La vera libertà

Che cosa dicevano quei palloncini arancione, in piazza, ieri?

Da più di vent’anni ci hanno raccontato un sacco di balle, ma la balla più grande, la madre di tutte le balle, è questa.

Ci hanno raccontato che il mercato è l’unica forma possibile di libertà.

E ci hanno raccontato che questo si chiama Liberalismo.

(Quest’ultima cosa io l’ho sempre presa come un affronto personale, perché io sono figlio di un uomo che ha votato liberale per tutta la vita. Io non sono mai stato liberale, ma quando parlate di liberalismo, attenzione a come parlate, perché m’incazzo).

Poi si è andati immediatamente alle conseguenze. La prima è, che se l’unica cosa che conta è il mercato, allora tutto ciò che ha valore deve essere messo in vendita. Anzi, ha valore proprio perché può essere venduto. Se qualcosa non ha un prezzo di mercato, allora non ha valore.

Tutto è in vendita: diritti, salute, scuola, ambiente, territorio, perfino l’acqua. Non cito le minorenni, perché quella è un’invenzione molto più vecchia. Pure il voto è in vendita, ma anche questa è una vecchia, vecchissima invenzione.

Invece non ha valore la dignità, non ha valore la cultura, non ha valore solidarietà. Chi venderebbe dignità, cultura, solidarietà? E chi comprerebbe queste cose? Nessuno. Ecco dimostrato.

La seconda conseguenza è che il denaro è l’essenza del mondo. I soldi. Cash, come dicono i più tonti dei miei allievi. Il denaro è l’unico valore. Il denaro è ciò che dà valore alle cose.

Per questo non esiste il “denaro sporco”. Il denaro non solo è per definizione pulito, ma pulisce. Il denaro santifica.

Gli italiani ci hanno messo vent’anni (ed è un mistero perché ci abbiano messo tanto) per capire, in primo luogo, che non funziona.

Se si mettono i soldi in cima a tutto, non funziona niente. La cosa buffa, è che non funziona neanche l’economia. Quest’Italia che per vent’anni ha pensato che il denaro fosse l’unica cosa importante, sta attraversando la più grave delle crisi economiche. Più parliamo di soldi, più diventiamo poveri.

Il fatto è, che quando parliamo di economia, non parliamo di soldi. Ecco il segreto. Quando parliamo di economia, parliamo di lavoro. Questo è quello che io ho imparato da vecchio filosofo ottocentesco, il quale però a sua volta l’aveva imparato dai grandi liberali, dagli inventori del liberalismo. È il lavoro, la Ricchezza delle Nazioni. Non i soldi.

E poi c’è tutto il resto. Tutto quello che ci portiamo dietro anche se siamo senza soldi. Tutto quello che, se non ce l’abbiamo, non lo potremo mai comprare, neanche con tutti i soldi del mondo. La dignità. La cultura. La partecipazione. La condivisione.

Ecco, questo dicevano i palloncini arancione, in piazza, ieri.

La sfiga ha cambiato di segno

Non è solo il fatto che il grande Vincitore ha ormai dipinta in faccia la maschera del Perdente, e non se la toglierà mai più.

Ma a guardare quei giovani in piazza, mi viene in mente che per quasi vent’anni nei filmetti di serie B (che sono il vero specchio di un paese) vi era la macchietta fissa dello “sfigato di sinistra”. Una macchietta così convincente che persino quelli di sinistra l’avevevano introiettata, inventando il “tafazzismo”.

Pensando a tutti quelli che in queste settimane hanno invaso il Web di filmetti satirici, che si scambiavano messaggi derisori, che tempestavano di prese per il culo i blog di destra, a quelli che ieri erano in piazza coi palloncini; e, dall’altro lato, a tutti quelli che se ne stavano in casa a rodersi, increduli e storditi, a quei balenghi col fazzoletto verde che sono andati da Lerner ad arrampicarsi sui vetri per dire che no, non è successo niente – insomma, chi è adesso che piscia contro vento? Chi sono i tafazzisti?

Naturalmente il berlusconismo non è ancora sconfitto, tenterà il grande botto delle Ardenne, ma è chiaro che non è più trendy, è superato, è solo questione di tempo.

E allora giù legnate sul cane che annega.

Prove INVALSI, ovvero: Avete presente Cavalli-Sforza?

Vabbè. Diciamo che ce l’avete presente.

Allora facciamo un bel riassuntino, ma non si può sempre raccontare la rava e la fava, ci sono degli evidenti prerequisiti, si dà per scontato che il lettore abbia ben presente il concetto di famiglia linguistica, che abbia un’idea abbastanza chiara dell’indueuropeo e delle sue successive suddivisioni e ramificazioni, che più o meno abbia già sentito parlare delle lingue afro-asiatiche, altaiche, na-dene ecc.

Poi si passa alla genetica, DNA e compagnia bella, caratteri ereditari permanenti come i gruppi sanguigni, e caratteri di origine più recente, dovuti alle circostanze ambientali, come il colore della pelle ecc. In tutto questo discorso, avete capito benissimo, è implicita una critica dell’idea di razze umane, ma non c’è tempo per parlarne; abbiamo fiducia che il lettore ci arrivi da sé.

Passiamo poi alla correlazione fra la diffusione delle lingue, e la diffusione dei caratteri genetici. C’è un certo parallelismo, è chiaro, ma non sono esattamente la stessa cosa, siete d’accordo? I meccanismi non sono gli stessi, come non sono le stesse le velocità di evoluzione ecc. Insomma, qui si capisce dove si vuole arrivare, al concetto di etnia, ma non c’è tempo per fare tutta la chiacchierata, anche qui il lettore deve arrivarci da solo.

A questo punto è chiaro e lampante il motivo per cui molti, incrociando i dati della linguistica con quelli della genetica, tendono a riunire parecchie famiglie (l’indoeuropea, l’altaica, l’afro-asiatica, la dravidica, e ne ho sicuramente dimenticata quacuna) nel grosso tronco del “nostratico”. Ma perché fermarci qui? Insomma, è probabile che tutte le lingue del mondo, non solo le nostratiche, alla fin fine derivino da un’unica lingua madre (lo stesso discorso vale per le etnie, ça va sans dire).

Seguono ipotesi su dove e quando sarà nata questa benedetta “lingua madre”; ma avrete già capito che ci stiamo orientando verso l’Africa Centrale, circa 130.000 anni fa. Un po’ più complicato è stabilire la possibile origine dell’indoeuropeo: Vicino Oriente 10.000 anni fa? Oppure Asia centrale circa 7000 anni fa? Si impone una pausa di riflessione, per ben ponderare queste due ipotesi, ognuna accompagnata con diverse spiegazioni sulle modalità di diffusione, ad est (fino al tocarico, mica avrete dimenticato il tocarico!?) e ad ovest. Diffusione dell’agricoltura in seguito alla rivoluzione neolitica, oppure migrazioni di popoli grazie alla formidabile invenzione del carro su ruote? Al lettore l’ardua sentenza.

Non so se ho ricordato tutto. Comunque fermiamoci qua. Ora mettiamo tutta questa roba in una paginetta in formato A4 (non una riga di più, dobbiamo salvare le foreste sì o no?) e presentiamola come esempio di “divulgazione scientifica”.

Ah, dimenticavo: io mi sono sforzato di esporre tutta questa pappardella con un minimo di ordine, non so se ci sono riuscito, ma almeno mi ci sono sforzato, perché, grazie a Dio, io so scrivere; l’autore del prefato saggio invece ha lasciato tutto ben mescolato in un unico minestrone.

Occhèi? Occhèi.

Bene, adesso somministriamo questo bel saggio di “divulgazione scientifica” ai nostri ragazzi di Seconda Superiore, e con opportune e mirate domande vediamo che cosa hanno capito.


A questo punto, che posizione prendiamo nei confronti degli esperti dell’INVALSI? Pensate che un bel vestito di catrame e piume sia la soluzione idonea?

La Confindustria applaude l’amministratore della Thyssen condannato per il rogo

Hai voglia essere abituato a tutto, averci fatto il callo, ma l’espressione di solidarietà rivolta dalla signora Marcegaglia all’amministratore delegato della Thyssen, condannato per la morte dei sette operai di Torino, è di quelle cose che riescono ancora a farti saltare sulla sedia.

No, proprio non me l’aspettavo. Si può essere disincantati, “uomini di mondo”, fin che si vuole, ma c’è sempre qualcuno (in questo caso qualcuna) che riesce a darti una botta a tradimento alla bocca dello stomaco che ti lascia senza fiato.

Be’, consoliamoci. Almeno queste parole (che spero non verranno domani liquidate come una gaffe, “è stata male interpretata” ecc.: sarebbe addirittura peggio) portano un po’ di chiarezza. Diciamo pure che chiudono un’epoca. Un’epoca che anch’io avevo accolto come un fatto largamente positivo, anche se era l’espressione di un mondo che non è il mio, anche se ormai sono anni che s’era trasformata in uno stanco luogo comune. L’epoca, dico, cominciata quasi vent’anni or sono, in cui la “società civile”, il mondo dell’imprenditoria, della produzione, il mondo dell’industria, aveva annunciato la sua Rivoluzione, la volontà di prendersi la sua parte di carico dei problemi dell’intera società.

Lasciamo perdere l’esito che ha avuto, nel mondo politico politicante, l’ingresso della cosiddetta “società civile”. Ma oggi anche l’imprenditoria militante, l’imprenditoria che non fa politica in senso stretto, ma la vorrebbe fare in un senso più ampio, come forza propulsiva di una società in trasformazione, ha detto, per bocca della sua rappresentante eletta, che gli industriali non hanno più voglia di farsi carico dei problemi della società. A partire della sicurezza del lavoro. Muoiono sette operai? Be’, l’importante è che gli investimenti non abbiano a soffrirne. Ed ora un bell’applauso al nostro A.D., trattato come se fosse un assassino.

Neanche avesse ammazzato sette persone.


Addio, signora Marcegaglia. Ci mancherà. Ma impareremo presto a fare a meno di lei.