come vivevano quel periodo, che tipo di rappresentazione mentale si erano fatti di sé e del mondo in cui vivevano.

Questo implica in un certo senso cercare di condividere il loro punto di vista, per quanto questo punto di vista sembri lontano.

La cosa è molto difficile, perché noi sappiamo come è andata a finire. E quindi, capire cos’avevano in testa quelli che ancora non lo sapevano, richiede un forte sforzo di immaginazione. Per quanto possibile, dobbiamo anche noi dimenticarci che sappiamo come è andata a finire.

In questo momento mi sto occupando di un tizio (non ha molta importanza per ora chi sia questo tizio) che non ha mai saputo come è andata a finire. È andato in Africa a conquistare l’Impero, ed è morto prima che l’Impero fosse fondato. Pieno di belle speranze e di entusiasmo, in sella al suo muletto, respirando l’aria frizzante dell’Altopiano.

Devo dire che la sindrome di Stoccolma comincia mordere. Non riesco a non trovarlo simpatico.

È il personaggio ideale per capire la mentalità dell’epoca. Non è stato contaminato dalla conclusione. Una caritatevole sciabolata in pieno corpo gli ha risparmiato di vedersi crollare il mondo addosso, quando il Fondatore dell’Impero ha usato l’Impero come una fiche da giocare sul tavolo verde del grande Risiko. Non gli è toccato dover scegliere tra la fedeltà alla Patria e la fedeltà al Duce. Non gli è toccata soprattutto una vecchiaia squallida e rancorosa, condannato a rimuginare il passato, a spiegare l’inspiegabile, a difendere l’indifendibile.

Poiché lui non ha saputo come è andata a finire, è più facile per lo storico entrare nella finzione narrativa di non sapere come andrà a finire. Come entrare nel bosco con Cappuccetto Rosso e non sapere che il lupo ci mangerà.

10-16 aprile 2014