Body Rental

Scopro ora su it.cultura.linguistica.inglese l’esistenza di un rapporto di lavoro dal nome imbarazzante: body rental (“Affitto del corpo”). Non significa quello che avete capito, ma una specie di contratto di consulenza, che pare sia molto usato nelle società di informatica:

it.wikipedia.org/wiki/Body_Rental

Naturalmente, cercando su Gùggol l’espressione “body rental”, vengono fuori solo pagine in italiano – in inglese il significato è esattamente quello che avete capito.

L’autore del messaggio chiedeva, papale papale, come si traduce “body rental” in inglese.

Promuovetelo!

Il mio amico Alberto Biuso mi ha autorizzato a pubblicare qui questo suo
messaggio, indirizzato alla lista

it.groups.yahoo.com/group/didaweb/

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Quante volte – dal mio primo esame di maturità in un paese della Sicilia – ho visto alcuni genitori prendersela con i professori incapaci di riconoscere il genio dei propri figlioli, convinti che il pargolo fosse perseguitato per non si sa bene quali ragioni di odio personale, arrivando sino alle minacce.

Ho visto anche tanti altri genitori – per fortuna la maggior parte – apprezzare la richiesta di impegno, il rigore nello svolgimento del lavoro, il tentativo di trasmettere ai loro ragazzi la passione culturale e civile (che sono la stessa cosa).

Con questo suo sfogo di padre, Umberto Bossi ha mostrato la sua reale natura. E’ un italiano, come tutti noi. Anzi, un meridionale affetto da ciò che un sociologo definì “familismo amorale”, il privilegiamento – sempre e in ogni caso – delle ragioni della famiglia rispetto a quelle della società. La “Famigghia” è tutto.

Per questo ho firmato con convinzione l’accorato appello per la promozione del suo erede.

Ciao,
Alberto G. Biuso
www.biuso.it

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L’appello è qui:

www.firmiamo.it/promuovetelo

Il limite della decenza

Da quasi vent’anni assistiamo in Italia ad un esperimento sociologico di enorme portata. Si tratta di una trasformazione pilotata di quello che una volta si chiamava il “comune senso del pudore”, e più propriamente dovrebbe essere il “limite della decenza”, cioè quel confine tra le cose considerate accettabili e non accettabili dalle persone per bene.

La cosa è cominciata con questioni di soldi: dopo le prime timide difese “non sono stato io”, “è stato un mio subordinato, io ne ero all’oscuro”, si è passati alla rivendicazione arrogante “l’ho fatto io, ma l’ho fatto per il Partito”, condita con l’ammiccamento “tanto lo fanno tutti”. Quella che era una colpa, non lo è più; e se qualcuno non ne fosse convinto, è cominciata la celebrazione dell’eroismo di quei lìder che hanno avuto il coraggio di sfidare i moralismi (ipocriti, sicuramente) dei benpensanti, e i rigori (sospetti, s’intende) della Magistratura, per affrontare francamente la questione dei Costi della Democrazia.

L’esperimento è riuscito così bene che la cosa non si è fermata lì. Naturalmente qui è venuto in soccorso un terreno molto fertile, il basso senso morale della società italiana, sempre propensa a pensare che chi fa quel che deve o è un fesso, o è un furbo che non si è fatto scoprire. Sempre più gravi violazioni – non della Legge, di cui nessuno si cura – ma appunto del Comune Senso del Pudore, vengono rivendicate come efficaci scorciatoie del Fare, che si oppone alle Chiacchiere. Il confine tra il lecito e l’illecito si sposta sempre più in basso; ed era inevitabile che si arrivasse alle vicende boccaccesche di questi ultimi giorni. Anzi, tutto questo gran parlare di gratificazioni sessuali è un modo per coprire con grasse risate qualunque altra discussione: anziché discutere se il Ministro delle Finanze è in grado di mettere sotto controllo il deficit (l’esperienza di parecchi anni passati dimostrerebbe di no) è assai più divertente (ed utile) discutere se veramente il Ministro delle Pari Opportunità s’è guadagnata la poltrona stando in ginocchio o in piedi.

Ma c’è un limite a tutto: non è vero che ogni cattiva azione diventa lecita; rimane un peccato imperdonabile. Non si può, non si deve assolutamente parlare male del Papa.

Il ciabattino di Socrate e la pescivendola di Lenin

Si può (almeno tentare di) insegnare tutto a tutti?

Socrate era convinto di no. Solo il ciabattino sa fare le scarpe, e chi non le sa fare è meglio che non ci ficchi il naso. Così, solo chi è andato alla scuola dei sofisti(1) può governare lo Stato. Diverse carriere scolastiche, diverse competenze, diversi ruoli nella vita sociale.

Invece Lenin(2) era convinto che il punto d’arrivo fosse mettere una pescivendola al governo dello Stato. Naturalmente, una pescivendola può governare lo Stato solo se le sue competenze non si limitano allo sventramento delle triglie. L’utopia democratica, che qui Lenin esprime, è che anche una pescivendola possa imparare a governare lo Stato.

Questo è da sempre, e sarà sempre, il grande dilemma riguardo all’istruzione. In Italia, queste due posizioni si sono confrontate in modo nettissimo negli anni ’60. Don Milani, un prete saldamente radicato nello spirito tridentino, diceva: Ugo Foscolo non ama i poveri – naturalmente la conseguenza è che i poveri non hanno nessun motivo per studiare Ugo Foscolo. L’istruzione deve seguire due filoni distinti alla radice. Un’istruzione rivolta ai poveri, animata da spirito caritativo (solo i poeti che “amano i poveri”, solo gli argomenti che risultino familiari ai figli dei contadini); ed una per i ricchi, che tanto si sa, saranno sempre ricchi(3).

In quegli stessi anni, l’utopia democratica portava alla nascita della Scuola Media Unica. Fino ad allora, vi erano stati dopo la scuola elementare due indirizzi ben distinti: la Scuola Media, per quelli che prevedevano di proseguire gli studi, e un Avviamento Professionale, per chi si fermava lì. La Scuola Media Unica rispondeva alla grande utopia liberale e democratica di un’istruzione di base uguale per tutti, a partire dalla quale i “capaci e meritevoli” possono raggiungere, qualunque sia la classe sociale d’origine, tutti i gradi dell’istruzione e quindi tutte le professioni.

Naturalmente, l’utopia democratica funziona se l’esistenza delle inevitabili disparità individuali non porta ad un livellamento delle competenze verso il basso. Non si può fare una scuola su misura degli ignoranti solo per evitare che gli ignoranti si sentano esclusi o “in ansia”(4). Il principio caritativo dell’istruzione è esattamente il contrario del principio democratico; ed una scuola autenticamente democratica non può che essere una scuola selettiva.


(1) Socrate ce l’aveva con i sofisti per lo stesso motivo per cui Gesù ce l’aveva con i farisei: più ci si assomiglia, più c’è la necessità di sottolineare le differenze.
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(2) quanto segue non ha, naturalmente, nulla a che fare con la storia della Rivoluzione Bolscevica e dell’Unione Sovietica.
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(3) Gesù Cristo diceva ai ricchi: avrete sempre i poveri intorno a voi. La conseguenza logica è che i poveri avranno sempre i ricchi sopra di loro.
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(4) questo messaggio è concepito in seguito ad una discussione sull’“ansia” degli studenti che vedono sospeso il loro giudizio allo scrutinio finale.
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Dialogo d’un Pessimista e di Giacomo Leopardi

Un Pessimista e Giacomo Leopardi s’incontrano per caso su di un colle, di fronte ad una siepe.

Gava via ste ronze ch’a ‘mbreujo!”(*) esclama il Pessimista, rivolto al zappatore in fondo al campo.

Giacomo Leopardi non ribatte. Sa ch’è vano dialogare con un Pessimista.

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Come ognuno avrà capito, in questi giorni sono impegnato nel colloqui d’Esame.

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(*) Togli via codesti rovi, che ingombrano!