Bretelle nere

Portiamo gli amici in visita ad una bella chiesetta romanica delle nostre campagne.

Per ritirare la chiave, si deve passare in una casa vicina. Entro nella corte, chiamo un paio di volte, forte, più forte, mi risponde una voce impastata con un greve accento napoletano.

Si affaccia alla porta, dietro una tenda svolazzante, un uomo molto anziano, non molto alto, ma dall’aria robusta. Alla mia richiesta risponde un po’ aggrottato che devo dargli un “dogumento”. Esibisco la carta d’identità. Alla vista del papiro bèsg si addolcisce. “Lei di dov’è? Tedesco?” “No, italiano”. “Ah, allora la può tenere, qui passano sempre molti tedeschi, io chiedo il documento perché non capisco quello che dicono, così vedo chi sono, ma se è italiano la può tenere”.

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La visita alla chiesetta è, come sempre, affascinante, ma non è questo l’argomento del racconto.

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Torno a restituire la chiave. Chiamo forte, busso. Mi risponde un’altra voce, ancora più confusa e marcatamente dialettale della prima. Mi dice di aspettare.

Arriva con fatica dietro la tenda un’ombra, bofonchiando qualcosa. Apre. Mi appare un altro anziano, anche lui tarchiato, dall’aria robusta. Ha una folta chioma bianchissima. Indossa una camicia biancastra con le maniche arrotolate, su cui spiccano due larghe bretelle nere che reggono i pantaloni. Gli manca la mano destra. La mano sinistra, con sgradevoli unghie lunghe e sporche, e il moncherino, grondano acqua.

Dice scusandosi che da quando gli è morta la moglie deve fare “l’uomo e la donna”, e si sta lavando la maglietta. Gli sporgo la chiave. A quel punto lui riesce ad agganciarmi. “Lei di dov’è?” “Di Torino”. “Ah, Torino. Avevo un grande amico di Torino. Adesso è morto. Squadrista!”

Ormai avviato nella conversazione, cerca di spostare la chiave dalla mano sinistra a quella destra, ma non ha la mano destra, allora la stringe tra il moncherino e il petto, sulla camicia bagnata.

Continua il suo racconto, di cui non riesco a cogliere bene tutte le parole. “Gli anni più belli. Quindici anni a Torino, al Comando della Milizia. Avevo un altro amico, un capitano della Milizia. Anche lui è morto. Guerra di Spagna. Anch’io sono partito volontario per la Spagna. Prima ero stato in Africa” L’espressione si fa sempre più triste, e la parlata sempre più confusa. “Anche sei anni di prigionia. Gli Inglesi”. Fa una smorfia di disgusto. “Mio nonno mi diceva sempre: impara a conoscere i cani, così ti sai difendere”.

Mentre si perde a rievocare i saggi insegnamenti del nonno, gli amici, in macchina, mostrano evidenti segni di impazienza. Lo saluto, e lui si scusa sorridendo di avermi trattenuto.

Durante il viaggio di ritorno, cerchiamo di ricostruire l’età dell’anziano combattente. Almeno novantadue anni, concludiamo.

Chi è il Mister?

Negli anni ’60 del secolo scorso, una famosa squadra di calcio, l’Inter, fece venire dall’Argentina un grandissimo allenatore, Helenio Herrera, detto “il mago”. Herrera pretendeva dai suoi giocatori il massimo rispetto, anzi, voleva essere considerato un’autorità assoluta; ed a volte usava modi curiosi. Non voleva essere chiamato signor Herrera, o señor Herrera, come sarebbe stato logico, visto che veniva da un paese di lingua spagnola. Voleva l’appellativo di Mister: ma non Mister Herrera, come si usa in inglese, semplicemente il Mister, e basta. Finita la carriera del signor Herrera, questo curioso termine è rimasto nell’uso calcistico italiano, e da noi anche nelle più piccole squadrette giovanili l’allenatore è il Mister. Molti credono che questo sia un termine inglese; ma non è vero. In inglese “allenatore” si dice coach, e la parola “Mister”, usata in questo modo, non ha nessun significato.


Riprendo questo breve trafiletto, da me scritto per una grammaticuzza di prossima pubblicazione presso una nota Casa editrice scolastica, in seguito ad un trèd su news:it.istruzione.scuola, dove si indica (metaforicamente, s’intende) l’insegnante come l’“allenatore” di una squadra.