Sul merito degli insegnanti

Si discute da tempo sul merito degli insegnanti, e sulla necessità di legare la retribuzione alla qualità della prestazione.

Ma in questa discusione mi sembra che si confondano due cose molto diverse, anzi, opposte.


1. Una cosa è il riconoscimento del merito, o qualità dell’insegnamento.

Tutti siano andati a scuola, e abbiamo conosciuto insegnanti migliori e peggiori: per cultura, per assiduità nel lavoro, per passione, per capacità di trasmettere non solo conoscenze ma l’amore per la conoscenza. È sicuramente una valutazione soggettiva, ma in ognuno di noi saldamente radicata.

Tutti noi sappiamo che fra i nostri colleghi ci sono dei migliori e dei peggiori, anche se in genere è una valutazione indiretta, non essendo se non in rare occasioni testimoni oculari della loro attività.

Si può formulare una procedura che porti da questa valutazione soggettiva, in gran parte puramente epidermica, ad un parametro, non dico oggettivo, ma almeno largamente condiviso, per cui il riconoscimento del merito di un collega non sembri per nessuno un ingiusto privilegio, ma sia per tutti uno stimolo a migliorare, e non generi invidia, ma un pochino di orgoglio professionale, che contagi anche quelli che non l’hanno conseguito?

Io non so come si possa arrivare a questo, ma certo, sarebbe una cosa molto bella.

Ebbene, un riconoscimento di questo genere sarebbe, io sono convinto, anche e soprattutto un premio per quanto di personale, di libero, di creativo un bravo insegnante mette nel suo mestiere. Non si può essere bravi insegnanti se non si è in primo luogo convinti del supremo valore della libertà d’insegnamento.


2. Una cosa completamente diversa è una retribuzione fondata su un sistema di incentivi. Dividere l’attività didattica in tante micro operazioni, in tanti micro obiettivi, e decidere di assegnare ad ognuna di queste particelle un valore monetario. Periodicamente si ripetono su queste larghe bande le querimonie di docenti che si lamentano perché devono correggere più compiti in classe dei colleghi, e vorrebbero che questa differenza venisse remunerata. Ognuno sa a che cosa porterebbe una simile incentivazione. Che subito ognuno di noi inonderebbe i ragazzi di temi ed eserciti e disegni non perché servono, ma perché per ogni compito sono tot soldini.

Lo stesso per ogni altra forma di incentivazione su aspetti parziali della didattica, oppure su aspetti parziali di valutazione dei risultati.

Se c’è una cosa in cui il mio modo di insegnare è cambiato profondamente e progressivamente nel corso degli ultimi quindici anni, è stata la crescente insistenza sulla produzione scritta, soprattutto nelle prime classi. All’inizio facevo i canonici tre temi tri/quadrimestrali, come avevo fatto io per tanti anni alle medie e al liceo. Poi ho cominciato ad aumentare. Da un paio d’anni, almeno nel primo quadrimestre in prima, la colonna dei voti di scritto sull’aletta a sinistra del registro non mi basta più, e devo creare altre due o tre colonne sul margine destro. Dieci, undici, dodici temi a quadrimestre!

Serve? Mah, continuano a scrivere come dei cani.

Supponiamo però che domani mi dicano che i miei allievi saranno sottoposti periodicamente a una batteria di test (ovviamente, oggettivi: cioè crocette) e che in base ai risultati di questi test varierà il mio stipendio. Pensate che continuerò a passare i pomeriggi a correggere temi su temi? Ma neanche per idea! Crocettate! Crocettate! Crocettate per la Patria, per il vostro futuro – e soprattutto per il mio stipendio! Regalerò a mie spese a tutti gli allievi un abbonamento alla Settimana Enigmistica!


3. Quello che voglio dire, è che mentre una valutazione del merito del primo tipo è una valutazione a babbo morto, che al massimo può funzionare come incoraggiamento a continuare su una strada già bella spianata, ma non modifica la pratica dell’insegnamento (se sono un insegnante “di qualità” vuol dire che sono già abbastanza bravo, no? e non saranno certo i valutatori a dirmi cosa devo fare!); una retribuzione ad incentivi provoca inevitabilmente una distorsione a monte nella pratica professionale. Come quei medici ospedalieri che sono pagati “a prestazione”, con la conseguenza che se entri in ospedale per una banale aritmia finisci senza neanche accorgertene su un tavolo operatorio dove ti sostituiscono la valvola aortica (cito casi reali e ben noti).

Certo, noi insegnanti per fortuna non maneggiamo protesi, ma in ogni caso, sono soldi buttati via, per farci lavorare peggio. Almeno di questo i nostri riformatori manageriali dovrebbero essere avvisati.



· libertà d’insegnamento: che non vuol dire far quel cazzo che ti passa per la testa fregandotene di programmi ecc. Questa è l’idea di libertà del bambino, che pensa di essere libero solo se può mangiare tutta la marmellata che vuole. Dovrebbe essere ovvio, ma un segno di quanto siano infelici i nostri tempi infelici è il fatto che un concetto così semplice debba essere costantemente ripetuto.
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