Rivolta islamica

Che cosa ci dicono quelle masse furiose che stano mettendo a ferro e fuoco le città del mondo, attorno alle ambasciate straniere?

Ci stanno dicendo che la diffusione di un filmino poco più che amatoriale (almeno così appare da quel che si è visto sulla Rete) ha scatenato una rabbia islamica globale.

Qualcosa del genere era successo tempo fa per alcune vignette pubblicate su un quotidiano danese.


Ciò che colpisce, non è solo la sproporzione tra la causa e l’effetto, ma l’assoluta gratuità della vicenda.

Il mondo è grande. È molto grande — infinitamente più grande di quanto appaia sullo schermo di una televisione o di un computer.

Nel mondo succedono tantissime cose — molte di più di quante si possano contare in un grande database di “offese alla religione”.

In qualche parte del mondo, in qualunque momento, anche adesso, c’è sicuramente qualcuno che dice, o fa, o scrive, o disegna, o filma qualcosa che può essere ritenuto offensivo verso l’Islam — come verso qualunque altra religione, o qualunque altra istituzione. È la “legge dei grandi numeri”, in questo caso grandissimi: sette miliardi di persone, almeno un decimo delle quali (è una stima per forte difetto) ha accesso ad una qualche forma rudimentale di produzione e di diffusione di contenuti vocali, scritti ecc.

Se io voglio trovare un motivo per sentirmi offeso nelle mie convinzioni religiose ecc. non ho che da effettuare una facile ricerchina, e posso sentirmi soddisfatto. In qualunque momento, e per qualunque motivo mi faccia comodo.


Che cosa ci dicono quelle masse furiose che stano mettendo a ferro e fuoco le città del mondo, attorno alle ambasciate straniere?

Ci dicono: “Noi abbiamo in mano il gioco. Siamo in grado di scatenare una rivolta globale, di scegliere volta per volta tempi, modi e obiettivi. Un motivo per farlo è sempre a portata di mano”.

Chiagni, e fotti, dicono a Napoli. Ci sono molti modi per manifestare la propria aggressività: il modo più aggressivo è proclamarsi vittima di qualche offesa, persecuzione, torto globale. I motivi non mancheranno mai.


Sono sinceramente preoccupato per i popoli islamici. La distruzione di una sede diplomatica, la morte di un ambasciatore è un crimine gravissimo, sul piano del diritto internazionale oltre che umano. Ma gli Stati Uniti sono perfettamente in grado di assorbire un evento del genere. Al massimo ci sarà una piccola ripercussione sulla campagna elettorale in corso, ma la storia della società americana non ne sarà minimamente intaccata, né nel bene, né nel male.

Chi non è in grado di assorbire quest’evento, sono i popoli di quegli infelici paesi da cui ci arrivano costantemente immagini di morti e devastazioni.

I registi di quelle rivolte globali hanno un’unica freccia al loro arco: la dipendenza del resto del mondo dal petrolio. È una freccia potentissima, ma non è destinata a durare in eterno.

Quando questa dipendenza sarà superata (e non sarà mai abbastanza presto) il resto del mondo continerà la sua strada, e il vagone dell’islamismo verrà pacificamente sganciato dal treno. Centinaia di milioni di persone resteranno senza un soldo, carichi di rabbia e di frustrazione, con le città devastate, i morti per strada, il puzzo di fumo e carne bruciata, i giubbotti esplosivi e i lanciarazzi senza più altro bersaglio da distruggere, se non altri mussulmani.

Non so come riusciranno ad uscire da quel vagone abbandonato nel deserto.

Spero che fra di loro ci sia qualcuno con abbastanza buon senso da cominciare a pensarci già adesso.