Ed ora qualcosa di poco serio

Lezione di misure in elettrotecnica:

ROMA:
a regazzì, pijate er filo rosso, ataccatelo ar testere, pijate l’artro filo
nero (sti milanisti der cazzo, ma perchè nu l’anno fatto giallo er filo der
negativo, mortacci loro) e attaccatelo a l’artro lato der testere, e
scriveteve sur fojo a lettura.
AHÒ statte bono co quelle palline de carta, che te sdereno!

NAPOLI:
wagliù, pigliat o’stument, attaccat chillu fil russ ngopp a resistenz a na
part ro strument e po’ o nir a chell’ata part ro strument.
at fatt?
va bbuò, scrivit chell ca liggit ngopp o strument.
pascà, chi t’è mmuort, iamm bellcu chelli pall’e cart, ca t sfonn

“carmine” su it.istruzione.scuola

Tentativo di dire qualcosa di serio sui dialetti e la scuola

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[La solita proposta strampalata di una parlamentare padagnola ha suscitato, nei gruppi di discussione sulla scuola e la lingua italiana, una polemica un po’ sconclusionata sui dialetti e le culture locali. Poiché si tratta di argomenti a me molto cari, mi dispiace, come sempre, che tutto finisca in vacca perché il tema viene proposto da chi cerca solo la rissa con provocazioni razziste.
Ho cercato quindi di affrontare la questione in modo un po’ più serio.
]

Nella sua ultima opera, Il linguaggio d’Italia, Giacomo Devoto ha dato la sintesi della sua straordinaria carriera di ricercatore nel campo della storia linguistica italiana. È un libro di grandissima densità e quindi non sempre di agevole lettura, ma ricchissimo di informazioni e affascinante per il rigore dell’argomentazione.

La storia della lingua italiana del ‘900 è condensata in un succinto capitoletto, all’interno del quale (in meno di due paginette) si trovano alcune sorprendenti osservazioni sull’influenza del sistema scolastico sull’evoluzione linguistica.

Il Devoto parte dalla riforma Gentile del 1923 (che l’autore non qualifica mai come "fascista"). La cosa più significativa in questa riforma è l’importanza data ai dialetti nella scuola elementare, con l’intento di "allontanarsi in modo drastico dalla visione autoritaria". Ne sono testimonianza quei libretti, di cui io ho trovato alcuni esemplari sulle bancarelle, di "esercizi di traduzione dal piemontese all’italiano"; libretti che il Devoto chiama "libri di lettura che facessero da ponte fra il parlare genuino e lo scritto".

Ma si noti. I dialetti non sono visti dal Devoto come uno strumento di collegamento tra il mondo in cui vive il bambino e il mondo della scuola – il dialetto come prima lingua veicolare – ma come strumento di educazione del gusto e della "creatività". Ed effettivamente, quei libretti contengono non conversazioni quotidiane, riferimenti a termini di uso comune, ma testi con una qualche pretesa di dignità letteraria: pagine d’autore, poesie e canzoni popolari selezionate in base ad una certa validità di gusto. È l’educazione al bel parlare ed al bello scrivere che si matura attraverso il modello di una cultura tradizionale – che come ogni tipo di cultura tende all’equilibrio e alla dignità delle forme.

Questa riforma gentiliana durò pochissimo. Dopo un paio d’anni il regime fascista "deviato verso una organizzazione dello stato in senso rigorosamente accentratore" mise al bando i dialetti.

Le conseguenze, per il Devoto, furono nefaste. La creatività, non avendo più "il modello o il termine di confronto dei dialetti" rimase senza guida; la successiva imponente espansione del sistema scolastico rese drammatica la mancanza di un legame tra un insegnamento grammaticale-normativo, mai assimilato veramente da nessuno scolaro, e lo spontaneismo anarchico.

La conclusione è ottimistica – ma notate, il testo è del ’74, il processo di degenerazione da allora è spaventosamente avanzato.

Di fronte a questa lingua letteraria, fondata su modelli temperati e aperti, il dialetto non è destinato ad essere né un marchio di inferiorità, né un simbolo romantico di gentili età scomparse, né un malinteso simbolo di degenerazioni autonomistiche o separatistiche. Esso rimane valido come legittimo termine di confronto, permanente, antidogmatico nei confronti della lingua letteraria. È una alternativa, liberatrice, alla spersonalizzazione e banalizzazione irradiante dalla lingua letteraria, generalizzata nell’uso.

[Per piemontesi] Non ne hanno azzeccata una

Ho in mano il pomposo opuscolo di un pomposo ristorante astigiano. Hanno voluto mettere in risalto la loro piemontesità, ma non ne hanno azzeccata una.

Il ristorante si chiama Pióla & Cróta – proprio così, con l’accento al contrario. Non ci vuole una grande scienza; opuscoletti con le regole dell’ortografia piemontese si trovano a pochi euri sulle bancarelle, vocabolari di piemontese sono stati redatti da diversi illustri studiosi.

Oltretutto, se uno si limita a guardare sulla tastiera, c’è solo la ò, e la ó la deve costruire con faticose manovre (se usa Uìndos; se usa Mac è un po’ più semplice). Ma tant’è, anche in piemontese colpisce il tipico errore dei “semicolti”: l’ipercorrettismo, che consiste nel mettere la forma sbagliata, difficile, al posto della forma semplice, corretta: Piòla, Cròta.

Nell’elenco “Archeogastronomia” (ma che, si mangiano le mummie?) è un errore veniale pnansemmo per pnansëmmo. Ma la cosa tremenda è che in mezza pagina ci sono tre modi diversi per scrivere il suono u: è corretto in Batsoà, Bonet; c’è la forma col cappelletto, ormai abbandonata da decenni, Capônet; c’è la forma assurda (ma tanto cara ai compositori di insegne pseudo tipiche) Mitöna (che richiederebbe anche un accento sulla finale: Mitonà).

Il vertice arriva alla fine: un anglobarotto brush (sic), che per un po’ mi ha tratto in inganno, prima che riuscissi a decifrare Bross.

Vedere qui per credere

Considerazioni aritmetiche sull’esame di Stato

Il voto d’esame deriva dalla somma di tre fattori:

il credito (in venticinquesimi)
le prove scritte (in quarantacinquesimi)
il colloquio (in trentesimi)

Il sistema è combinato in modo che la somma dei minimi valori sufficienti

credito 10
prove scritte 30
colloquio 20

dia 60/100; e che la somma dei valori massimi

credito 25
prove scritte 45
colloquio 30

dia 100/100.

Detta così, si può pensare che ci sia una corrispondenza perfetta con la valutazione in decimi: 6/10 = 60/100.

In realtà la formazione del valore finale è un po’ più complessa.

Mentre la valutazione in decimi (usando i numeri interi) comprende cinque valori per l’insufficienza (1-5) e cinque valori per la sufficienza (6-10), è noto che la formazione del voto d’esame è fatta in modo completamente diverso.


Il credito

Il credito non è la diretta trasformazione della media in decimi in un valore in venticinquesimi, ma l’applicazione di alcune tabelle di corrispondenza. La scelta del valore da usare per il calcolo del credito è affidata all’ampia discrezione dei CdC.

Per semplicità facciamo l’ipotesi di una media finale che si ripete per tre anni.

Media del 6 pulito:
può essere 3 + 3 + 4 = 10/25 (quindi 6/10 = 40% del credito massimo)
oppure 4 + 4 + 5 = 13/25 (quindi 6/10 = 52%)

Media del 6,5:
4 + 4 + 5 = 13/25 (quindi: 6,5/10 = 52%)
oppure 5 + 5 + 6 = 16/25 (quindi: 6,5/10 = 64%)

Media del 7,5:
16/25 (64%) oppure 19/25 (76%)

Media dell’8,5:
19/25 (76%) oppure 25/25 (100%)

Quindi nel calcolo del credito le differenze di media sono fortemente amplificate, lasciando al Consiglio di Classe un ampio margine di discrezionalità.

Aggiungiamo due piccole considerazioni.

1. Maria Stella Gelmini ha deciso di inserire il voto di condotta nel calcolo della media. Non so quanti ragazzi si trovino alla fine dell’anno con 6 in tutte le materie, e 6 in condotta. Credo molto pochi. Nel mondo reale, non nel mondo delle Marie Stelle, questo significa che la media del 6 pulito è evento quasi impossibile. Quindi, di fatto, il valore minimo di credito è 13. Il calcoletto che avevo messo all’inizio, tre valori sufficienti che danno come somma 60/100, ormai è una pura ipotesi accademica. Una media “sufficiente” nel corso di tre anni, più prove d’esame “sufficienti”, danno per risultato almeno 63.

2. Maria Svampitella Gelmini ha altresì deciso che dall’anno prossimo per essere ammessi all’esame si dovrà avere 6 in tutte le materie. Poiché nel mondo reale, non nel fantastico mondo delle Marie Stelline, non esiste un Consiglio di Classe che escluda dall’esame un ragazzo con un paio di insufficienze, anche gravi, questo significa che un bel po’ di spazzatura verrà nascosta sotto il tappeto, e le medie dell’ultimo anno verranno abbondantemente rivalutate.


Prove d’Esame

Fin dal primo anno del Nuovo Esame di Stato le Commissioni hanno dovuto digerire queste strane scale di valutazione asimmetriche. Le prove scritte sono valutate in quindicesimi, con 9 valori insufficienti e 6 valori sufficienti (io do per scontato che la valutazione minima sia 1, non 0; ma cambia poco alla sostanza delle cose). Il colloquio era valutato in 35esimi (21 valori insufficienti contro 14 sufficienti), ora in 30esimi (19 contro 11).

Prendiamo il sistema attuale, fiorongelminiano. È vero che ci sono fino a 25 punti di credito, 45 di scritto, 30 di orale; ma questo non significa che nella valutazione complessiva le tre componenti valgano come il 25%, il 45%, il 30%. Se prendiamo la banda di oscillazione tra la stretta sufficenza e il massimo, abbiamo:

16 valori per il credito (da 10 a 25)
16 valori per le prove scritte (da 30 a 45)
11 valori per il colloquio (da 20 a 30).

Nella vita reale delle Commissioni, in cui non si fanno somme a partire da 1, ma si danno valori in più o in meno della sufficienza, questo significa che il colloquio d’esame, evento iniziatico su cui si appuntano ansie e speranze di studenti, insegnanti, genitori, ha ormai ben poco valore.

Insomma, mi spiegate come funziona sto cazzo di Fèis Bùch?

Sono diventato amico di tutta la mia ultima classe del linguistico. E fin qui vabbe’.

Ogni tanto mi arriva una richiesta di amicizia da parte di Lollo Birillo. A volte il nome vagamente mi dice qualcosa, a volte no. Magari è uno che ho conosciuto anni fa, poi mi sono dimenticato.

Mi scrivesse “Ciau, sono il tuo vecchio amico Lollo, da bambini giocavamo insieme alle figu nei giardinetti di Corso Svizzera, ti ricordi di me? Io ero quello col berrettino rosso che ti fregava le figu, tu eri quello che frignava sempre”. No. Richiesta di amicizia di Lollo Birillo. Prendere o lasciare.


Ho ricevuto una richiesta di amicizia di Mauricio Pistone, Argentina, di professione Proprietario di un Complejo de cabañas a orillas del lago Los Molinos, Córdoba. Argentina.

C’è una sua foto, in piedi, con la mano orgogliosamente appoggiata ad una motocicletta. La foto è minuscola, non riesco a distinguere la marca della motocicletta.


Insomma, avrete capito che il tema d’esame sull’Internet non avrei saputo svolgerlo.