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Perché non imparano?

Scrive Papi Boy su it.istruzione.scuola:

Il problema non è se sono più o meno intelligenti rispetto a 30 o 40 anni fa, il problema è che non gliene frega assolutamente niente di imparare.

C’è una sorta di stupefacente sordità, di assoluta incapacità a costruire un ponte fra sé stessi e ciò che gli viene insegnato.

In seconda ho parlato a lungo, in questi ultimi mesi, di Pirandello e Kafka. Ho insistito sul fatto che sono autori che parlano della vita quotidiana di persone comuni, dei più banali problemi dell’esistenza. Su Kafka, in particolare, insistevo sul problema del rapporto con il Padre (La sentenza, La metamorfosi). Mi sono spinto a fare allusioni decisamente scoperte, quasi offensive, a situazioni private di alcuni allievi. Ma quello che più di tutti gli altri rideva come un matto, dicendo che Kafka è un matto che parla di cose che non esistono (un uomo che diventa uno scarafaggio, ma quando mai!), è proprio il ragazzo di cui sappiamo che ha un rapporto spaventosamente conflittuale con il padre, e che proprio per questo motivo probabilmente abbandonerà la scuola prima della fine dell’anno.

Alla verifica finale ha consegnato il foglio bianco, gli ho messo 1. Ha accolto il voto con un sorriso beffardo.


Altra classe. Un allievo straniero, timido, spaurito, che non sa ancora bene l’italiano, ed è spesso vittima di crudeli scherzi da parte dei compagni, legge e riassume un articolo di giornale sul bullismo. “Il bullismo porta all’isolamento”, doveva scrivere. Invece di “isolamento” scrive “insolazione”.


Altra classe, altro allievo, mi è stata riferita: “Cosa vuol dire triangolo equilatero?” “Che ha quattro lati”.

Ma quest’ultima l’ho messa solo per ridere.

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Cultura e società Scuola

Ancora sullo studio del latino

Su it.istruzione.scuola la questione del “Liceo delle Scienze Applicate”, che dovrebbe sostituire il “Liceo Scientifico Tecnologico” ha riaperto la vecchia questione dello studio del latino. Un vecchio amico, “Al-Farid”, ha toccato il tasto sempre sensibile dei ricordi:

Non a caso un testo cardine è appunto l’“Analisi logica” del Tantucci, testo che chi ha studiato latino ben ricorda.

Ho ancora in libreria la mia copia della Sintassi latina del Tantucci: un fascicolo sbrindellato di fogli staccati, che avevo già comprato usato – probabilmente usato più di una volta.

Quando ho voluto riprende il latino da grande, ho usato il Bonfante: il tipo è un mezzo nazista, ma come glottologo sa il fatto suo.


Del liceo classico ho patito l’insegnamento disastroso della matematica, un handicap al quale non ho mai saputo porre rimedio.

Con mio figlio credo che abbiamo azzeccato quasi tutte le mosse: musica dai cinque ai dodici anni (musica musica, neh, non attività ludico-musicali); buone scuole pubbliche (elementari, medie, liceo classico), tutte ragionevolmente conservatrici.

Dei docenti, due tipi un po’ originali, alle medie e per i primi tre anni di superiori; gente che insegnava matematica vera (ammesso che io sappia che cos’è la matematica vera) non banali calcoli ripetitivi.

Decisamente sotto livello gli insegnanti di italiano. Inutilmente pedante quella delle medie; completamente squilibrati quello del ginnasio (che faceva anche latino, fortunatamente non greco), e quello dell’ultimo anno del liceo. Tutti noi abbiamo esperienze di almeno un insegnante disastroso; averne incontrati due di seguito, in una materia fondamentale, è una vera sfiga. Ma di quelle sfighe però che non puoi prevedere né controllare.

Decisamente sopra la media l’insegnante di greco del ginnasio, più che dignitosi (quasi) tutti gli altri. Un buon insegnante, qualunque sia la materia che insegna, è un’esperienza che ti rimane impressa per tutta la vita. Uno su tanti ti capiterà, altrimenti, è un guaio irrimediabile.

Grazie a Dio mio figlio ha finito il liceo prima dei disastri della Gelmini. Con quel poco di autonomia che c’era, facevano matematica potenziata nel liceo, inglese quinquennale, un corso supplementare facoltativo di analisi matematica in terza liceo.

Adesso è iscritto a Fisica, e si trova bene.


Non ho mai creduto al Latino che insegna a ragionare. Il latino non è né più né meno logico di qualunque altra lingua. L’insegnamento tradizionale dell’ “analisi logica” è un mostro metodologico, logico, linguistico: al massimo può avere un valore mnemonico per il principiante, o per il tardo. “Nella frase attiva il soggetto compie l’azione, nella frase passiva il soggetto subisce l’azione” è una formuletta che può aiutare all’inizio, basta non chiedersi mai che cosa significa “compie” e “subisce”.


Non trovo nulla di più fastidioso delle discussioni sugli insegnamenti che “servono”. È un ragionamento da apprendista cuoco: l’aglio serve sempre, se non ce l’hai in cucina, è un disastro. Invece con lo zafferano ci fai solo il risotto alla milanese, lo compri solo quando ne hai bisogno.


Il latino – e il greco – non sono lingue “antiche”. Il latino non sta all’italiano come il gotico al tedesco, l’anglosassone all’inglese. Il latino e il greco sono lingue di una cultura che l’Europa ha sempre mantenuto in vita come parte della sua anima. Puoi vivere senza Beowulf, non puoi vivere senza Ulisse – Ulisse non è il bisnonno di tuo bisnonno, è sempre accanto a te.

Non puoi neanche vivere senza l’Ecclesiaste, ma dobbiamo rassegnarci al fatto che della triade umanistica (che ancora per Leopardi era un dogma) l’ebraico è stato abbandonato ta tempo.

Naturalmente, il problema è se conoscere i testi in lingua originale, o per lo meno, avere una minima idea della lingua in cui sono stati scritti (nessuno esce dal liceo classico in grado di leggere l’Odissea in greco). Io sono in grado di leggere almeno una parte della letteratura francese in originale (Stendhal sì, Céline no); un po’ meno in inglese e tedesco; neanche una parola di russo. Ma non è stato tempo perso studiare un po’ di quelle lingue.


Quello che gli apprendisti cucinieri non riescono a capire, è che il nostro cervello(*) è fatto di interconnessioni, quindi anche l’educazione deve essere interconnessa. Devi imparare anche cosa che “non ti servono” per lo stesso motivo per cui un ciclista non può limitarsi a potenziare i muscoli delle gambe. L’importante non è “a cosa serve” una certa materia, ma quanto sono ampie le aree cerebrali che interessi con una certa materia. È questo il senso delle materie di interesse generale “teoriche”, “poco pratiche”, “che non ti verranno mai chieste in un colloquio di lavoro”: la musica, la matematica, le lingue moderne e antiche.

Questo varia a seconda delle età. Soprattutto nell’infanzia le aree cerebrali sono fra di loro potentemente interconnesse, anzi, queste mainterconnessioni sono in tumultuoso sviluppo, e l’apprendimento di materie di interesse generale ha un valore formativo enorme. È questa l’importanza della musica, della matematica, delle lingue – l’ideale sarebbe che tutti i bambini crescessero in un mondo bilingue, purtroppo sotto questo punto di vista la scomparsa dei dialetti è stato un disastro.


È importante imparare cose “che non ri servono” proprio perché non ti servono, per avere un’idea del mondo cerebrale che c’è al di fuori dela specializzazione alienante del lavoro che svolgerai per quarant’anni. Anche se passi la vita a progettare rubinetti per doccia, devi sapere che oltre ai rubinetti per doccia esistono le chiese romaniche e i cacciatori boscimani, i buchi neri e l’Edipo Re, l’Arte della Fuga e la topologia. Se no sei come un paralitico in carrozzella seduto davanti ad un compiùter – mica ti servono le gambe per usare il compiùter, no?


Tanto per scandalizzarvi, tra le cose che “servono nella vita” e che io vorrei limitare parecchio, vi è anche il training catto-terzomondista. Insegnare a non copiare è più importante dell’ “educazione alla pace”, cercare su tre vocabolari la corretta traduzione di un termine ostico è più importante degli esercizi spirituali sulla fame.

Il senso di responsabilità sociale deve fondarsi sulla consapevolezza delle relazioni fra le cose, non su una generica compassione.



(*) parlo di “cervello” in senso metaforico, s’intende