Non ci sono più gli eversori di una volta

La discussione sul carattere eversivo del M5* richiede un approfondimento.

Riconosco di aver espresso dei giudizi superficiali.

Ho sicuramente dato troppa importanza all’ideologia.

Il populismo, col suo richiamo alla “volontà popolare” al di fuori dei noiosi e faticosi meccanismi procedurali della democrazia; il culto del capo; la demonizzazione del dissenso; il richiamo ai “fatti” e non alle “parole”, alla “piazza” (più o meno cibernetica) contro gli “apparati”, come pietra di paragone per la bontà dell’azione politica ecc. è sicuramente un’ideologia eversiva.

In questo senso, il berlusconismo, il leghismo ed il grillismo, tre diverse declinazioni del populismo, sono tutti e tre fenomeni eversivi.

Trascurando i primi due, già ben noti, ha tutti i segni dell’eversione il grillismo, un movimento di dimensioni nazionali che però continua ostinatamente a vivere al di fuori di qualunque forma organizzativa riconoscibile, con una “base” di riferimento di dimensioni elastiche fra alcuni milioni di elettori e poche migliaia di “cittadini”; con le piazze del Vaffanculo come forma organizzativa più vistosa; con regole inventate sul momento, come quella della registrazione con fotocopia del documento di identità entro una certa data, cosa che non compare in nessuna versione nota del cd. “Statuto/non-Statuto”; con un “capo” che non è mai stato eletto e non occupa nessuna carica ufficiale se non quella di “proprietario di un marchio registrato”.

Poiché l’associazione dei cittadini in partiti dovrebbe servire a “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (Cost. art. 49), la particolare forma-partito delle principali concentrazioni politiche dovrebbe importare moltissimo ai fini della sopravvivenza stessa del sistema democratico.

Il fatto che l’Italia sia ancora una democrazia parlamentare dopo vent’anni di predominio di forze di questo genere è senz’altro una delle prove dell’esistenza del famoso “stellone”.

Ma è anche prova che, per usare un’espressione abusata, il carattere fondamentale di questi movimenti è veramente un’eversione “all’italiana”. In gran parte chiacchiere.

Il berlusconismo nasceva con il proposito di “rivoltare l’Italia come un calzino” (espressione che abbiamo risentito di recente); di distruggere il sistema della cd. “prima repubblica” – ma contemporaneamente di salvare i partiti “democratici” aggrediti dalla magistratura “rossa”; di riformare profondamente la costituzione “sovietica”; di portare lo Stato fuori dall’economia. Alla fine, il berlusconismo si è ridotto alla proverbiale orchestrina che suona mentre l’Italia avanza pacificamente sulla rotta del declino. La lotta contro la magistratura ha fatto gravi danni, ma non ha risolto del tutto i guai giudiziari del grande Imputato; e l’unica volta che si è messo mano alla materia costituzionale, per riformare in senso piduista tutto il nostro ordinamento, l’elettorato ha risposto con un sonoro No. E nonostante il ripetersi dei proclami, il tentativo è stato abbandonato. Il Berlusconi di oggi è sempre quello del 1994, parecchio invecchiato e molto più rancoroso, ma alla presa con gli stessi problemi giudiziari e reinventore degli stessi slogan elettorali. L’Italia è sostanzialmente quella di vent’anni fa, con un bel po’ di debiti in più e di occupati in meno.

Anche la Lega è invecchiata. A differenza del berlusconismo ha saputo superare il trauma dell’uscita di scena del vecchio Capo, e sicuramente questo è un bene. In questi vent’anni ha lasciato perdere i sogni secessionisti ed il folclore celtico-padano, e si è adattata a lucrare sull’enorme moltiplicazione dei centri di spesa e di sottogoverno che il centrosinistra ha improvvidamente concesso con la riforma del Titolo V.

Anche il grillismo comincia a mostrare segni evidenti di un’eversione “all’italiana”. La minaccia era quella di trasformare tutta la penisola in una Val di Susa, perennemente attraversata dai cortei del “popolo”, che di volta in volta decidono se mobilitarsi in versione “famigliole con i passeggini”, o in versione “incappucciati con elmetto e petardi”. Le piazze del Vaffanculo si sono svuotate, le varie “marce” sono state rimandate, a volte con con patetici pretesti (“non c’è il palco” ecc.). I “cittadini eletti” hanno imprudentemente bruciato in una volta sola tutte le loro armi di interdizione, e la loro presenza parlamentare, nelle pause lasciate dai referendum su come spendere i soldi dei rimborsi, si limita alla richiesta di presidenze delle Commissioni.

Insomma, neanche Grillo è uno Steve Jobs della politica, capace anno dopo anno di stupire con una novità epocale ad ogni apparizione in pubblico. La coppia oscura, il Gatto e la Volpe di antico pelo, a capo del movimento che ha raccolto il 25% dei voti degli italiani, sembrano aver esaurito la fantasia, e si sono rifugiati nella ripetizione di repertorio che si logora rapidamente.

Ci stiamo abituando. Ci stiamo stufando.

La democrazia è salva.

Domenica, al Quirinale

Domenica 28 aprile, pochi minuti dopo mezzogiorno, ero a Roma, in coda con altre decine di persone che attendevano l’ultimo turno di visita al palazzo del Quirinale.

Per ingannare l’attesa, alcuni sfogliavano sul telefonino le ultime notizie. Abbiamo quindi ricevuto contemporaneamente la cronaca del giuramento del nuovo Governo, che si svolgeva letteralmente a pochi passi da noi, e la notizia della sparatoria avvenuta a poco più di un chilometro in linea d’aria.

Non so se Luigi Preiti è un pazzo, o solo un disperato; se è vittima o carnefice. Di sicuro è un cretino.

Con l’infallibile intuito, e il cronometrico tempismo di cui solo gli autentici cretini sono capaci, ha individuato, per compiere la sua sparacchiata contro l’odiata casta dei politici, l’unico preciso istante in cui nel palazzo del Governo non c’era nessun Governo. Non il vecchio, che in quel volgere di minuti veniva ufficialmente dichiarato decaduto; non il nuovo, ancora impegnato nelle cerimonie e negli adempimenti d’uso presso quell’altro palazzo. Neanche a Ferragosto o a Capodanno avrebbe avuto la stessa matematica certezza di sparare al bersaglio sbagliato.

Ne hanno fatto le spese due sconosciuti Carabinieri, che avrebbero preferito rimanere tali, cioè sconosciuti; come capita a tutti quelli che in ogni epoca sono coinvolti nell’impresa di qualche cretino che cerca la notorietà con il sistema di Erostrato.

Non sono passate neanche quarantott’ore, e, come era matematicamente prevedibile, altri cretini hanno voluto esprimere la loro ammirazione per l’“uomo in giacca e cravatta”, inalberando la sua foto nel corso della manifestazione del 1° maggio. Anche questi, ben determinati a fare il massimo danno, senza che ne venisse alcun beneficio, né per loro, né per altri.

Fortunatamente, come in genere capita, gli imitatori non hanno avuto lo stesso talento del loro modello, ed hanno solo rovinato la manifestazione, fortunatamente senza né morti né feriti.